Canguri e buchi neri

 

 Se il sonno della ragione genera mostri
il sonno dei mostri genera la ragione
per effetto calzino rivoltato
scivolare di piede e di metafora
perennemente in bilico
la poesia è illazione sonno dei recettori
e nessuna giustifica da rilegarne pagine
in pelle di kanga roo           -non capisco-
dissero gli aborigeni australiani
alla domanda dei conquistatori
l’animale era là senza il suo nome e pare
non s’adontasse dell’anonimato

ma se ci addormentiamo sulle chiose
se pure ci chiamassero all’appello
in termini imprecisi
etimologicamente frettolosi
risponderemmo mogli per cappelli*

*(Oliver Saks)

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giovedì

sulla zattera di MAM

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Pot-pourri di voci confuse e lontane

catttedrale  by criBo

Avrei potuto chiudere i battenti
sulle giaculatorie
sui brandelli di santi nelle teche
ero troppo bambina
per rincuorarmi dal terrore
i capelli di stoppa i femori gli ex-voto
d’oro e d’argento imbalsamati nel
                                                 gelido marmo intorno
                                    cariatidi sorrette da cariatidi
                                        monache dai teli plissettati
                                                           un’ellisse di viso
dalla cappella dei Turchini  i salmi           affievoliti
finivano per strada
le voci bianche un mormorio fantasma.
Suor Anna aveva l’alito cattivo
suor Adelina invece
profumava d’arancia, gli occhi stretti però
chiudevano durezze.
                                         Ce ne andremo da sole come
                                      fummo cresciute in fretta, noi
                                                 che non avemmo padre
                                                  e troppe pseudo madri
ma   in fondo     per qualche nota seduttiva un foro
acuto in mezzo al petto          da morirci di schianto
vivemmo in solitudini affollate noi che crescemmo
presto            prima che il male oscuro ci prendesse
noi che dal gelo delle camerate
pettinavamo il cuore alle finestre           petali rossi
a tingerci le gote

la vita densa ci ha portato altrove abbiamo avuto figli e meraviglie e baci
tombe traslate e nebbia e ancora  mentre tutto ci accade e non si sconta
d’amnesia retroattiva il male avuto    che perfino l’abbraccio più amoroso
non potrà cancellare                                                                              non

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Sul Giardino

http://giardinodeipoeti.wordpress.com/2012/02/07/abele-longo/

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Ricordo d’inverno

Il freddo e la neve di questi giorni mi hanno riportata indietro di circa vent’anni, quando abitavo in una delle ville di un consorzio alle falde di Roccapriora.
La casa era piuttosto malandata, il proprietario ce l’aveva affittata così e avremmo dovuto pensarci noi a renderla vivibile.
Facemmo tutto quanto rientrasse nelle nostre possibilità per ovviare ai tanti problemi che di volta in volta ci obbligavano a correre ai ripari, tubature dell’acqua, caldaia da sostituire, pareti da imbiancare, ecc.
Anche il giardino diede molto da fare, alti pini circondavano la casa e abbracciavano l’immenso terrazzo di lunghi rami che dovemmo potare.
Di fronte c’era una villa pretenziosa i cui proprietari venivano solo nel fine settimana, ma restavano fissi per tutta l’estate.
La signora, una bella donna sulla sessantina, mi aveva offerto un paio di volte della frutta e mi aveva invitata a raccoglierne dell’altra dai suoi alberi stracolmi. Si mostrava benevola e comprensiva, mi lodava per come avessi ridato vita al giardino, perfino la vasca con le anatre e i pesci rossi, e di come riuscissi a portare avanti una famiglia numerosa come la mia, quattro figli, signora, e sempre puliti e ordinati, educati, come ero brava e chissà quante economie dovevo fare per tirare avanti. Però tutti quei cani, eh, mia cara, forse sono un po’ troppi, immagino le spese. Ah, credevo che l’aveste comprata, la casa! Che bravi a curarvene così anche se non è vostra.

