Obsolescenza della lungimiranza

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Suggerimenti d’acqua e sospensioni

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Quatre-vingts

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Cominciato per dire, finito in Géricault

cristina bove

Voglio scrivere anch’io lunghi paragrafi
con citazioni di latino e greco, frasi dotte
– tanti autori hanno dato forfait nella mia testa –
io per studiare ho avuto giorni avari
e per avere almeno un’infarinatura
in sere e notti, quando i figli dormivano, leggevo
pensa un po’che follia, la storia tutta
i tomi ponderosi grigioazzurri
della letteratura di garzanti
poi quella del pensiero filosofico e scientifico

se vi dicessi d’aver capito tutto
sarei ridicol_mente menzognera
vabbe’, volevo tracannare il mondo
incamerarne pagine su pagine
facevo indigestione di nozioni
che mi colonizzavano scomposte.

Qui metterei degli asterischi
*
se me ne ricordassi
ma tutto s’ingarbuglia, una matassa di cognomi
inglesi, americani, il primo novecento
grandi poeti letti in pochi versi
senza approfondimento, quello manca.
Spaziare tra le discipline fu caotico
memorizzare ancora più difficile
ma si sedimentarono vivendo, in regioni mentali
d’un pensiero ribelle.

**
Scrivevo di emozioni, nel frattempo
senza…

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Disaccumulatrice seriale

Ho visto un reportage
c’era una casa zeppa d’ogni cosa
sembrava una discarica
di scatole indumenti sacchi e pacchi
dal pavimento al colmo del soffitto
vasca lavelli tavoli scaffali
mucchi perfino sulle porte
la giornalista procedeva a stento
dietro la donna che spostava i mucchi
quel tanto da passare
e le mostrava il covo del suo letto
_ dormiva tra cataste di giornali e panni sporchi
come una mosca in trappola_

guardavo e mi sentivo soffocare
a immaginarmi persa in quell’ammasso
io che da sempre vivo nell’opposto
mi libero del vecchio, mi diserto
di volta in volta ho abbandonato case
arredi e suppellettili
conservo solo libri, qualche oggetto
che mi ricorda il mare, i figli piccoli
castelli sulla rena
una conchiglia, una radice insugherita
_ne trassi una minuscola scultura_
poche fotografie, lettere di…

tendo a ridurre al minimo i bisogni
se fossi una cipolla
sarei soltanto il centro delle sfoglie
ma sono invece un’isola
in mezzo a un mare-amore
inestimabile

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Ladra

 

fin dal primo vagito
afferro il mondo con i sensi
_principalmente gli occhi_
quale rapace animula vagante
che abbranca, una rapina dopo l’altra
immagini, respiri, amori, morte
la bellezza crudele
la bruttezza salvifica

ho preso agli altri
vicissitudini e pensieri
ho fatto mio quanto di più ineffabile
mi giungesse da loro

se pure ho dato
è nulla confrontato a ciò che ho preso
il mio destino intanto si fa chiaro:
merito molto più del paradiso
_castigo di melassa insostenibile_
perciò sarei propensa a un riciclaggio
o una coatta imposizione a rendere
quanto sottratto e ricettato a vita
scomponendomi in sillabe di luce

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In sospensione

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Autognosia

a definire ciò che si riflette
_specchio delle mie trame_
il bianco si fa labile
quasi che il dissuasivo delle forme
potesse contrastare il mondo solido
portarmi oltre l’immagine:
mi tocco il viso
imparo l’imperfetto e l’illusorio
lo scarmigliato esistere di nuvola
i lineamenti fluttuano
sotto le dita di bambagia
e sono
tra una folata e l’altra
l’incongruenza d’un pensiero saturo
tra dissolvenza e imperativi organici

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Ornitoverso

un merlo
entrato a tarda sera nella stanza
_anzi una merla:
piumaggio marroncino e becco pallido_
che si dibatte tra pareti e porte
un po’ stordita
volteggia e non imbrocca la finestra
mi somiglia:
c’imbattiamo in ostacoli siffatti
che basterebbe un giro corto
tra parallele arrese
_il paradosso delle convergenze_
per diventare un punto o un’onda
nel collassare d’una nana bianca

