da Mauro Antonio Miglieruolo
che ringrazio della gentile ospitalità
cb
*
Per occupare meno spazio
per farla combaciare ai bordi
scritta soltanto a titoli
e nell’indice
il quanto e il come un foglio
di qualche vita parallela
vissuta di gerundi
endecasillabando le giornate
**
in certe stanze d’accoglienza
stampati alle pareti
sulle sedie sbilenche i viaggiatori
biglietti nella mano
glieli controlla il dazio del dolore
le domande taciute
incerottate fanno il girotondo.
Dietro la porta è il giorno prima
quando non si ponevano questioni
***
si riempiono sacchetti in farmacia
di medicine salvavita
come nel supermarket gli scaffali
non hanno donne nude ad ammiccare
accanto alle vetture
ma piedi in primo piano sui cuscini
giunture e panciasnella
da inclemenza
di maldamore più che malamore
****
ecco perché stratificata insiste
la notte dei ripieghi
il viaggio dalla sedia al comodino
anni di solitudine per scelta
costeggiando riviere moti ondosi
farsi carte da sbarco in un cassetto
e cosa c’entra lei
se in poco spazio accade tutto questo
se mai si ferma il mondo?
.
……….spazio
……….poi un altro spazio
di doppie assenze
messo da parte ogni progetto
non c’è alcun luogo per i suoi germogli
ridisegnata a china è fatica d’esistere
……….in sordina
dimenticata la policromia degli astri
……….solo la luna
fotografarla quasi di nascosto.
.
.
Nessuno può dire di sé “io sono” riferendosi al proprio corpo, che si trasforma di continuo, che non è lo stesso neanche un attimo dopo averlo pensato. Nessuno di noi sarà mai come prima, nessuno potrà mai fare due volte lo stesso respiro.
Siamo transeunti e mutevoli.
Attraversiamo il Tempo e ne siamo ogni attimo trasformati: allora, chi dice “io”?
L’anima, direbbero i credenti, configurandola esterna al corpo.
Quid, si potrebbe dire, nell’indefinitezza del termine.
Sapendo che la materia di cui consistiamo è un insieme di particelle, fotoni, muoni, bosoni, riconducibili tutte a luce, energia quantica vibrante, non siamo già da ora, nell’attimo presente, “altro”?…
La percezione di quel che siamo è il risultato dell’esperienza fatta, quindi del passato che, in quanto tale, non è più esperibile; tuttavia è stato il gradino che ci ha permesso la conquista di quello successivo. Quindi continuo movimento.
Eppure l’io di ciascuno tende a cristallizzare il sé in un concetto statico.
Un artificio che è funzionale all’addomesticamento della coscienza. I sistemi religiosi se ne servono per il controllo dei seguaci.
La storia, con tutto ciò che vi è connesso, alternanza di regnanti, sistemi filosofici, ideologie teoretiche e dogmatiche, è il risultato di adattamenti relativi al periodo in cui viene scritta.
Spaesati, per essere riconosciuti e accolti nel tessuto sociale, abbiamo dovuto conformarci alle regole e ai dettami dell’ambiente in cui viviamo, fin dalla nascita. E perfino quando conquistiamo la consapevolezza del condizionamento, ne siamo irrimediabilmente fagocitati e portatori.
Essere liberi è accettarsi nei molteplici aspetti della personalità e può essere frutto solo di una evoluzione costante. E la coscienza del bene e del male, conquista e retaggio dell’umanità dagli albori della sua comparsa sul pianeta, dovrebbe sostituirsi a qualsiasi credo cieco, essere la sola forza propulsiva dell’ulteriore cammino verso la Conoscenza.
Dovremmo rispettare ogni esistenza, riconoscerci in ogni manifestazione di vita.
E se pensassimo che una traccia di noi, fosse pure soltanto una serie di coordinate quantiche, è destinata all’eternità, è già nell’eternità, sentiremmo soltanto la necessità di amarci. E non certo di quell’amore sdolcinato e menzognero che il romanticismo storico suggerisce da secoli.
