Come una lepre marzolina ai box

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Il teatro delle Nuvole

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Abbiamo recitato tutti i numeri
tirato scene, addizionato repliche
un occhio al muro d’ombre
_l’altro allo sfondo e alle comparse_
narrato storie dal comune epilogo
divagazioni enfatiche
di finti dicitori

è qui il teatro per mistificare
l’inizio e l’assemblaggio del reale
le malattie la guerra i morti i debiti
ciò ch’è donato e poi sottratto agli uomini
_la vita è una tirata da istrioni
tragicommedia in atti e fatti_

l’inganno è il nostro farmaco
la sua efficacia comprovata:
siamo giullari alla mercé di numi
indaghiamo sui “salti delle pulci”
sul ronzare di mosche e di zanzare
senza la buca del suggeritore
rappresentando ruoli
fino al calare del sipario

 

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L’effimero e il pantano

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Maggio dalle ombre lunghe

Mese di rose per antonomasia
è qui che si dichiara ai costruttori
d’armi _nei paesi di pace son le fabbriche_
guerrafondai per vocazione
e noi stanziali inermi
non possiamo proteggervi dal male
figli di tutto il mondo
né preservarvi dalle delusioni
ché ci sovrasta l’ansia
e l’amore non basta a fare tregua

noi madri sulla linea del congedo
vorremmo confortarvi
narrando ancora fiabe come quando
eravate bambini
ma questi tempi sono accidentati
hanno la crudeltà degli invasori
mettono a nudo la ferocia umana
l’avidità spietata _in questo mese
sbocciano sangue e spine_

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Consolazione

La cerchiamo nei gesti
negli sguardi amicali, negli abbracci
negli approfondimenti filosofici
ai piedi degli Dei _per chi ci crede_
scalando le montagne
scandagliando fondali
accompagnando voli nello spazio
ma è come dare un tocco di vernice
ad un groviglio

un essere fittizio
sembra abitare nella testa
attento alle rovine del suo corpo
estraneo ai fuochi divampati altrove
e nei raggiri di valutazioni
perde la propria vita
con quella di chi muore

conforto?
Proviamo con la musica:
il suono ci disgrega, ci conduce
oltre la nostra blanda percezione
nelle zone remote e sconosciute
d’altro esistere

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Sotto i portici di Via dei tribunali

i banchi della frutta
il salumiere e la panetteria
il banco del pescato
la bambina guardava incuriosita
i polpi ancora vivi nelle conche
le alici i capitoni il pescespada
i cicinielli bianchi e trasparenti
piccoli, così piccoli
da starci bene nella padellina
del servizio di pentole-giocattolo
avuto per Natale.

Aveva il senso delle proporzioni:
mentre la nonna cucinava sgombri
nella padella grande sui carboni
la bambina, sul fuoco quasi spento
metteva quella sua coi pesciolini
_in scala ridottissima la cuoca e il tegamino_

L’affascinava il mondo dei pastori
nell’immediato dopoguerra
anche l’argilla si centellinava.
          Pensava la bambina:
          se il fondaco, la strada, le persone
          fossero come quelli del presepe
          negozi e cose tutte in miniatura
          sarebbero bastati
          a sfamare parenti e vicinato

                        

       dalla raccolta inedita  “Coordinate semplici”

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Il senso delle lacrime

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Il Maestro dell’attimo corrente

L’ho incontrato sulla riva sinistra
gli ho chiesto perché mai
sul sentiero dei falchi finissero le allodole.
Taceva, mentre in livrea d’inverno
gli ermellini sgusciavano dal bianco
e cavalli a pariglie saltavano le siepi.

Ho chiesto
intanto che il mio piede si attardava
se ci fosse una zolla incustodita
o una crepa da cui nascere ancora.
Taceva e soppesava il mio sentire
con aria divertita.

Oh, maestro!
Tu vuoi che mi arrabatti a starmi dentro?
Che mi smarrisca nel mio stesso vuoto?
Ti prego, da questa confusione in cui mi perdo
rivelami chi sono.

