Al mercato (o era un teatro?) di Ica

Si appartiene alle cose
scrissi
anni o secoli fa ma non importa
se son le cose a divenire
e poi…
un avverbio di tempo e tre puntini
non si sottrae dal testo
solo riduce spazio
tra sipario e fondale

un pennacchio lasciato alle intemperie
in questo caso ai lampi
dei datori di luci
il trovarobe invece
s’è messo alla ricerca della selce
quella mai decifrata e controversa

io la vidi nel grembo della terra
un uovo inciso
nell’alfabeto delle rune andine
e sapevo che i glifi
recavano già un nome.

Ma si diffuse il calcolo di scena
la macchina del vento a sollevare
le gonne plissettate ed i capelli
e chiusi il pugno
a stringere il fantasma d’una pietra.

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Giovedì da mam

Ma i dugonghi gridano?

 

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sembra

qui

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Lo specchio e la polvere

Come si fa a sapere chi si è se non si sa altro di sé che un parapetto?
E la fuga nel vuoto di una galleria interminabile.
Sprazzi di una resa di pareti al tremito incessante della terra.
“Qui non spolvera mai nessuno.”
La voce della madre risuona nel tunnel in cui sta precipitando.
Poi il repentino cambio di direzione, corre nell’aria buia, verso l’alto. In quello che dovrebbe essere il cielo s’intravede un cerchio abbagliante. È uno specchio.
Nello specchio c’è una stanza. Nella stanza un letto. Sul letto una giovane donna.

Guarda la scena che sembra ripresa da un obiettivo grandangolare.
D’improvviso una spinta decisiva la catapulta nel corpo disteso.

Batte le palpebre, apre gli occhi, si guarda intorno: a destra e a sinistra file di letti di cui non si scorge la fine.
L’odore dolciastro del caprifoglio s’insinua nelle narici. Sua madre appare nella siepe che adesso sembra avvolgere il letto.
“Hai lasciato le persiane aperte – dice – e la polvere sta coprendo i mobili.”
Forse siamo tutti morti, pensa, e questo è quello che ci aspetta nel famoso aldilà.

Qualcosa di soffice le sfiora la mano, un piumino da cipria, il rosa fucsia del nastrino che qualcuno sorregge mentre le accarezza le dita.
Il beccheggiare lieve del materasso la riporta al terremoto di Napoli. Scendevano dalle case portando borse sdraio e cuscini.
Lei no, era rimasta sola sul terrazzo dell’attico. Le sembrava ridicolo tutto quel salire e scendere assecondando tregue e scosse.
Morirò precipitando, chiarì a se stessa, salterò prima che il palazzo imploda.
Appoggiata alla balaustra di pietra bianca osservava il porto semivuoto, navi e barche in lontananza.
Colombi e gabbiani svolazzavano scarmigliati dai cornicioni alla piazza.
Nel mentre, si aprì la crepa.

Non c’è rumore, solo il lento allargarsi della fenditura.
“Salta!” Il tono perentorio la fa sussultare, la voce di sua madre proviene da un punto imprecisato alle sue spalle, un’eco pare diffondersi avvolgendola.
Dalla crepa s’intravede qualcosa di azzurro.
La mano che prima reggeva il piumino adesso la sorregge, l’aiuta a mettersi seduta.
Gli altri letti sono vuoti.
Appare un giovane infermiere, è sua la mano, le fa segno di seguirlo.
Con fatica mette giù le gambe, i piedi toccano il pavimento caldo. Che strano, i pavimenti sono sempre freddi. Questo poi è anche morbido.
Infatti cede sotto la pressione.

È come avanzare nella sabbia molle della battigia. Le dolgono le gambe. La figura davanti a lei si sta dirigendo verso l’apertura.
Vorrebbe seguirla più rapidamente, ma il passo è sbilanciato e tutto intorno si va sfocando, si staglia invece sempre più nitido l’azzurro.
“Salta!” intima la voce.
Ma qualcosa trattiene le caviglie, non riesce a proseguire.
È la fenditura che adesso si avvicina, intagliata nella parete che avanza, la investe.
Un potente risucchio l’attira nel vuoto.