.
–
.
a mani spente
i mari blu dismessi e senza fari
le file sulla strada
qualcuno ha verniciato
t’amo e non t’amo_________ ma
finito è il muro
fantasma nel sentore di cannella
un soffio di bambù
fa ponte alla distanza
ammicca tra gli articoli di fondo
sa pronunciarmi il poco tempo
a vista
nel verdelume fisso
dormiveglia
.
timbrano l’aria luci tra le tende
un’ape ha chiesto d’essere ripresa
ho pensato allo scambio
io dentro il fiore e lei scattarmi foto
________al dio delle certezze
dare risposte umane
________ridicolmente umane
e stringermi l’abbozzo delle ali
nel più giallo silenzio
nella più strenua fissità d’insetto aptero
giusto il tempo dell’ambra che richiude
e prigioniera
in trasparenza fossile
paga l’eternità morte rappresa
donna per sempre
chiusa
nel cuore denso della resina
dicono quanto è bella la preziosa
cassa invetriata alla mia forma
bara del mio pensiero
e nella fissità dell’invisibile
affido agli occhi di chi guarda dentro
il mio nostro segreto intorno
a dire rose di grazia ma con che diritto
si ha l’accesso alle rose ripetute rose
di terrazzi e giardini e sono ovunque
e dico
perché la voce ha un timbro d’occidente
la mia voce sdraiata sul divano
e fuori c’è di tutto
corone targhe fili arrugginiti
le pervertite strade
il castello dei mortinpiedi e le latrine che
so per sentito dire
uccidono gli amori
a me che ho perso il conto dei pensieri
— stupido verso ma lo lascio—
anche perché son quasi giunta a conclusione
che si scrive per darsi arie di troppo
il poco ha povertà così banali!
sono milioni i derelitti i paria i senzacasa
a Dio necessitanti per
chiese conventi dame di carità mense e candele
abiti usati
i ricchi vanno ai concerti leggono poesie fanno politica
sono membri di consigli accademici
le sfilate di moda hanno le ciglia disegnate ad arco
collane e cavigliere
i poveri hanno soltanto le caviglie
come parlo di rose?
__________________________________________________-
esagero e metto anche una delle mie musiche strappacore
.
si viaggia con circospezione
per non correre il rischio d’inciampare
nel mondo che non ci riguarda, fuori
svezzano i figli con le corde, i vecchi
li portano allo smorzo
mi fa paura il dire e l’inveire delle sacre vestali
il malumore dei druidi…gli anatemi dai podi
un nome stretto nella mano destra
la carità pelosa di chi conta
bisogna stare attenti…e abbassare lo sguardo
c’è chi ti maledice se ottieni un po’ di luce
meglio parlare sottovoce
d’una morte annunciata
se dalle porte subito richiuse
girano chiavi nelle toppe…a quattro mandate
vacillo
la mano che fu tesa mi respinge
quindi mi scrivo in versi sincopati
e mi respiro piano
.
.
che le sillabe inciampino
le gambe che ricordi _o mia adorata_ sì, che le ricordo
i piedi
calzavano scarpine di lillà
nell’infiorata strada un vespero allungava di vermiglio
ombre supine
vedi
mostravano i risvolti d’oro antico i tomi
letti nei secoli dei secoli
ma quando
arriverai per farne il sunto? Quando
mia luce ossimora?
Lo so, prima dovrai spolpare e digerire
prima sarai nella fumosa casa dei detriti _ la guerra
ha le macerie d’ossa
la guerra di tutti i santi giorni feriali
le feste hanno sghignazzi dalle rupi
non chiedono perdono
agli inermi
quindi
non posso dedicarti più parole _ i lemmi sono
il disonore dei poeti
li traviano oltre l’anima
li asservono alle pagine
.