Rispose: sei chi bazzica frontiere
in una zona equivoca, oscillante
tra due confini parimenti ignoti.
Io sono chi t’insegna a stare al centro
__sono il maestro della delusione__
ti consegno al fuggevole e all’eterno
________qui e adesso________

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Emeroteca senza le testate

 

“un’allegria portata bene”
così scrissi
versi raccolti senza alcun sistema
le mie scritture sparse 

un’allegria che ci nasconda appena
noi che il pensiero ci tradisce
fragili come siamo
     ci considerano forti, ma sappiamo
     qual misterioso impulso ci scansiona
     copiando di noi stessi vesti e tracce
noi che sorpresi siamo ogni mattino
di stare alla finestra della vita
quanto basta
     per essere lontani dalle guerre
     in casa d’altri
     diventate parole sui giornali

bocche rivolte in su: maschere greche
in un anfiteatro a tavolino
la recita di tutti i santi giorni
replicata a puntino

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come sogni

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Infinito verticale

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Attrazioni fatali

 

da quando il primo uomo  
sorpreso dal pensiero 
fantasticò di sogni e mondi alterni
alla ferocia subentrò l’incanto
al primordiale istinto il sentimento

così che tutti conoscemmo  
d’essere più di ciò che percepiamo
un corpo in sospensione
testa nell’aria e piedi sulla terra
tra il cielo che ci ammalia
e il suolo che ci esilia

imparammo il progetto e l’impostura
a camuffare istinti naturali
con tutti gli artifici del romantico
inzuccherando pillole  
per ogni amore amaro

e c’inventammo artefici
dal fischiettare femori al comporre
dall’afrore ai profumi più soavi
dalla terra battuta al materasso
dal fuoco nella selva al microonde
dal bofonchiare alla definizione   

eppure siamo sempre quel che siamo
la terra avrà la nostra polvere
il cielo i nostri sogni ed il respiro     
ma l’essere sospeso tra i due estremi
non radicato e non sublimizzato
estraneo a entrambi
è ancora imperscrutabile mistero

 

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Cannoni a primavera

Un fiore nelle bocche
girasoli su incrociatori e missili
sordine di papaveri ai rimbombi
e sulle vie
tornare a fare festa
chiacchiere nei mercati
chitarre e fisarmoniche sui prati

l’inverno degli dei
è la sola stagione dei tiranni
l’inferno degli dei
che salva regge e folli governanti
e lastrica vittorie
col sangue delle vittime innocenti

ed io che scrivo
lontana da quel gelo distruttore
so di quanto sia orpello la parola
e di nessuna utilità l’esiguo pianto
ma l’utopia è una macina di pietra
mi stana responsabile
in fuga da pensieri devastanti
perduta nell’oblio d’ogni mio fiato

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“Solve et Coagula“?

succede che m’incontro
passando tra le assenze di pensiero
_chissà dov’era che mi nascondevo_
e resto ad osservare le mie mani
dico mie
               ma è la parola “mie” che mi stupisce:
               mi percepisco estranea a ogni possesso
               alle funzioni, al corpo, al suo consistere

nella sostanza instabile e mutevole
mi sento immateriale
quasi nuvola
_la nuvola non sa d’essere nuvola_
e forse anch’io non so chi sono io

ci si cammina a fianco
l’una che scrive e l’altra che sfarfalla
in questa polimorfica espansione
                immerse in una nebbia tremolante
                 come il miraggio d’aria
                sull’asfalto rovente della strada

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su Versante Ripido

Sei poesie inedite di Cristina Bove, a cura di Giuseppe Martella, sul Blog Versante Ripido

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Approvvigionamenti

Quelli che arrembano scaffali
per rimpinguare le dispense
temono fame e sete, fanno a gara
a chi resisterà su questa terra
_se poi verrà la bomba, il bunker già
li aspetta con derrate in quantità_
staranno stretti tra parenti e amici
il tempo che ci vuole non si sa
per impazzire nell’oscurità:
il pane, l’acqua e tutto il resto che
sicuramente finirà.
                       