Fluttua, sospesa in un chiarore madreperlaceo virante al blu, avvolta da uno sciame di faville luminose.
“Ecco” la voce ha cambiato tono “lasciati andare.”
Le gira un po’ la testa, intorno è fantasmagoria iridata.
Davanti a sé ci sono delle forme familiari, i nonni, la zia morta giovane, alcuni amici e anche dei bambini.
Sembrano avviati verso un punto oltre l’orizzonte visibile.
Sono morta – le parole stentano a formare la frase, sono elastiche e fanno flop come bolle di sapone – siamo tutti morti.
“No, non siamo tutti morti, solo quelli che hanno il viso cancellato”.
Uno si è girato verso di lei, dalla sagoma le era sembrato un amico di suo marito, un beone attempato, ma al posto della faccia ha una piccola nuvola grigia.
“Non proprio un quadro di Magritte – dice la voce – dai dipinti non se ne viene fuori, da qui sì.”

La processione prosegue, nuvole o facce, le forme avanzano fino a sparire in una zona fosforescente.
“Qui non c’è polvere, vedi? È solo questione di fotoni. Particelle di Dio.”
“Luce – mormora tra sé – è tutto rifrazione e assemblaggio.”
“Giusto – dice la madre – dal DNA alle galassie.”
“Anche lui, allora”.
“Anche lui” asseconda la voce.
“Vorrei vederlo” il pensiero è stato veloce, non ha fatto in tempo a frenarlo.
“Perché?”
La domanda rimane sospesa.
“Non lo so, forse perché non sono ancora morta e lui è vivo.”
“Non funziona così, qui. Questo è il luogo dei sogni, anzi dei progetti. Ma lo si capisce solo quando…”
“Quando?”
“Lo saprai”.

Alla sua destra si è formata una porta, è aperta, s’intravede un ballatoio.
C’è un uomo davanti, la postura del corpo interrogativa. Vorrebbe entrare.
“Non si entra in uno spazio, si esce.”
“Non mi riconosci?” Chiede, facendo un passo avanti
Ha un sussulto, la voce, sì, è quella.
Ne scorge i lineamenti.
“Sono venuto, te lo avevo promesso, ricordi?”
“Sì, ma io non volevo, temevo questo momento.”
“Però non sei fuggita. Hai atteso anche tu che si realizzasse.”
Si china, le sfiora i capelli con la mano.
“Sono bianchi “ dice lei.
“Lo so” dice lui.
“Sono grassa”
“So anche questo”
“Sono vecchia”
“Questo non si sa”
“Ho ancora un corpo?”
“Non proprio.”
“Allora com’è che sento e tremo e sento acuto stringere nel petto?”
“Emozioni, non nascono dal corpo, ma dalla mente. I sensi ne garantiscono il riconoscimento. Si crede che amare sia soltanto un abbraccio o una carezza, o un bacio, e invece è principalmente immaginare.”
“Ho sognato di noi, sembrava tutto così reale! E ho percepito organi che non ho più, come arti fantasma. È stato un vivermi nuovo, eppure antico, un ritrovarmi intera laddove il vuoto sembrava incolmabile. Ed è scaturito tutto dal pensiero, hai ragione, sono state le parole a tessere desideri e sensazioni.”
“Le parole scaturite da due menti in sintonia.”

“Sono malata e vecchia”
“Sapevo che lo avresti detto”
“E dunque?”
“Dunque osserva bene: la mente non può invecchiare, puoi chiamarla quid, anima, o spirito o come ti pare. E non si può ammalare. Se sono qui è perché ti ho cercata, e non per il tuo corpo o per il mio, né per il solo piacere del contatto. Ma tu questo non vuoi proprio capirlo, eppure sarebbe opportuno che ti guardassi intorno.”