.
mancavano le note
il soffio………..la scalinata duplice
l’asmatico respiro
complice
di sere al biancoluna…. dagli spiazzi
s’affacciava per esserci
pulsantiera dai turgidi…… richiami
i capolini rossi in campo argento
fissi…………….le resistenze ignee
d’una ballata stretta tra le pieghe
della tela cerata
ascolta i cori taciturni………il podio
è uno spartito da sfogliare in piedi
il vento.………..lo stesso vento tace
se ci spaziamo dentro………..e se
non riempiono distanze……i salmi
nessuna voce intonerà……l’assolo
e resterà sepolta……ogni canzone
nella silente fissità…..d’un mantice
.
di questa vita che le avanza
quanto sia dell’ascolto divelto
dire che si espugnavano le rocche
allorquando le cose
facevano sperare garanzieda quella vita di lungimiranza
scriversi negli sguardi
un tratteggio incompleto……..ma la resa
aveva in testa un nome………..una veletta
a nascondere il viso…………….seducentee come fai a restare
così lontano dalle mie dimore
così lontano dala risposta…………………………….sospesa
sarà un’apocalisse……………..da borsetta
un rovistare……………………insufficiente
a

c’è un luogo
ai confini del mio posto racchiuso
dove coltivo microcosmi e spore
un sito
di parole piegate nei cassetti
come corredi inutili
una scala
.
Non c’è alcun dono che tu possa fare a Dio che è già tutto ciò che è.
E siccome è tutto possiede anche tutto, e non esiste alcuna cosa che non abbia, compreso te.
Quindi se ti doni, offri qualcosa che già ha.
Non ha bisogno di gratificazioni, essendo ogni bontà.
Non ha bisogno di preghiere, essendo onnisciente e quindi sa.
Non ti conduce al bene, perché è il bene e tu, essendo compreso nel suo essere, sei bene
Non ti conduce al male poiché è anche il male, e tu essendo compreso nel suo essere, sei male.
Dunque non chiedere la luce che già sei.
Non sfuggire l’oscurità perché senza questa non conosceresti la luce
Non credere che la tua anima sia separata dal tuo corpo, è tutt’uno
Non immaginarla angelica e radiosa a tesserne le lodi, è già anche ogni lode.
Non cadere nella depressione se pensi di essere una nullità al suo confronto
Tu sei una cellula del Suo tessuto infinito, ne fai parte, e sei indispensabile come ogni cosa che nella sua infinita sostanza si realizza e si trasforma, perché nulla finisce nella Sua-tua eternità
c.b. (ma anche tutti voi)
del trapelare cielo tra le scapole
degli angeli spaesati
inzaccherati fino all’osso sacro
sepolti nella carne
io credo
che se si percorresse tutto il mare
dalla ferita del cursore
apparirebbe il sole
.
.
sarà la giornata più lunga
sembrerà che ogni vigilia rimossa
ogni fatto incompiuto
abbia la stessa proprietà dell’accaduto
gli accidenti di sempre
meno che impronte sopra il borotalco
e i gesti
quel ravviare i capelli con le dita
l’abbraccio forte che non lascia andare
il disporre le rose dentro un vaso
e l’ascoltare denso, il senso che ogni cosa
ogni volo d’ephemera ogni suono
che fosse pure un lieve pigolio
ogni mela tagliata in quattro parti
fosse la stessa geometria dell’architetto
o un castello di polvere di riso
parole che si stinsero
pronunciate col margine di dubbio
ai propri morti ai vivi ai sordi ai venti
dopo
sarà come necessità conclusa
essere stati muti.
.
versi in transfert
Un'antologia permanente a cura di Sonia Caporossi
letteratura, filosofia, arte e critica globale
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sogna la vita, mentre la vivi, intatta. uno sguardo sul mondo, a cominciare da quello vissuto, per continuare con quello vissuto e sognato.
[è necessario che la poesia divenga un sintomo della realtà]
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