Un pianto da quattro o cinque lacrime
tra le cerniere delle ciglia
un dormire fittizio
la cronaca d’un dejà vu protratto – mi ascolti? –
sono di spalle
eppure non è da quelle zone inviolate
che prendi la mia anima, no
quella si ferma sempre intimorita, squietata
osa portare il colmo della vita
anche in un gesto raccontato, astratto
una stanza di frasi
e sul traguardosoglia della casa dire – ci sono
per poco
fammi un piccolo ridere
un qualsiamore da tintinnarci dentro
come un salvadanaio –
Cristina Bove: già di per sé questo cognome è alquanto difficile da portare (non immaginate quante volte ho dovuto sentire “t’amo pio bove”, dalle elementari alle superiori!), ma adesso è diventato ancora più ostico, visto che nel mio account di posta si divide tra una omonima pastora religiosa di culto protestante, molto impegnata nel sociale, e un’altra omonima che lavora anche lei nel sociale, sì, ma quale genere di assistenza… si può immaginare.
E io, tra una ministra di culto, e una dispensatrice di servizi, ehm, ad personam, devo scrivere ogni volta a Google di liberarmi dalle suddette omonime.
Per un po’ respiro, poi ricominciano a bersagliarmi. Uffa!!!
È come essere prigioniera di un nome che non mi appartiene del tutto.
Già in passato, quando nemmeno ipotizzavo un mezzo di divulgazione formidabile come la rete internettiana, ritenevo che il mio aspetto esteriore non corrispondesse al mio vero sé. D’altra parte, l’immagine che si ha di sé stessi è sempre determinata dai canoni estetici della comunità in cui si vive.
Parametri quali l’altezza, la magrezza, il portamento, ecc… se non coincidono con il proprio aspetto possono creare discrepanza tra il piano concettuale dell’io e la sua forma esteriore; da ciò, suppongo, nasce l’ansia di non essere come si “dovrebbe”.
Perciò mentre riesco a credere a chi mi attribuisce una certa intelligenza, non ne sono capace con chi mi ritiene bella.
Forse perché l’adolescente spaesata che mi è rimasta dentro non sa darsi ragione del male che può aver suscitato con la sua avvenenza. Le è più facile negarla. Forse.
Può sembrare strano che con l’età sia sopraggiunta finalmente l’accettazione del corpo.
So che è difficile credermi, eppure ai miei occhi l’aspetto di cui dispongo è migliore di quello della giovinezza, mi sembra di avere una grande dignità nel fisico provato da esperienze dolorose, mi commuove riconoscerne i segni che la vita ha inciso.
Da ciò scaturisce la mia consapevolezza che l’essere è ben altra cosa dall’apparire, ma che l’apparenza è funzionale all’essere.
E che, fosse pure soltanto una serie di coordinate quantiche, si esiste a prescindere.
Avvicendarsi d’erbe e letargo
nei giardini di pietra
la lucertola
con dita d’intemperie scava cunicoli
alle radici dell’inverno
i corvi tinti di catrame attaccano chi muore
tu
dimmi che il gelo ha frutti di cristallo
che i segni delle brinature hanno contorni lievi
non fanno così male
in questa mascherata di zucche vuote
tane di teschi.
E non abbandonarmi
quando gracida il vento dello scherno
alla caduta ininterrotta
il rosso del selciato il cupo stare
nei cerchi delle ortiche
e tutto questo dire
che mentre mi descrive mi dilegua
tienilo a mente tu
mia cara amica delle notti tristi e dei calvari
ricordale per me
le cose che chi soffia sulla brace dei roghi
vuole dimenticare
* da Rusalka di Antonín Dvořák (soprano Renée Fleming) i versi sono scaturiti dall’ascolto di questa eccelsa melodia.
e come il fiato non s’arresta mai
sublime disperato canto
mi fa tremare un che d’acuto al centro
poi si spande
__ taccia chi offende il suono
con frivolezze d’aria infesta__
metto distanza e mai vorrei colmarla
da borborigmi di cervelli vuoti
e note insulse
datemi pane vero
il mio noncorpo ha fame
d’altro
d’altro
d’altro
non questa mefitica pozza
in cui galleggiano tozzi di miseria grigia
maldestri tentativi per ritenersi
depositari d’ineffabile
detesto chi si mette al banco
con la merce scadente, anzi scaduta
e me che scrivo cose come questa
ma mi perdòno l’incisione ha un suo metallo infisso nelle vertebre e non s’addice alla signora il vanto
estrema sobrietà ci vuole e non
voce da rimessaggio
una zattera ansante nel torace
quasi affondata (a)mare forza sette
dalla tempesta di cambronnerie
salvami, voce!
