Un asterisco annota
la flessione di voce
il fischio fatto segno
e chi si volta
vede soltanto un foglio bianco
mi tremano le musiche nei tasti
come stelle di neve una per una
mai di formato uguale
mai lo stesso volume
di respiro
ho una lampada nuova ultramoderna
al centro, al posto della lampadina
ha un buio profondo
sufficiente a nascondermi nei margini
voi mi direte che non c’ero
ed io vi crederò
sapete
mi sorprendo
solo quando mi trovo.
Cinque anni di attesa ed è arrivata, la mia personale apocalissi targata 16 settembre 2012
Credevo che succedesse chissà cosa, invece ho solo compiuto settant’anni.
Confesso: non pensavo di poterci arrivare. Ma sorprendentemente sono qui.
Il 7 mi si addice. È un numero costante in molti eventi della mia vita. Lo zero lo completa, a fini non solo cabalistici, ma anche, ehm, d’arrotondamento estetico.
Adesso non è che mi consideri realmente immortale, ma in fondo potrei crederlo
Se in altre dimensioni mi stessero aspettando, suggerirei di abbattermi, ché sono diventata poco collaborativa in tal senso.
Infine, essendomi attestata su posizioni antinomiche del mio stesso pensiero, ho una lotta aperta tra una me che vorrebbe accucciarsi nell’immobilità atarassica, e un’altra me tendente al divenire, eliminandone però lo scandaloso degenerare.
Mi fermo qui. Non prima di aver detto che mi sento più bella oggi, con tutti miei acciacchi e le mie rughe, di quando ero giovane. Mi rammarico solo di non essermene accorta prima.
Figli, amici, tutti voi che siete complici del mio persistere, testimonierò a vostro favore.
Intanto spartiamoci la torta.
è uno sfilaccio
di suole in bilico sull’orlo del viavai
un dio dai piedi grossi
scarpe di stelle e di pianeti ma
se dagli schizzi di fango e pomodoro
non ci salvano i pulpiti
come potremo mai percorrere noi stessi
tra virus e galassie?
La domanda retorica
e sembrerebbe surrettizio farsene garante
è posta per giocare alle signoreanzi al signore
sopra la linea di demarcazione / ammesso che ci fosse
tra l’indice e il satellite terrestre
e perché scrivere di quanto già si sa?
è vano interloquire
quando disorientati si procede e andare lesti
pare che non basti:
il male ci sconfigge ad ogni passo
un movimento d’occhi
un tranello della sua stessa voce
all’angolo del sogno reso innocuo
la casa scivolata dagli specchi
come uno scialle dalle spalle
si può abitare di necessità
soltanto l’aria
i suoni adunchi pronunciano dinieghi
ma lei non è capace di morire
e nemmeno sparire allora il dente
affilato negli abiti amicali la cesura
con lame di sarcasmo
ne scinde le metà non somiglianti
il secchio ne raccoglie schizzi d’ombra
nessuna luna in fondo a mille pozzi
solo barattoli di donna
dalle etichette sorridenti
anche se dilavate mille
fottutissime facce da espiantare.
la donna che non ha defenestrato
il tempo dagli oblò rettangolari
virava al blu
virava per un sentito dire estrapolato le solite barriere artificiali recanti il marchio doc
un quinquennio d’assedio alla fortuna
e lei che s’apprestava a demolirsi
a cominciare dalle anche
i piedi resistevano e le braccia
indossa ancora i seni d’alabastro
altro restava in ombra
nelle tracce sonore disuguali
lei non sapeva mai se l’annotava
quale persona viva
o fantasima in parte dileguata
ha un suono verde il portico
le cicale hanno smesso il loro turno
le gru tagliano nuvole di gesso
in questo altorilievo di spessori variabili
fondali trattenuti dalle funi
macchine e betoniere sulla scena
c’è chi lascia le scarpe nel cemento
e a piedi nudi se ne va
ma pure senza piedi si può fare
un giro d’elemosina sorretti dalle mani
a intrattenere un solo spettatore
un dio che sperimenta in doppio cieco
un farmaco efficace
o un coniglioplacebo nel cappello
ha sospetti di vita
ormai la ceralacca non le chiude la bocca
e perciò dice
all’uomo che la osserva e la confonde
e che
finge d’essere un sogno caduto sul tappeto
un sogno da momentaneo sciogliersi d’arredi
e quando
delle sue inevitabili ricchezze perle
per le quali sta già pagando il mare salatissimo
da navigare sottocosta tra cuscini orientali
e chiede dunque
la signora dai trentasei milioni circa di minuti
se non è il caso di specificare adesso che
c’è lo spazio per dirle un qualche cosa
neanche ad alta voce
basterebbe soltanto un movimento labiale
– potrebbe fingersi sorda per udirlo –
e infineprometterebbe
di spazzarlo domani coi trucioli di polvere
Se fossimo allusioni di serpente nell’eden delle mele marce avremmo già pagato il nostro debito sradicando cicoria l’albero aveva il tronco brulicante di larve di sarcofaghe e gli angeli non erano nemmeno in calendario
insieme di corpuscoli una fabbrica a ciclo ininterrotto di cellule di feci e di pensieri
per contrapposizione ai numinosi il tempo a vivisezionare i nostri agglomerati metabolici
non eravamo che suggerimenti e già ci trovavamo alle fattezze pronte allo smaltimento noi cibo della terra ingannati dall’essere felici ____soltanto pochi attimi____ e condannati a innalzare castelli e cattedrali disseminare umori, amori, pianti farci passare per determinanti benché a determinarsi è sempre lei.
