Sottomultipli ignari
di Cristina Bove
un piccolo ghiro che dipinsi anni fa su una “fetta” d’albero
mi sembra di buon auspicio per tutti:
che il nostro paese si svegli dal letargo.
Fu la sillabazione delle ore
a riciclare tra tegami e piatti
i libri letti – costolature verdeoro –
e dieci sguardi famigliari
a condannare da un balcone il volo
della ragazza ch’era carta straccia.
La cucina una pista di rullaggio
in effetti ci volle per l’abbrivio
solo uno schiaffo dato in piena faccia
e l’asfalto fu un campo d’atterraggio.
Tanto ci volle a ricapitolare
diciott’anni per dire che la gente
viveva di conformità mortali.
Se avessero taciuto quelle bocche
di farisei
di sepolcri imbiancati__ disse un tale
che poi ci regalò questa cultura
di sproporzioni ignobili
(ne paghiamo ogni voce)
e l’assistenza che le fu negata.
E ancora adesso
cosa interessa a chi nel calderone
rimesta tutto ciò che cuoce?
Dicono taci, dicono sei viva
ma che ne sanno gli animi di pietra
di quanto sia ostinato quel momento
che sempre e sempre si ripete__che
ti sveglia da cent’anni in piena notte
e
malgrado accorgimenti d’ogni sorta
malgrado meraviglie
torna malefico e puntuale
ed ogni volta
vorresti essere uscita vittoriosa
come dal cancro e da tanti altri mali
mentre quel salto là,
quello strappo dai propri stessi piedi
non lo potranno mai capire i vivi.
Quell’inverno di sole impallidito
quasi una luna diurna
pioveva sul sagrato e noi
Venivamo da quella scalinata
due ragazzi seduti a dirsi un libro
non sapevamo che sarebbe giunto
un giorno silenzioso e scompagnato
Sconfinammo
tenendoci per mano
:quanti colori c’erano a Tozeur
fasce di cielo sulle case bianche
ad Hammamet
ci spuntava la vita da ogni dove
niente che ci fermasse.
E siamo adesso in questa strana casa
incorniciati già dentro una foto.
C’innaffiano la sera
dimenticanze e fiori
Dormo a ponente
e non va mica bene
bisogna stare con la testa a nord
dice l’amica esperta del Feng Shui
ché se arrotondi le acutezze d’angolo
l’ottusità degli animi si stempera
allontanando le formalità d’impatto
l’altra diventa presto un’ombra
a chi voleva farne un’etichetta
:non ha trasmesso le parole esatte
e dunque
la cancelliamo con le rimostranze
camuffando gentili le apparenze
se per caso de_ludi
perdi la prima casa e la giocosità
s’oscura e tace
viene con fiori smorti
laddove la policromia quasi offensiva
offusca gli occhi
ora vorrei dormire
in questa stanza ch’è insonorizzata
da grossolane ecolalie
e mi dispongo con i piedi a sud
la fronte già baciata dalla luna.
“Nonatmosfera” di Cristina Bove
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Era una casa d’ancoraggio
dai vetri si specchiavano nel mirto
le lampade d’inverno
una veste da viaggio ricopriva
le mie spalle di notte
la voce ripeteva sempre le stesse frasi
alcune asciutte cadevano dagli occhi
quasi fossero spine a fare un pianto.
Mi tallonava con le sue cadenze
io l’ascoltavo quella voce amara
e mi stringevo al petto
la ragazza sconfitta
la dissuadevo dal tornare ancora
ma ogni volta
__per salvarsi la vita__ mi uccideva.
Quando le soglie delle case
stanno per sgretolarsi
e sui gradini
il cuore denso
le facce degli astanti
che poi saremmo sempre noi
ci ricordano muri di confine
tra le crepe
sfuggiti al torto e alle rovine
minuscoli furori __noi
che ci adattiamo al gelo.
Se fossimo davvero consapevoli di quale luce siamo fatti, non perderemmo mai la certezza che le coordinate quantiche dei nostri corpi sono forme in continuo mutamento.
Non essendo più ingannati dalle apparenze, ci ameremmo con rispetto e considerazione, ci perdoneremmo gli errori di percorso e ci aiuteremmo a vicenda quando il disegno attuale di ciascuno sta per sparire. Per riapparire, in chissà quale altra forma, e chissà dove, nell’infinito mistero dell’universo.