Un giorno d’agosto, come facevamo di tanto in tanto, con figli e amici organizzammo una cena festosa. Lo spiazzo tra gli alberi e le aiuole si riempì di tavolini e sedie, furono accesi lampioncini colorati tra i rami, e lampade sui tavoli.
Le amiche avrebbero portato ciascuna qualche specialità.
Io avevo affrescato un’intera parete sotto il grande portico con una scena che pareva la continuazione del giardino.
Sul cancello principale avevo affisso un bel cartello: “Festeggiamo un giorno qualunque perché siamo felici di viverlo insieme”.
In piena serata, ricordando la gentilezza della signora di fronte, vado a invitarla.
Lei, con fare seccato mi ringrazia e aggiunge: ma come vi permettete di fare feste, invece di risparmiare e comprarvi una casa?

L’inverno successivo nevicò a lungo, tutto era immerso nel biancore ovattato e scintillante, spalammo la neve dal viale, mio marito riuscì a mettere in moto la nostra multipla e portare i figli a scuola.
Nella tarda mattinata uscii attorniata dai miei sette cani, bardata di piumone e pantaloni imbottiti da sembrare la réclame michelin.
Sulla stradina principale ormai sgombra di neve, vedo arrivare l’auto dei vicini.
Mi fanno cenno con la mano, si fermano. Dalle portiere aperte in contemporanea scendono padre, madre, figlia e figlio, tutti impellicciati, passamontagna e scarponi doposci.
Fanno una specie di sfilata, con la scusa di abbracciarmi a turno.
Tutto questo squadrando il mio abbigliamento molto, ma molto casual.
Stentai a trattenere il riso, mentre ripartivano.
Raccolsi un po’ di neve dai lati della strada e cominciai a tirare palle che i miei cani facevano a gara ad acchiappare al volo.
Tornati a casa, accaldati e scodinzolanti, mentre riempivo ciotole di croccantini, suona la campanella del cancello.
È la vicina, sempre impellicciata dalla testa ai piedi.
Senta- mi dice- questa è un’occasione da non perdere, per lei e per la sua famiglia, sono un po’ fuori moda, è vero, però sempre pellicce.
Aggiunge che se ci fossi andata a nome suo mi avrebbero fatto un ulteriore sconto.
Le rispondo con garbo che per scelta personale non ne indosserò mai. E che sono anche vegetariana.
Stavolta mi guarda con disprezzo e se ne va scuotendo la testa nel colbacco.
Da allora niente più frutta. E nemmeno il saluto.

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Apparenze contrarie

il sostantivo raggio
imperfetto
che pure apparteneva di sicuro
al sospetto destino delle forme
ai silicati d’invetriate spore
-s’era di quanti e quanti già d’allora-
è sulla soglia nudo
bacia
chi di fatiche ha calendari e chi
dismemorata
ebbe il suo dire al vento

chiamando d’altri nomi un paradiso
piccolo da fiammifero
il suo piede d’arcangelo confuso
stretto nell’uscio tra
la zona franca delle parallele
gli scambi d’intuizione
l’essere figli d’universi alieni

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Bazar

.

un cielo d’ordinanza incombe a neve

illunamento

occhi di cerva scrutano la siepe

rifrazioni di lampade

ultrasuoni

la mia bocca un’impronta nella cera

.

compro al di qua degli attimi

una cesta di nuvole

da consegnare al vivere

e una lampada immagica

privata del suo genio inadempiente

.

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le segnalazioni di Renzo Montagnoli

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.

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giovedì

l’avevo dimenticato:

http://miglieruolo.wordpress.com/2012/02/02/ceci-nest-pas-une-femme/

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Smemorandum

porfido e petali - c.bove

.

Una buca per ore piccole
scavata con le mani              lei
ci seppellisce occhi di bambola
trucioli  di falegnameria
mappe degli espropri di casa
_ a Napoli o a Salerno_ gli antenati
impassibili alle furfanterie
favorivano i ladri.
La madre disse che s’invecchia quando
sono gli altri a invecchiare
quando ti guardi nello specchio e attendi
che si svolgano i fatti
i patti essendo nulli
il Poeta sapeva che dal colle
smentiva d’infinito ogni esistenza

animula vagula blandula
le colonne resistono         i graniti
fioriscono nei secoli sempre gli stessi acanti
gli archi danno la forma all’aria intorno
__imperatori o scalpellini__ i nomi
li polverizza il tempo
e la dimenticanza

.

