Maternale

Certo che il giorno delle ninnenanne
appartiene alle madri ed anche al mare
si cullano le anime dei tanti
resinose le zattere

racconta nella sera che fu ieri
la favola dei porti mai raggiunti
né le braccia accoglienti e il seno e il latte
potevano tradirsi e farsi vele

c’è un viavai di pietrisco
non ancora del tutto massicciata
andare di fuggitive assenze
calzando i propri piedi

le nenie dei notturni incantamenti
quando non hanno sottofondi
quando
la stonatura in gola arresta il pianto
madremia madremia
chi si sofferma a pronunciarmi ancora?
avere un nome
che non sia in disuso
un nomignolo forse
me lo diedi da sola.
Ma cos’è questa voglia di sentirmi
piccola?
mi strania, mi sovverte
è un affronto alla vita che ho vissuto
e che mi ha fatto
questa.

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Qui

dove si smorzano le luci
dove l’aria si veste di casa
un gesto amico scuote gli andamenti
della mia storia fioca
mi appunta un fiordaliso sulla fronte
nel lucernario dei riflessi
il gesto
restituisce ancora forme amabili
al tempo mio perduto

e voglio incorniciarlo di follia
se delicato avanza
col passo e la cadenza della vita

la speranza di qualche nuova gemma

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accaDUEo

L’acqua ha imparato forme
di percorso
concavità convessità
che noi ci piange addosso
di tutta la durata d’un torrente
anche
se a mezzanotte
il brindisi dei giochi nel bicchiere
stilla di labbra il termine del tempo

resistimi stremato eppure vivo
mio rivolo di mente
poca saggezza ad arginare
e nessuna certezza
ti sono come una dimenticanza
approssimata a dicerie
credenze che a supporle
offendono la storia e la ragione

e chi si aggrappa al dito dell’eterno
ai suoi capelli assottigliati
mescola fango e grandine
ponti di sabbia erige per guadare
fiumi di sangue
noi
che ci sporgiamo oltre le spalle
per agguantare il cielo.

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Parola mia

Sulla cima del foglio
non vuole farsi scrivere
mi sfugge e si divincola
sberleffa lungo il margine

quasi quasi le tendo un’imboscata
la fisso tra parentesi
le abbuono il senso ed il significato

così rinchiusa sola nell’inciso
inizio (……………………) fine
intorno cartabianca paradiso
può attendere anche un’altra
incartazione

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Io, strada e viandante

Di congiunzioni astrali
forse poco m’importa
anche di precessione equinoziale
penso di me
che sono capovolta
scrivo di cose ma non so che cosa
se tutto quel che vivo è bene o male
a dirla franca
non so niente di niente
e resto spersa
in questo spaesaggio di varianti
– forse potrei sedermi
a piluccare verità da tavola
invece d’affannarmi il capo a vanvera
in equazioni algebriche
sfiorando l’astrofisica –

e mi percorro in ogni senso e lato
in punta di ciabatte
la mia mente
nemmeno un crocevia senza semaforo.

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Ripiego

Giorni di taffetas
riposti negli armadi
con le tarme di tutti i miei peccati
oggi
vesti in disarmo
mangio frittelle che mi fanno male
come di festa stretta

A sforbiciare un’isola sul letto
da raggiungere a vuoto
senza più domandarsi di traghetti
può bastare un pensiero arricciolato
in forma d’innocenza

l’amico salvagente
sorride nel riquadro
non inganna
si fa respiro lieve che si aggira
nei paraggi d’inverno
e sembra amore

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Una parola, anzi due, che me le fanno girare

Scrivetela voi questa parola
forsennata
che brilla e giganteggia
come se fosse pepe nel didietro
e tutti spinge
all’acquistare bonus per la santa
messa nel…
malus da strenne o renne
il babbione
arriva a dirla tutta: anche stavolta
che mangino brioches
io me ne sbatto
il pane
lo mangiano soltanto gli straccioni

ah ecco
lo direte, quanto rompe
‘sta capapersa per i miserabili
signori, avete forse mai provato
a non avere casa né cartone?…
ve le do io le feste
d’altari e panettoni
e ve lo meritate quel pastore
anche l’osceno nano
che per avere il regno chiavi in mano
unge le serrature.

E ve lo meritate solo voi
che lo lodate
che vorreste emularlo il poco d’uomo
ma tanto mascalzone.
Io sono stanca assai del malaffare
tiro calci nei denti
non solo ai malviventi ma ai piagnoni
delle opere pie
dame di carità, sicari buoni.