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Sfilacciamenti

vanno a smorzarsi curve ed angoli
simulando di noi forme sommesse
approssimate per difetto ai giorni
noi che in assetto di evasione
_lenzuoli dalla trama diradata
nodi su nodi appesi alle finestre_
ci sporgeremo esausti
frange di gesti
erosi dalla polvere
                  
tempi di consuntivi
imprecisioni sensoriali
assenze tattili
in uno sfoltimento di pensieri
in una dispersione di molecole
eppure un luccicare insospettato
traccia di noi l’essenza delle stelle
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Vita assistita

ignara dell’inizio
ripercorrendo ciò che la memoria
ha consentito
mi vedo uscire indenne da ogni sorta
di malattie, di sbagli, di pericoli
_tipo mister Magoo_
sul punto di cadere, il piede in fallo
presa per i capelli e tratta in salvo
da presenze-madrine che mi assistono
fin dalla culla
nella costante oscillazione
tra il limite del corpo e l’ineffabile

m’ispirano di versi e di pensieri
stanno di guardia alla disperazione
suggeriscono:
– qui sulla terra tutto è vivibondo
sembra in attesa della sparizione
ma in verità, malgrado le apparenze
non si estingue –

siamo respiri a margine
prossimi al primo soffio d’infinito

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Zone d’ombra

sequenza di parole
interpunzioni tralasciate
_a definire basta il nesso
la congiunzione il termine appropriato_
se mai sopraggiungesse
la sospensione a tempi più propizi
ci si potrebbe incavolare per
l’occasione mancata
tuttavia
mi mando a quel paese
in piena autonomia

se non fosse impossibile
mi aspetterei di spalle
per darmi un calcio in c.lo
_se fossi un po’ più libera
diciamo bukowskiana
tolto il punto
avrei dovuto osare la vocale
per risparmiarvi un quiproquo di cielo

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Planitude

riflessi il mondo e il cielo
in acqua tinta al blu di metilene
varchi in attesa della ripartenza
          placidità dell’onda
          connessioni di luci
          viversi al meglio delle circostanze
          rimandare gli addii
          si salperà quando le vele al vento
          saranno ali mimetiche
e sulla scia dipinta nella sera
si volerà nella tranquillità dell’ora
verso un azzurro mai dipinto prima

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Nei giorni

Sono stagioni tristi
dal ticchettio metallico
_datazioni di ruderi e massacri_
sepolte nelle tasche
didascalie per non viventi

non tacciono i tamburi della guerra
anche se alziamo gli occhi nell’azzurro
_l’impotenza disarma il calendario_
la distanza che tacita e distoglie:
cose dell’altro mondo
assunte ogni mattina col tg
mandate giù di fretta col caffè
scarsamente efficaci a dar la sveglia
_un suono d’agonia ci toglie il sonno_
il vaniloquio smorza il rimbombare
cade
ed anche noi moriamo con chi muore

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Di proroghe ed epiloghi

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Resilienza

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Nirvana

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Il tempo

 

quando proiettavamo nel futuro
i nostri sogni da concretizzare
i nostri amori ancora da venire
sembrava lento
quasi non ci volesse trasportare

ci regalò stagioni colorate
ci permise l’amore e il generare
la conoscenza, l’arte di comprendere
ma nel bel mezzo che
s’imparava ad esistere e resistere
mise la quarta e filò via
gravandoci di lutti e malattie

adesso sembra troppo
quasi un nonsenso, eppure
è l’ultimo tesoro, ci è concesso
ne abbiamo l’esclusiva
ma non possiamo tramandarlo ai posteri
non possiamo lasciarlo a chi amavamo

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Come una lepre marzolina ai box

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Il teatro delle Nuvole

https://patrimonio.archivioluce.com/luce-web/imageViewPort/720?imageName=Teatro\T001\T00000086.jpg

Abbiamo recitato tutti i numeri
tirato scene, addizionato repliche
un occhio al muro d’ombre
_l’altro allo sfondo e alle comparse_
narrato storie dal comune epilogo
divagazioni enfatiche
di finti dicitori

è qui il teatro per mistificare
l’inizio e l’assemblaggio del reale
le malattie la guerra i morti i debiti
ciò ch’è donato e poi sottratto agli uomini
_la vita è una tirata da istrioni
tragicommedia in atti e fatti_

l’inganno è il nostro farmaco
la sua efficacia comprovata:
siamo giullari alla mercé di numi
indaghiamo sui “salti delle pulci”
sul ronzare di mosche e di zanzare
senza la buca del suggeritore
rappresentando ruoli
fino al calare del sipario

 

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