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L’arca non aveva posti a sedere

i mangiatori di salep
ebbero giorni d’acqua
velari aggiunti dalle nubi basse
a proteggere il sonno dei conigli
da sciacalli e leoni
tra_versi a masticare
radici d’orchidea sull’Ararat

le donne ebbero lenze da calare
ai pesci stupefatti sopra il monte
tutto era mare e senza alcuna ombra
attesero il ritorno della terra
per abbigliarsi ancora a fiori gialli

misero sogni in cassaforte e mali
da non saperne i nomi
lordure fino al sommo dei pinnacoli
le vie della discesa o dell’ascesa
fisse in un muto spazio

ardirono  approdare in porti ostili
racchiudere nel cerchio ogni esistenza
eludere le fiere dei gironi
affamate d’inferni e paradisi

i relitti e le impronte degli dei
sulle rotte acherontiche di sangue
affioravano in grembo alla pangea

persefoni in gramaglie
aspettavano il sole.

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D’insostanza

elaborazione grafica di una mia scultura

“… soltanto i fatti contano, soltanto i fatti debbono contare. Noi siamo quel che facciamo. Le intenzioni, specialmente se buone, e i rimorsi, specialmente se giusti, ognuno, dentro di sè, può giocarseli come vuole … E’ l’anima che mente, non il corpo.”

Attraverso Candido, Sciascia esprime il suo convincimento: malgrado le sfortune  non è il male in sé che porta alla delusione, ma l’intenzione, che prima lo denuncia e  poi  lo promuove.

Penso che sia innegabile la distonia.
La si avverte soprattutto con l‘avanzare dell’età, quando il corpo oscilla tra levigatezza di pelle e primi cedimenti del viso e trova difficoltà all’adattamento ai nuovi aspetti.
Meglio sarebbe una metamorfosi totale: svegliarsi insettaccio cheratinoso, nero, e starsene in attesa d’un colpo di ramazza.
Senza alcuna sorella a prendere difese.
E invece bisogna adattarsi alle sequenze sempre più pressanti di un tempo che più che procedere tallona.
Ci scopriamo complessi strutturali e contraddittori, misteriosi, esposti a ogni evenienza, dalla beatitudine alla catastrofe.
Rendersene conto immobilizza e sgomenta.
Subentra la rassegnazione. A volte la disperazione. Non solo per sé stessi, anche per i figli; ci si può sentire colpevole di averli immessi in questa realtà inspiegabile, spaventosa nel peggiore dei casi, portatrice di morte comunque.
Scriverne è forse catartico, ma mi domando quanta aspettativa ci sia dietro le parole, se ciascuno di noi non preferirebbe a una poesia un abbraccio.

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Per dire sono __vista da dentro__
un fuggi fuggi di batteri
una colonia di sistemi organici
vorrei sapere quanto mi esisto nel
nittitare dell’occhio
pre-vedo fantasmi daltonici
sprizzare  sangue verde fieno
taglio di vene nel subbuglio
prossime le scadenze

scorgere da lontano l’uomo__senza corpo__
la testa con l’accento dei curiosi
farsi carta da bollo per
cospiratori poeti
boccacce con punteggiatura solenne
d’irreligiosità

sulla strada di polvere
non ha bisogno delle scarpe
la nostra voce scalza

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sPunti cardinali

https://www.idealwork.it/wp-content/uploads/2019/12/05_Relativita%CC%80.jpg

Sono giorni in dislivello perenne
le direttrici sfumano
poggiati alla barriera
preciterebbero di sotto appena si
volgessero le spalle
i dodici pensieri –come gli apostoli-
custodi dei sentieri apocrifi
che poi falsi di spazio e non
di vero scrivere sui muri striature di sangue
passaggi in galleria
le medesime cose starnutite dis_tratte

sono giorni di luttuosità permanente
tanto che
ci si convive ma
le conseguenze  hanno lacci spaiati
fiammiferi defosforati nei cassetti
e stanze appollaiate alle finestre
a nord dell’innocenza
a sud della disfatta
a est della miseria mai risolta
a ovest nell’attesa del capitolare il sole
come se mai di un’alba avesse il senso.