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Codice binario

la mente appollaiata nel cervello
si ritrova smistata in parallele
tra blocchi di convogli
e l’ipomea fiorita di turchino
abbarbicata ai pali.
I trasformisti di parole
han tratto pietre e corvi dalle mani
scrivono falsi giochi
per le giurie di parte
donne dai cappellini di ciniglia
acclamano chi mente.
Le pagine innevate sono chiuse
ora i supporti hanno colori oscuri.

Ma c’è un riparo dietro le tempeste
parole assicurate
testimonianze certe.
Non ci sarà pietà per chi dispone
carte falsificate nella storia.

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Natale si scrive con la F

Oggi pensare
è come avere un fromboliere
tra una tempia e l’altra
i nomi accesi sulla lingua
ardere d’intoppi

ho punteggiato l’anima e la nebbia
di minuscoli scogli
che ci vorrebbe un litotritore
almeno a sforacchiarli
per far posto alle stelle

ai bambini innevati
che balbettano inviti al caramello
e
mai cresciuti
additano il lampione sottocasa
chiamandolo cometa
porto crani rasati, occhi smarriti
oggi che di pensieri
se ne fanno ghirlande sugli abeti

e le dimenticanze
hanno spruzzi di calce sulle vene
di quei bambini veri
che stanno con le mani annuvolate
a scorrere rosari
per una buona morte.

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Il burqa occidentale

È quando la commessa
ti dice a mezza bocca:
abbiamo solo taglie piccole.
e ti soppesa dalle spalle in giù.

O quando in ospedale
passa il primario con il suo codazzo
sei il numero del letto
discutono i tuoi mali in termini scientifici
che non capisci un ka…
ma se capisci
è meglio che stai zitta.

Se in coda allo sportello
ti passano davanti fino a quando
non t’incazzi di brutto
e allora sai che c’è?
Dovrei stilare pagine per secoli
enumerando visi e noncuranza
è zona nostra
questa sepolta nell’indifferenza
e forse la calunnia
a conti fatti
permette almeno di vedere gli occhi

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LILA (il Gioco: conoscitore – conoscibile – conosciuto)

Scruta la processione degli eventi
lima la mente
ardisce voli
oltre confini noti, mai s’arresta
Rishi*
me-sperimenta
entra di soffi e lampi
appercipiente

Tutto è li fuori
che comprende il dentro
essenza e non essenza
immota e semovente
Devata*
sé-contiene
sempiterna divina
appercepibile

S’adagia nella mente
assimilato
contenitore e contenuto
il diritto e il rovescio
Chandas*
l’anima che si espande
sapienza mercuriale
appercepita

*saggio, maestro, esecutore

* il Sé divino

*Vedanta: arte, poesia

Il termine Lila, in sanscrito, significa essere nel Gioco della vita, compiendo ogni azione in maniera naturale, senza condizionamenti, senza interesse personale, per il puro piacere di esprimersi in piena libertà di manifestazione.

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Per

Per quel che dura
brilla
brilla
brilla
anima mia
per quel che dura
vivi

Fosse l’ultimo bacio della luce
a bagnarti le labbra
fosse l’ultimo soffio sulla pelle
a farti donna
vivi
respira la lentezza
abbraccia il poco che ti arrende
il dove
il quando

stringi le mani a vincolare il tempo
configura lo spazio d’armonia
fosse l’ultima nota
a farti voce
non importa che fai minime cose
se non ti arrendi al come
è ancora vita

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Dissemplice

Tieni
reggimi il sogno
ora che s’è inselvatichito
mi grava nel cervello
ma ti avverto
non ha nemmeno un guizzo rosa
una ninfea di pennellate
e Monet è morto

cosa ti porgo allora?
Un rimasuglio asmatico di fiato
buono per farci un no
un sì ne chiederebbe troppo

hai mai saputo il tenero dei palmi
farsi madre e tempesta
o solo mani
per fingere che l’anima è carezza
mentre la vita è altrove.

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Spes ultima dea

Mimetizzata per non dare nell’occhio
frange di seta
un alfabeto bacio
la donna dai percorsi inconsueti
suoni vermigli al tocco
andante
largo
adagio
allegretto con brio
in semioscurità si proiettava
mentre precipitava l’altra voce
come un’inondazione al campobase.

E non smetteva di desiderare
qualcosa d’importante che irrompesse
da quella forma amata: un breve dire.
Lei farselo bastare.