Una di me è morta stanotte
io sto scrivendo al posto suo
l’altra però sapeva
che se fosse rimasto prigioniero
il suo respiro
__non si può dire altro__
avrebbe perso il nome ed il cognome
era di buio nel buio
e in apnea per qualche ora
qualcuno la chiamò
: un lupo sbatacchiava le serrande
proveniva da dimensioni oniriche
ma nessuna finestra combaciava
al suo ululato in fondo ai doppi vetri
si finse viva per un po’
in perpendicolare al senso inverso
dell’alito appannato
io la sentivo abbandonarsi al flusso
di nuove vacuità
gli uomini dai papiri arrotolati
s’affacciarono un attimo
per dileggiare quel momento e persero
ogni contatto con la verità
partivano per luoghi tristi di tavoli e di sedie
pronunciavano sbuffi di vapore
ai sonnacchiosi astanti.
Lei se ne andò da questa mia dimora viva
lasciandomi il suo nome
e la sua assenza
Avevo scritto un testo tosto
stavo per pubblicarlo quando
un improvviso capovolgimento
mi ha dirottata in piena sua immanenza
quindi vi scrivo questo al posto
senza indugiare giorni o mesi
senza essermi seduta a tavolino
_male, diranno i competenti_
io che non sono addentro alla questione
che vivo e penso sulle strade
anche se sto davanti a una tastiera
dico di me che gioco
e m’intrattengo con le cose pazze
le cose che non fanno, appunto, testo
e resto
sola con la mia testa, di cui pertanto ignoro
com’è fatta, essendo la visione circospetta
_mica mi fido tanto degli specchi_
e m’improvviso clown
augusto e bianco: la lacrima dipinta di pierrot
sta sulla luna
adesso qui
solo per dire che se siete soli
non siete soli ad esserlo
hahahahaha
che la vexata quaestio ha intrappolato
cervelli in quantità (scatole vuote adesso)
i crani
i nostri ancora pieni e labirintici _però_
“siamo sicuri d’esserci?”
Dall’articolo di George Musser su LeScienze Materia oscura: uno sguardo a un livello più profondo della realtà?
“E’ possibile fondere lo spazio-tempo: in effetti, è qui che lo spazio-tempo finisce.” (Erik Verlinde)
“[…]alcuni astronomi e fisici sospettano che la materia oscura potrebbe non esistere affatto. Se vedete che le assi del pavimento di casa sono imbarcate come se sopportassero un peso eccessivo, potreste dedurne che nella stanza c’è un gorilla da 200 chili. Non lo vedete, quindi dev’essere un gorilla invisibile. Non lo sentite, quindi dev’essere un gorilla silenzioso. Non ne annusate l’odore, quindi deve essere un gorilla che non odora. Dopo un po’, il gorilla appare così improbabile che iniziate a pensare che possa esserci un’altra spiegazione delle assi deformate: per esempio, che la casa si stia assestando. Allo stesso modo, forse le leggi della gravità e quelle del moto che hanno spinto a dedurre l’esistenza della materia oscura sono sbagliate.[…]
…
Il “mare” cosmologico secondo Verlinde: la materia ordinaria è l’onda in superficie, la materia oscura l’insieme delle correnti in profondità e l’energia oscura la quieta immensità marina. Verlinde va controcorrente non solo sulla materia oscura, ma anche su gran parte della restante cosmologia. Per esempio, ha reintrodotto elementi della teoria dello stato stazionario che la maggior parte dei cosmologi pensava di aver escluso negli anni sessanta. Nel suo modello, tutta la materia, sia ordinaria sia oscura, consiste di vibrazioni dei gradi di libertà sottostanti e perciò viene creata e distrutta in continuazione. In effetti, gli stessi gradi di libertà spiegano anche la materia oscura, unificando così tutte le componenti dell’universo.
Ciò che differenzia queste componenti è la rapidità con cui rispondono: la materia ordinaria è l’onda in superficie, la materia oscura l’insieme delle lente ma poderose correnti in profondità e l’energia oscura è la quieta immensità del mare.
La donna di settemila secoli
ascoltava
sembrava tutto chiaro
quando i notturni di sconforto
la fatica dei crimini ha momenti
che prendono alla testa
“Amica mia, c’è un altro me che non si adatta a tralasciare il mondo e nella tana da bambino vivo i miei lutti da leone stanco fammi appoggiare un attimo al tuo tempo”
La donna di settemila candidezze
legge nei suoi racconti in anteprima
tutta la poesia che non si scorge
nei battiti sconnessi
_non vanno pronunciati_
le piccole follie restano a casa
spavalde per un po’
niente di più
scivola nel silenzio il resto
da settemila secoli non piange
sulle luci interrotte______ storia di passi va
che s’allontana col respiro corto
ma sembrerebbe il vento
va
Quale misura umana un pollice
l’attenzione del singolo nel simbolo
mi piace
liked
t’ha messo le faccine
cmq nn ha nnt più da dire
sono rimaste ingiurie immotivate
le sparerà volgari
su chi vuole emulare e mai raggiunge
__l’invidia veste cappa nera
cappuccio da Ku Klux Klan__
dove non può arrivare
la volpe dice che l’uva è cattiva
con voce menzognera
blandisce cova desideri oscuri
perfino s’è ammalata per carpire
a colei che l’accolse e confortò
la buonafede
colei che adesso avendo visto chiaro
non vuole e non ha niente più da dire.
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