Portaci a giorni innocui
nascemmo per esilio di sorprese
__a noi stessi lo fummo__
appena c’incontrammo così nudi e raminghi
da non avere un nome da coprirci
durevolmente il capo
siamo fumo di quelli che le nuvole
inseguono con scarsa simpatia
e non abbiamo ancora concepito
un progetto di noi che ci sottragga ai tuoi.

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da Mauro Antonio Miglieruolo

l’appuntamento del giovedi

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Il peso della stoppia

una linea ch’è quasi un refuso
il tempo che incornicia il rigo
_____astratto si dispone_____
comparativo
boccheggio in un pagliaio
sono l’ago perduto
nelle volute amnesiche svaniscono
scenari e volti incisi
mai veramente visti fino a dentro
affondati nel vuoto tra festuche
sparizioni di teste
ricerche approfondite
non danno risultati
la cruna è un paradosso da fienile

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Plurime d’improvvisi sprazzi

La mia mente è un pagliaccio
crede serio il pensiero, non
sa che giravolte equivoche
occupano gli emisferi cerebrali
                                    crede pure di esistere
                                    il che farebbe ridere gli dei
ma essendo doppio e triplo
anzi multiplo di
se già m’ignoro in qualche scappatella adesso
un’altra pensa che
la vita è bella
                                    ed è qui la catastrofe
                                    la nostra bustarella dall’olimpo
                                    farci credere monocerebrati
                                    e non anfiossi
che già sarebbe civiltà morire in vesti giovani
e non eternizzare decadenza
tentativo indecente
d’una di quelle menti declassate e
buone per le brodaglie di coltura (cloni sapienti)
il genere che impera nelle mie molte teste
                                      l’obbligo di pensare
                                      qualunque cosa essendo manifesto
                                      che solo così si può concettualizzare
                                      l’immondizia
i teschi
sono vuoti a perdere
scatole prive d’ogni facoltà (niente di quel c'era)
e qui
vorrei mostrarvi tutti i contenuti
in avanzato stato di...
                                      ma
                                      mi
                                      ci                              
                                      vi
                                      perdòno esistere


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Layout di pagina

Appollaiata alla tastiera
inerme nel sostantivo femminile
ego da svendere in lettere e simboli
la barra spaziatrice avanza i suoi diritti
altrimentiscrivereicosìchepoisarebbeancoraleggibile
temo una spaccatura singolare
singola linea ____corpo ____ carattere
il mio
di corpo
è  quasi tutto in corsivo
non mi riposa necessaria mente andare a capo
di me
di me che rigo il vivere Arial 12
sono il testo di un giorno nel cestino
accartocciato da chissà che nume
intrinseca la sfida a eliminare

con me
tutti che andiamo di gennaio stesi sui margini
e ce ne stiamo in bilico ___attenti a quella virgola___
che
potrebbe spintonarci
giù
saremmo solo un numero
da indice

 

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Una mattina che

La felicità conseguita nell’isolamento dal mondo e goduta entro i confini della propria esistenza privata non può mai essere altro che la famosa ‘assenza di dolore’, una definizione sulla quale devono convenire tutte le variazioni di un coerente sensitismo. L’edonismo, la dottrina che solo le sensazioni corporee sono reali, non é che la forma più radicale di un modo di vita non-politico, totalmente privato, il vero compimento del lathe biosas kai me politeusthai (‘vivi nascosto e non curarti degli affari del mondo’). Normalmente, l’assenza di dolore non é altro che la condizione corporea per esperire il mondo; solo se il corpo non é irritato e, per l’irritazione, ripiegato su se stesso, i nostri sensi possono funzionare normalmente, ricevere ciò che si dà loro.
[…]
Lo sforzo mentale richiesto dalle filosofie che per varie ragioni desiderano ‘liberare’ l’uomo dal mondo é sempre un atto d’immaginazione in cui la mera assenza di dolore é vissuta e realizzata nell’impressione di esserne liberati”.