(E.Foscari)
Me ne starò da sola
nella quiete d’una stanza
dicono che finisca il mondo
se così fosse ce ne andremmo insieme
nell’ultimo respiro universale
forse m’alzerei presto per sedermi
rivolta ad est
ad aspettare il sole
che ci rassicurasse
e vivi o morti quindi sempre vivi
ci conducesse in orbite remote
in ogni nostra cellula il segreto
sarebbe rivelato
e un’altra vita ci sarebbe ancora
quando perduta la fasulla meta
ci resterebbe l’io senza paura
umanamente singolare
divinamente plurimo e immortale.
non perdetevi questo video, mi raccomando!
.
formato biglia
gira e rigira intorno all’argomento
nella sferetta di cristallo fiocca
sulla metà notturna della mela
una vela l’appanna
il chiuso tondo
basta sentirne il battito
il suono dei meandri a note gravi
germogliare di neve
a ogni caduta
capovolgere e attendere
che le certezze vengano dismesse
e il dubbio venga
a porgere altro aspetto
noi che pioviamo inclusi
nella materia sconosciuta
scossi
da chissà quale mano
(non mi chiedete spiegazioni: è stato un sogno)
Vivevamo di quasi niente
io e io
in quanto duplici e partecipi, ma
soggette a forza di gravità
così che divenire
andava in parallelo e le metà
dialogavano con
rispondeva talora un terzo incomodo
che non sapemmo definire
fino a quando
capimmo che nell’essere altro ancora
siamo una congettura
di cui nessuno sa
Che c’eravate da sempre
questo mi viene e il tempo
s’affanna a dare i numeri
siamo nel cuore dello stesso sogno
eterno__non ne sappiamo molto
i visi che li vedo trasformarsi
eppure sempre voi
le storie che vi passano col vento
e io con voi
forse siamo un composito elemento
un fiore a capolini e nessun centro
ma vi ringrazio d’essere passati
da questo corpo e averci fatto il nido
anche per poco
anche se andate sparsi in altre storie
siamo lo stesso polline di cielo
non ci sorprenderanno le stagioni
apparenti questa vita
ci ha regalato la necessità e l’appiglio
al filo che sorregge ogni esistenza
un ricamo di giorni
e l’immortalità dei nostri soli
a insegnarmi l’amore
voi
I fantasmi seduti sulle panchine vuote
ci sentono percorrere i viali
__e siamo noi, invisibili a loro,
vivi come ancora è possibile
nei punti cardinali, negli spazi
ridotti a poco più che commessure__
hanno gli stessi occhi di quando
squillavano colori alle pupille
e garofani rossi tra i capelli.
Siamo noi che passiamo
nel disinvolto incedere da morti
che ci sentiamo caldi ed esistenti
invece siamo nebbie fluviali
in questo esilio__ dove tutto appare
e nulla esiste
intanto che l’inganno ci trattiene
Loro
hanno la vita che li splende
.
le voci di sospeso andamento quasi
canoni duplicanti o inversi
e nei riquadri stelle di falsa luce
scese per le vetrine a farsi addobbi
per quelle stesse strade interminate
asfalto rosso sotto i nostri figli
in questo direttorio che beffardo
avanza e ghigna dai balconi vuoti
nessuna voce s’alza a dissonanza
una follia ci ha preso
chi nelle strade chi nella sua casa
essere uomini costa la ragione
per la discesa agli inferi s’è aperta
la sguaiata miseria del danaro
e la miseria vera ha ciechi gli occhi
le bare messe in fila nei salotti
le chiamano divani.
Quale sarà la veglia di un cenone
assiderati dentro, che non bastano abeti
o mele rosse appese alle ringhiere
a darci un senso che non sia di gelo
aperti gli occhi
incamminati verso barricate
inermi
mentre ci sfilano davanti simulacri e pupazzi
quanto ne avremo ancora, fiato
e voglia di serate dai profumi dolci
noi che la vita ci presenta il conto di favole imbelli
di primedonne morte in piedi
che predicano il senso della vita
e non sanno che il sonno è traditore
quali giorni avremo
se le sante ubriache danno il colpo di grazia
e ai maschi bellicosi fanno l’eco
e se nel discettare s’infarina
un fritto misto tesoretto canto frottola e verso
un pollice di troppo a quei signori.
Ora tacete, bocche di nullità: tacete nel letame
che amate e che vi nutre
ma non sarete, mai sarete, rose.
Che ne sarà di noi che seriamente
andiamo spersi e arresi ai dubbi
le caramelle andate di traverso e ancora vivi
ci perdoniamo i morti?
.
.
.
da MAM
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versi in transfert
Un'antologia permanente a cura di Sonia Caporossi
letteratura, filosofia, arte e critica globale
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sogna la vita, mentre la vivi, intatta. uno sguardo sul mondo, a cominciare da quello vissuto, per continuare con quello vissuto e sognato.
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