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Il ver(s)o amore

https://i0.wp.com/www.artnet.com/WebServices/images/ll00459lld9SFJFgo2qCfDrCWvaHBOcq1xE/henry-john-dobson-cottage-interior-with-old-lady-and-child.jpg

Invidio chi conosce dell’amore
anche la brevità
lo spazio giusto di una prestazione
uhm
voglio spiegarmi meglio
                                        non intendo
quella toccata e fuga a pagamento
no
mi riferisco al grande amore
quello che dura almeno trenta giorni
eheheh
lo so che lo sapete
                         e mica vi sorprendo
mi faccio un po’ di conti
un giorno scritto per l’eternità
che vale un’ora
la relatività non è che sia inventata
d’einsteiniana memoria
teorizzata___________ ma non so
se basta averla letta
penso di no
Ofelia
che non sapeva nulla di tal cosa
invece d’annegare nel ruscello
poteva dare un calcio al prode Amleto
ma
forse in prospettiva
sarebbe stata solo un’attempata
donnetta a smerlettare fino a sera
così da morta
risparmiò ad Amleto
che non capiva niente della vita
di trovarsi accasato
a coltivare cavoli e marmocchi.

 

 

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Come in un portaombrelli

Sono fuori
come un ombrello chiuso quando piove
uno di quelli soli
che nel negozio non entra mai nessuno
forse dimenticato
e allora è meglio
vuol dire che la pioggia è già passata
mentre scorrono i titoli di coda
d’un madonnaro sopra il marciapiede
si sciolgono anche i visi
l’anamorfosi così ben curata
è sulla strada un pianto di colori

gli amici sono andati a fare festa
io sono qui
che aspetto un altro giorno
seduta sulla soglia ad osservare
chi spranga le serrande

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essere poeti

Sarò poeta
quando avrò scritto
il mio silenzio migliore

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Entrate e uscite

Entrate e uscite

Si vive intorno all’attimo
e le giornate sembrano rifugi
per non morire già nelle parole
ciascuno il suo minuscolo segreto
eternità compressa in poche sillabe
perché sempre
è comunque un’esistenza breve

pure quei segni sopraffanno a volte
divaricano braccia in modo tale
che sembra a noi di contenere il mondo

si sopravanza e si cancella
una remota identità
gesti che ci predissero il mattino
tazze di caffelatte
sbrigatevi ch’è tardi per la scuola
i ragazzi curiosi d’imparare
a vivere di niente.

Dove vanno le forme delle cose
i corpi uscenti?
Resta di loro un filo di pensiero?

A dire che sarà ciò ch’è già stato
congiungersi nel punto
dell’alito che nasce mentre muore.

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Di passo

Scendono i piedi da soli
portano ignari la donna infranta
rabberciata alla meglio
sassolini non solo nelle scarpe
un po’ dovunque.

E perché, si chiede quella donna
perché non so fermare il giorno
né prendere il mattino per il collo
e strattonarlo fino a fargli male
a me le sciarpe in apparenza morbide
poi solo dio lo sa
quanto mi soffocano.

Sono mani di bambola
i rebbi delle dita
ad affondare di spietato acciaio.
I miei coltelli sono tutti finti
lame di carta e manici di pane
son da mangiare più che da recidere
curano l’anemia dei ferroprivi
– sideropenici, è certo più scientifico –

Scendono i piedi
in calighe palmate
l’anseriforme credula giuliva
osserva il cigno scrivere sull’acqua
ghirigori di voce disarmonica.
Il lago ha qualche segno sulle rive
schiamazzi di bambini
che corrono perduti a fare i grandi.

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Amabili quaranta, godibili cinquanta, plausibili sessanta, temibili settanta…

Infine sono età, ne siamo solo portatori ignari
credendoci evoluti in cartapezza
un angolo di cattedra
– oh, sì, mia cara, sono qui, ti ascolto –
ma niente, prof, era solo per dire
andare per settanta, quale fortuna dicono gli amici
ma questa cifra non la so vedere

– Tu non capisci d’esser prediletta-
Ah sì? Non me ne sono accorta e mi perdoni Dio
o chi per lui, se mi rimane il dubbio
che sia la vita a non contarla giusta.
Avere un corpo
sapete quante cose
ci si possono fare con un corpo?
lo si può accarezzare, alimentare, amare
curare, profumare, inghirlandare
lo si può adoperare, triturare,
ridurlo a scaglie oppure a quadrettini
discioglierlo nell’acido, farci pure il sapone
sentirlo spasimare urlare crepitare…
– Puoi smettere, ho capito –
ma certo, prof, lo si può tacitare.

E l’uomo crede ciò come una sua invenzione
invece ha predisposto tutto Dio:
un corpo lo si forma dentro un corpo
e questo è il primo abuso
lo si espone agli attacchi dei batteri
dei virus, delle cellule impazzite
lo si fa stare immobile, interrotto
dall’alto tradimento della vita
o tranciato di netto
infine lo si priva del calore
e quello che fu un uomo
diventa cibo ai vermi oppure cenere.

Allora, prof? se proprio mi volesse interrogare
è questo l’uomo:
Prêt-à-Porter di carne tremula
sullo chassis di ossa.

– Ma… siamo il pensiero! –

Già… l’ennesimo mistero.

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