Hannah Arendt, “Vita activa: la condizione umana”

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che tentativo assurdo
voler comunicare
me ne sto qui che  mi strattono
per trascinarmi fuori
fuori il sole
mi spia dalle persiane
vado a farmi un caffè per non uscire
cado
dal sogno già dimenticato
__si stava così bene!__
le coperte si svuotano di me
che io non posso

accattono parole dal’eterno
impasto
caselle nere tutte
non c’è rimasto il tempo di una croce
sbarrata
fanne fascine – dice – quella sola
bianca (era un no)

mi stringo il corpo addosso
che sembra invulnerabile
__mi salverà il tallone
per uscire dal mondo delle forme?__
se dalle compattezze
è inefficace il verso formulato
il desiderio d’essere immortale
è
lama d’Achille.

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altri commenti interessanti QUI

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Accostamenti barbari

Respirano le falle
dagli scardinamenti dei cassetti
inverno da corredi d’aglio
e merletti___ gialli di tempo___
i cavalli normanni alle lor poste
arrivano improvvisi come ladri
senza sapere come troveranno
la casa
una strada perfetta o un mobile tarlato
una tavola adatta ai tiptologi
o un lettino di ferro
da scavarci il suo primo cuore come
la mozzarella fresca

una bambola cieca
ancora i boccoli
del mio bambino biondo platino

e mia madre che nemmeno è polvere
più
che durerà solo un pensiero

artificio di luce
cade la ragnatela__ prima dondola__
cerca di andare a capo

nei muri s’inabissano le voci
ma gli echi…
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e QUI il giovedì da Mauro Antonio Miglieruolo

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Circa (forse circo)

Immagine

Ora di punte infisse
ballano topi zingari nel muro
in ore antelucane arricciano le frange
e certo non è facile resistere
allo squittire ossianico
monotonia che affabula e sconcerta
__perché le cose sfumano e si stingono__

gli spiccioli raccolti per la strada
in mani sconosciute nel soqquadro
gemme di quarzo additano
a un’ospite affacciata – ormai lontana –
il tè fiorito d’ambra
consigli d’amnesie
__ma le cose taciute non si estinguono__

E c’è chi rischia il fiato
andando a meta
sotto uno chapiteau di scorza nera.

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Realtà parallele

È una continua meraviglia sentirsi attratti da altre menti semplicemente aprendo un pc.
La magia di questa finestra che può trasportare altrove, o far fluire il mondo nella mia stanza, mi entusiasma ogni volta che la spalanco e mi pare un sogno poterlo fare.
Nel comunicare il mio pensiero è come dargli volo.
Rifletto: quando mai avrei potuto conoscere le persone speciali che ho incontrato navigando per diporto, quasi senza rendermi conto che stavo toccando rive sconosciute di inaudita bellezza, angoli di mondo che mai avrei potuto conoscere altrimenti.
Ed è vita anche questa: ormai non faccio più distinzione tra le amicizie virtuali e quelle tangibili, per me sono reali tutte.
Alcuni incontri mi hanno arricchita, altri mi hanno fatto conoscere sentimenti che credevo perduti. Anche dolore, e comunque ancora vita.
Ho anche potuto apprezzare l’offrirsi di ciascuno negli aspetti migliori del proprio sé.
Non dipingo quasi più, guardo ogni tanto le immagini di alcuni dei miei lavori passati e sono felice anche di questo, di poterli condividere con gli amici del web.

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Sembravano vele (erano panni stesi)

Inverno ondoso nella tazza
del tè_____ limone o latte
mescolanze di luci è l’ora degli inglesi
petit beurre i biscotti francesi
pomodorini appesi alla finestra sud
quasi è meglio il caffè
per me che sono fiore di vesuvio
una bevuta lava

si metta pure comoda signora__lì
di spalle alla grammatica
dovessero sortire lemmi nuovi o
tentativi di scrivere stempiati di
capelli fossili
stacchi da manovrare con circospezione
la mia poesia fa sobbalzare
lo so
ma non s’inclina né
s’inchina
scrivo da centinaia di anni e ancora
non avendo studiato altri poeti
faccio cin cin all’ignoranza che
mi salverà
anzi mi ha già salvata da
contagi

bevo alla mia salute acqua di mare
nella mia tazza preferita blu baviera
e preferisco il sale
mio
al sal_____gemma di monti inospitali.

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