Allora metteranno il naso fuori
sperando che si possa respirare
_malgrado le tempistiche-degrado
si credono immortali?_
Non sanno che ci vogliono tre secoli
per degradare cesio uranio e iodio
che polveri pesanti radioattive
soffocheranno ogni forma di vita
che il mondo sarà un cumulo di cenere.
                             
Usciranno affamati dai rifugi
_sopravvissuti da sepolti vivi_
e non avranno il tempo di capire
che sono stati e che saranno ancora
inesorabilmente morti
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Tacita belligeranza

Le piume sono diventate piombo
il mare un affiorare di detriti
eppure solo ieri c’erano squilli d’acqua
le feste son finite
i fili conduttori della vita
stanno cedendo alla follia. Si sono visti
facinorosi a spingere colonne
“muoia Sansone e tutti i filistei”
forse un gigante in agonia
vuole altri morti a fargli compagnia

mai dire pace
_si sa ch’è una parola senza senso
se pronunciata tra le bombe_
diciamo che dei fiati in sospensione
non ci si fanno case né ricoveri
ed i versi, per quanto ci si sforzi
hanno sillabe monche insovversive
non scagliano che tiepidi reclami
ciclamini di burro agli uccellini
_filande di merletti ini ini_

Bisognerebbe fare una poesia tosta
di virgole e parentesi scagliate
quasi fossero fulmini
e rimandare a capo i carri armati
i razzi le mitraglie i gas nervini
scansando melopee, chiari di luna
tramonti e tutte le carinerie
_mandare a… Dio, se lo credessi, ma
da quella vacuità non c’è riscontro_
i figli morti sono silenziosi
lo strepito dei vivi accusa invano
le preghiere hanno un senso di stantio
scriviamo nella polvere

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Non prima dell’alba

 

Ho fatto un sogno questa notte
– verso banale, ne convengo –
pure non c’è altro modo per spiegare

mi toglievo le scarpe
percorrevo una strada tra le nuvole
poi mi fermavo quasi a riposare
in una strana luce

adesso so che non dormivo
e che la terra è un letto di memorie
da cui svegliarsi quando sarà l’ora

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Facciamo finta che tutto va ben

che le armi nucleari non esistono
che son finte le bombe e le uccisioni
che andremo avanti senza restrizioni
il gas lo troveremo sulla luna
grafite, caolinite, uranio, nichel
titanio, ferro e minerali vari
su Marte o forse Giove

che a fomentare guerre
non è l’Economia
_la corsa dei governi a conquistare_
e nemmeno che il popolo è sovrano
di processioni giostre e carnevali
se chi decide gli approvvigionamenti
arraffa dov’è meglio e dove può:
agisce per il bene del paese

facciamo finta che sappiamo che
senza il paese e senza chi lo popola
nessun governo avrebbe uffici e troni
enti, palazzi, presidenti e re
_lapalissiano_
ai posteri
abitatori di caverne e polvere
racconteranno i figli dei superstiti:
fecero finta che tutto andava ben

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Di_stanze

filigrane d’argento, i movimenti
un tintinnio di scaglie
serpentine le braccia
la donna tutta in un cappello
da spiaggia
l’uomo in costume blu
nel rosso tinto del giardino d’aceri
erano come foto arrotolate
banconote scadute nelle tasche

passarono quegli anni
ricordi di salmastro mare e calchi
di giovani sdraiati sulla rena

reclamava la vita
quasi a mancare il fiato
non avevano frecce direzionali
né calendari a chiedere una proroga
che venne ad insaputa
_li colse impreparati_

stilati in calce ai documenti
i nomi
persero i volti di riferimento
era calato il vento dei respiri
e si fu foglie
d’olivi taciturni nel parco degli addii

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