Niente e nessuno è stabile

lasciare andare
mobili ed immobili
prima che sia la vita a dare sfratto
a sparpagliare i loro e i nostri atomi
siamo mutanti e provvisori
mai gli stessi
seppur convinti d’essere stanziali

fasce di noi in frammenti
saranno forse anelli di scintille
intorno a un mondo:
gli abitatori avranno cannocchiali
esploreranno il cielo
esprimeranno forse desideri
come facciamo noi con le Perseidi
e noi saremo _chi lo può smentire?_
stelle cadenti in qualche ignoto cielo

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Al dunque ci si arriva

 
quando ogni dunque non ha più importanza
ma fino a quando un guscio sia una casa
fin quando una parola dia sollievo
una carezza dia valore al giorno
possiamo fare a meno d’indagare
tenendoci al riparo da risposte
 
pertanto
nel proseguire senza il come e il quando
comunque si concluda la vicenda
siamoci cari
amiamoci lo stesso
 
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un gradito revival

a cura di Doris Emilia Bragagnini su Neobar

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Sea-room

Nelle stanze si affonda e ci si salva
sulle rive dei mobili
a volte si riemerge tra le tende
parole vanno e vengono
tentano lo scandaglio dei pensieri
smarrite nei meandri della mente
finiscono spiaggiate sui cuscini

fin quando appare il faro
scarabocchiato da un bambino
e il capitano
accosta sottovento un foglio bianco
vi scrive un ancoraggio di silenzio

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I ranocchi non sanno il principese

Nel fango del fossato
parlano il pantanese
e bevono pastrocchi al piano-dar
_dare le solfe, rime, pergamene
redatte nel giurassico_
se sapessero quanto c’è di zucca
nei crani ripassati dall’età
_corone e scettri ai cromosomi che
fan corpi sfatti e facce cavalline_
saprebbero ch’è meglio un rospo a tavola
d’un bacio stregonesco
che li rendesse pargoli attempati
re travicelli di giustiana fama.

Quelli che invece sguazzano pimpanti
in acquitrini rogge e altri canali
scriverebbero versi per i posteri
versi da bofonchiare, tutti uguali
banalità con enfasi rampante
rampolle di pocaggine
come diceva la poeta amica
_un po’ ne invidio acume e dipartita_
anzi diceva di poraccitudine
confermo ogni insostanza

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E mi guardavo fare

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Le forme e le nonforme del reale

Prendiamo l’acqua:
solida e consistente se ghiacciata
inafferrabile quando liquefatta
e pure essendo sempre H₂O
quando c’è l’una non appare l’altra

prendiamo l’uomo:
il corpo sensoriale percepibile
il pensiero impalpabile
eppure fatti della stessa essenza
concreto l’uno, l’alto rarefatto
_ma varcheranno insieme quella porta
che forse li trasforma in altro esistere_

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Normalità

Normalità
del sé che dialoga
con l’altro sé che tace ma acconsente
e nello sdoppiamento si palesa
a tu per tu con l’io semplificato
accede a densità complesse, ma
contro rarefazioni metafisiche
affronta il caso e la necessità
l’ombra e l’attesa

ed è scontata in noi l’ora del mai
la non domanda a tutte le risposte
e smemorarsi tra la notte e il giorno
sperando d’arrivare alla chiarezza
lontani da illusioni ed allusioni
_io qui ti sposo, me stesso in questa vita
nella cattiva e nella buona sorte_

 

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Spifferi

dalle persiane d’un balcone a sud
_versi per liste_
prima che nelle fosse approdino
e che bandierefazzoletti accusino
chi se ne lascia contagiare _ma
ruba l’idea_
che poi li vedi disegnati e scritti
copincollati in fabbriche di carta
           per cure alternative
          medici senza scrupoli pre_scrivono
          controfirmando le ricett(e)azioni
          da medicine doc a farmaci generici
mentre malata d’utopia
combatto virus di parole e
assumo cucchiaiate di scirocco

Settembre 2016

 