E intorno presero a sfilare le donne più belle del mondo, ancheggianti e formose, giovani e femminili da togliere il fiato.
“Vedi? Mi basterebbe un cenno”
E intorno presero a sfilare gli uomini più belli del mondo, scattanti e muscolosi, giovani e virili da togliere il fiato.
“Vedi? Ti basterebbe un cenno”.

“Spicciati – la voce della madre è perentoria – sta per scadere il tempo.”
“Non so come si fa.”
“Non si fa, si è.”
L’uomo attende.
Vede se stessa rifugiarsi nelle sue braccia aperte.
L’abbraccio avvolge ogni sua cellula, la depone in milioni di battiti di ciglia, di brividi, di baleni e squilli.
Tutto si trasforma in vortice, entrambi non esistono ed esistono ancora.

Dallo specchio giunge un richiamo suadente.
È frastornata, ha ancora addosso il suo profumo, le sue impronte, il suo fiato. Lui ha detto solamente: “Non dimenticare.”
Attraversa con riluttanza la superficie riflettente e… si ritrova nel letto, in uno stato di sopore, vede la colonnina della flebo accanto.
L’infermiere sta sostituendo la boccetta.
“È ora” dice la madre “bisogna andare via da tutta questa polvere.”
“Aiutami, non so come si fa.”
“Sono qui per questo, dammi la mano.”
E insieme riattraversarono la superficie lucente.

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Erase

in un giorno pesante di bagagli
lo stesso battito dei primi ferimenti
i soliloqui delle mani
intercettate morse d’acciaio
tuttavia
realtà negata e poi vissuta a stento

uomini come salici incurvati
ardono tra le spine

sarà solo la cenere
a cancellare fiamme
là dove si biforcano le rive
e li reclama il fiume

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Corrente

nature morte e vive
immagini snidate
in scorrimenti torrenziali
fino a completa esondazione
travolgono abatjours chiose cappelli
notifiche per atti notarili
urla depositate su panchine
argini a piedi scalzi
le passatoie di feltro nelle case
dove dormono i sordi

e una serata di parole è un varco
in cui precipitare
nell’illusorio appoggio tra le costole
luogo d’intermittenza
un momentaneo esilio dalle cose

ma la pronuncia afasica non dice
il vero nome
lo svelamento che lo riproduce
come un nistagmo agli occhi.

 

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un Quaderno straordinario

da non perdere

Lucia TosiQUI

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Naja tripudians

uroboros - by cribo

Tinnito a fior di tana
ha violato lo scivolo profondo
i denti intorno alla perfetta resa
sul margine del sasso tondo
in questo ciclo dove il globo è il centro
avvolgimento a vite senza fine

spira su spira
e d’improvviso affonda

manca il fiato

oltre i filari delle insegne trappole
si è condannati al dunque

ed è necessità disfarsi
di consensi e dissensi
nessuno mai potrà sottrarsi al morso

 

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L’arresto

fantasmi - by criBo

Correvano tutti
per la strada in salita
le sillabe dei nomi appiccicate addosso
io qui io lì io su io giù
leggimi e dimmi e battimi le mani

ed io chi sono
in questa scena dell’assurdo?

io che sapevo luci oltre la porta e visto
dal soffitto il mio corpo
farsi lontano e scorrere di sabbia

un’altra casa
per abitarmi dirimpetto
inchiacchierarmi come una comare
tra l’inquilina di me stessa e il tutto

scambio di gesti
qualche parola di compiacimento
un saluto d’effimero interrotto

il petto mio ch’è l’unica dimora
per sfuggire alla ressa
e non sarà per giungere al traguardo
ma un nascondiglio ancora.