Siamo velluto alla sua veste eterna il suo alimento e forse respiriamo per farla respirare.
o c’erano
che le inferriate alle finestre
facevano passare i cacciatori
li sentivi arrivare
sarebbero riusciti a farsi piatti
tanto da scivolare sotto i muri
e venire a svernare nel recinto
della tua vita breve
c’erano i succhiatori accreditati
apprendisti filosofi
aspiranti ladroni
freschi di doccia e profumati dove ci sistemiamo qui nella stanza dei colori o dove si mimetizzano gli affanni con le livree dei servitori?
C’erano cavità da raccontare
inadeguate ai vivi e per i morti
traversate strategiche
in diafanoscopie dense di cielo
Tu
lago a profondità variabile
i vicini hanno pavoni che gridano
le grida dei pavoni, sapete, somigliano
agli strilli dei bambini:
li seviziano, pensai, occorre chiamare
la polizia
ma poi li vidi con le loro ruote
belli soltanto i maschi
le femmine grigiastre dall’invidia
Lei
ha tagliato con le forbici il mio letto
cesoie di quelle che tranciano le spranghe
volpe da sbarco
una fregata il suo mezzo di trasporto
ha nuvole di pioggia sulla testa
e beve l’aria
beve la sua credenza, mangia
pane e malechevenga a colazione
Loro
incassano i progetti come mance
miserrime
li chiudono in odore di stantio
fosse di santità, benevolenze da confessionali
colonne e ceri
non abbastanza braccia per racchiudere
mondi d’altra natura, inconcepibili
ai praticanti di banalità scontate
Io
navigo il soffitto
ho imparato a doppiare le pareti
solo di notte. Capi di buona speranza
sui mobili immobili
mimetizzo parole con la carta stagnola
a scongiurare verditudine (vizio di torma)
che vorrebbe artigliarmi con ramponi
da ghiaccio
un iceberg alla deriva nella stanza.
Il tempo era una veste macramè
traspirava d’azzurro
disegnavo giornate a tratti di pennello
stracci intrisi di colla e di colori
ne uscivano velieri foglie visi
gatti sornioni tavoli di rose
fiorivano le sedie e i portaombrelli
erano le mie briciole
per ritrovarmi se mi fossi persa
segnature di foglie
oscillazioni d’una ragnatela
scrivo sui gusci vuoti della sera
di case dove vive il mio fantasma
avere un corpo per lasciarlo andare
arrotolarlo a denudarsi l’anima
sfilarselo dal sommo della testa
fossi una cavola
e non d’oro come l’insegna della trattoria ai Castelli
una cavola da barile eccentrico
un pochino elegante anche
da vin de messe
e chiudere di me l’origine e il fermento
infine per palati oltremodo raffinati
essere storia
liquida
per quanto può durare
il cartellino doc
propenderei per l’interpretazione classica
in sinergia di doghe
S’erano aggiunti alla commedia
portavano parentesi e puntini
civettuoli
vedete – interpellavano con gli occhi –
possiamo sottacere le parole
quelle scritte
non quelle pronunciate
che restano avvinghiate ad architravi
a stelle spente a mondi a camere d’inverno
corvi e affini
puntavano asterischi sulle linee mediane
nel punto in cui si fermano le giostre
e scendono ippogrifi
senza nemmeno un ricciolo di ali
né parrucche da santi
sembravano concludere le frasi
a volte s’appagavano di poco
un sentimento breve
poco più d’una virgola a puntata.
Sotto capriate e glicini
abbandonati come carte uccise
da troppi freghi e troppe correzioni
ricordi asserragliati alla corteccia
– adesso non si può tornare indietro –
ultima zona da disattivare
l’area di Broca
Per quando non ci sarò più
fiore d’agave assiso tra le pietre
in pieno sfiorimento color ocra
e il bianco mio d’intorno una raggiera spenta
allora
sarò soltanto le parole dette
a un disattento viaggiatore
il nucleo d’un sentire
che riuscii così bene a camuffare
rimpicciolito tanto da
permettere di non doverlo amare
da tenerlo di scorta e suscitarlo
quando gli strani tiri della mente
richiedessero ascolto
e non la riempii mai quella distanza
– non potevo da sola –
del mio non detto della mia presenza
della mia poesia d’ogni mio sguardo
per allora vorrei
che ricordasse le penombre i suoni
di tutto quel tacere
e mi vedesse ancora
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