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La falla nel pulviscolo

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L’arte è un sublime mezzo di trasporto

  un’anta a specchio
poggiata alla parete
riflette una figura, me la spaccia
per una spia venuta dal passato
pertanto se recrimina il remoto
della rinunciataria acquisizione
_se avesse mani
mi punterebbe il dito accusatore_
io me la svigno
mi perdo nella rete
mi lascio andare al vizio di conoscere
musica eventi immagini
mari montagne spazi ultragalattici

e quando sopraffatta
dall’ immensa bellezza d’ogni vita
dalle visioni audaci dei poeti
da sinfonie immortali
avverto un capogiro
una felicità da mancamento
un senso d’ultraumano

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Per adesso

Per adesso
mi sento come un cespo d’insalata
resisterà nel frigo qualche giorno
_inesorabilmente si appassisce_
lattuga e vecchi si diventa crespi
predestinati al rito del riciclo
refrigerati nel rifugio adatto
per adesso
preferisco una maschera fiorita
da Pierrot
che al posto della lacrima
ha un gelsomino sulla guancia
un quadricuore acceso nella stanza

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Memorie d’infinito

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Obsolescenza della lungimiranza

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Suggerimenti d’acqua e sospensioni

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Quatre-vingts

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Cominciato per dire, finito in Géricault

cristina bove

Voglio scrivere anch’io lunghi paragrafi
con citazioni di latino e greco, frasi dotte
– tanti autori hanno dato forfait nella mia testa –
io per studiare ho avuto giorni avari
e per avere almeno un’infarinatura
in sere e notti, quando i figli dormivano, leggevo
pensa un po’che follia, la storia tutta
i tomi ponderosi grigioazzurri
della letteratura di garzanti
poi quella del pensiero filosofico e scientifico

se vi dicessi d’aver capito tutto
sarei ridicol_mente menzognera
vabbe’, volevo tracannare il mondo
incamerarne pagine su pagine
facevo indigestione di nozioni
che mi colonizzavano scomposte.

Qui metterei degli asterischi
*
se me ne ricordassi
ma tutto s’ingarbuglia, una matassa di cognomi
inglesi, americani, il primo novecento
grandi poeti letti in pochi versi
senza approfondimento, quello manca.
Spaziare tra le discipline fu caotico
memorizzare ancora più difficile
ma si sedimentarono vivendo, in regioni mentali
d’un pensiero ribelle.

**
Scrivevo di emozioni, nel frattempo
senza…

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Disaccumulatrice seriale

Ho visto un reportage
c’era una casa zeppa d’ogni cosa
sembrava una discarica
di scatole indumenti sacchi e pacchi
dal pavimento al colmo del soffitto
vasca lavelli tavoli scaffali
mucchi perfino sulle porte
la giornalista procedeva a stento
dietro la donna che spostava i mucchi
quel tanto da passare
e le mostrava il covo del suo letto
_ dormiva tra cataste di giornali e panni sporchi
come una mosca in trappola_

guardavo e mi sentivo soffocare
a immaginarmi persa in quell’ammasso
io che da sempre vivo nell’opposto
mi libero del vecchio, mi diserto
di volta in volta ho abbandonato case
arredi e suppellettili
conservo solo libri, qualche oggetto
che mi ricorda il mare, i figli piccoli
castelli sulla rena
una conchiglia, una radice insugherita
_ne trassi una minuscola scultura_
poche fotografie, lettere di…

tendo a ridurre al minimo i bisogni
se fossi una cipolla
sarei soltanto il centro delle sfoglie
ma sono invece un’isola
in mezzo a un mare-amore
inestimabile

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Ladra

 

fin dal primo vagito
afferro il mondo con i sensi
_principalmente gli occhi_
quale rapace animula vagante
che abbranca, una rapina dopo l’altra
immagini, respiri, amori, morte
la bellezza crudele
la bruttezza salvifica

ho preso agli altri
vicissitudini e pensieri
ho fatto mio quanto di più ineffabile
mi giungesse da loro

se pure ho dato
è nulla confrontato a ciò che ho preso
il mio destino intanto si fa chiaro:
merito molto più del paradiso
_castigo di melassa insostenibile_
perciò sarei propensa a un riciclaggio
o una coatta imposizione a rendere
quanto sottratto e ricettato a vita
scomponendomi in sillabe di luce

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In sospensione

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