 

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giovedì

da mam

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Scrivere di polvere

per contrastare il lento scivolare delle stanze
su piani instabili
con la pazienza e il tatto
conservarne di suoni e di cadute e tutti
gli orizzonti allineati alle pareti
e le maree talvolta
e l’altro amare

scrivere fiore quando si sa che un fiore scritto
non è quel fiore ma tutt’altro
anche il segnarsi della vita addosso
scriverne è questo passo da spoeta

un dire inutile
muffa dietro il ritratto fatto a penna
alla scadenza nuda e sparpagliata
invio frammenti in ogni direzione
e fosse il dunque______l’ardire mio femmineo
svolgimento infinito di frattali

mi scriverei di sillabe interrotte in un continuo
spargimento di dubbi e incazzature
sbalorditivo l’attimo che torna e torna e torna
in rifrazione eterna

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Il giovedì

 da

MAM

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sosta


Transizionale

S’alternano lumini a fuochi fatui
l’anima a zonzo nell’aggregazione
debole
vacilla per sconcludersi nel lampo
d’una cerniera d’anta
battente come quella d’un saloon.
Qui
dove s’offre a tutti
a chi vuole ristoro e a chi denigra
a chi spigola e a chi la porta a casa
a chi la onora e a chi la usa.
Versi in perenne mostra
al bar della sua vita.

A lei rimane
consapevolmente
rendersi ubiqua e di passaggio
attraversata da

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le segnalazioni

di Renzo Montagnoli

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Per inverse ragioni

donna - by criBo

Non posso amarla questa donna
che vive senza baricentro
dimentica del muscolo striato (dirne così
fa colloquiale diagnostico)
una che se ne frega del sistema filtraggio
e degli zuccheri.

Se – come di straforo – i calendari
accumulano giorni mesi anni
disattendendo oscure predizioni
è pure certo che
dal pedinamento dell’ossuta
vive mostrando il dito (voi lo sapete quale)
e latitando
da sola si condanna in contumacia

presente nella gabbia
un rimasuglio d’imputata

no, non l’amo e dio sa quanto vorrei
e nel contempo mi sorprendo
di come riesca ad apparire intatta

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poesia del giovedì

da Mauro Antonio Miglieruolo

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Butterfly

Limitrofi
vetri più che altro
e voci
da ipotizzare stacchi
tempi che non collimano
incorniciati a vista
statistiche coatte a mio sfavore
si potrebbe
salvarne qualche parte
se pronunciasse un

ma questo è solamente un bel tacere.
“un po’ per celia un po’ per non morir”

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A dirne di cose rotonde

sfogliate come verze a dirne mare
flettere il busto un soffio in là
finché si può
malgrado il movimento
glifi ardesia le mani
e non c’è santo
che faccia pulizia della mia casa
una passata di malinconia sui muri
ragnatele comprese
la piantana di ferro
il guardaroba che non chiude bene
li lasciamo
e la mia testa
con tutti i frulli inutili di versi
così che potrei andare
ovunque conducessero giornate
senza rischio di perderla davvero.

Nella restante pietra
di morbido soltanto il mezzo busto
accogliere nel seno

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“Dance of the Blessed Spirits” *

Come faccio a rapirti
se ti adagi nel limbo del letto se
non permetti alla furia del pianto
di scioglierti a morte
prima d’un qualunque modo d’esser vivo
soffiarti il naso spremerti un foruncolo
andare al bagno – eufemisticamente –
o giù per strada a negoziare un quarto d’ora
di rimozione dal qui

come faccio a spiegarti che ruggisce
la parola
che prima di farsi lembo taciturno e scritto
è rombo
talmente gorgo e vertigine
da rasentare smembramento

e ci dilanierebbe in maniera perfetta
da non poterci più distinguere
tu ed io
un colosso di marmo
fuso a una bouganville

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Innumeri e astratti

Sessanta chili e passa
d’ossa frattaglie e tutto il resto
sarà smaltito in automatico ma
non i compiacenti miei coautori
sporti lungo le soglie
quel tanto da farsi appena scorgere

non ci sono parole e tu vorresti dire
so che vorresti dire col volgere degli occhi
quel mio vivere adesso
un po’ dismessa un po’ felice un po’

ché si fa in tempo ad essere presenti
prima che un fischio avvisi della fine
tempi supplementari già scaduti

essi mi sono intorno
approvano la mia rarefazione
sanno

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