Da vaghezza a contezza

a Lettere d’estate
quando imparai le lucciole nell’erba
bambina scarmigliata
sulla collina tremula di luci
in che senso – mi dico – questi versi
sarebbero poesia?

E no
bisogna inabissarsi nella carne
giungere dove non esiste il dove.
Era un ferro da calza
entrava in me come in un puntaspilli
mi perforava l’anima.

Mi chiederai conferma
non ti risponderò: la lingua l’ho riposta
così lontana dalle mie parole
da non saperne ricavare suoni.

Che nemmeno negli atomi si legge
un solo rigo di melensa storia
ma tu che sei
mia malattia mortale
mio delirio
tu che m’incidi dentro
a sangue vivo
benché di violacciocche e margherite
spargi il prato
devi avere il pudore
Tu
che traduci tutte le creature
di voltarti se piango, di far finta
di non avermi visto.

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Dazio

Troveremo un forziere in fondo al sangue
quando germineremo dalle ossa
estranei quasi
dei fantasmi a noi stessi

monete fuori corso
erano le stagioni planetarie
quando coniammo verderame e sigle
per le cose inservibili
quando pagammo la speranza e i ceri
fino all’ultimo istante.

Saranno i figli della nostra carne
a riportarci in vita
che siano attesi o andati già per primi
loro sono lo scambio con l’eterno
sono i progenitori – sembra strano –
dei nostri pagamenti
alla Dogana.

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Dimenticanze funzionali

fiorebianco - by criBo

                                     

La memoria degli uomini
ha buchi d’occasione
in offerte speciali programmate

l’anima mia ha ricordi che non sono
di questa terra
a prova di terrazzi e davanzali
ha le sequenze logiche dei quanti
stabilisce passaggi
e perdite non ha che non sia il cuore
a viverne riflessi.

il cuore stabilisce dei contatti
troppo suadenti, troppo imprigionati
in battiti che assegnano respiri
e sa che al rimanere immoto
sarà finito l’io dell’occorrenza

e quanto all’importanza
di un viso di una mano di un’azione
non sarà che
non sarà più
non sarà

Della memoria
unica identità che riconosco
è un grido infisso in me
l’urlare t’amo e temo
a quell’irraggiungibile divino
che schioda ogni residuo d’esistenza

Conosciamo le tenebre e la luce
oltre le indagini
del semplice pensiero.

E non sappiamo darci
nemmeno una carezza a compassione.

                          

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Un giorno a fioritura

Che bizzarria procedere sul campo
nuda di foglie e bianca
sintomi d’allegria pioverle intorno

che le circondi il collo una catena
o un viticcio di piume
il trono un sasso
o un vetro di murano
allo scampato esilio può bastare

avvinta alla parola
non scriverà per dimostrare al sonno
quanto valga da sveglia
né per recidivare come donna

ha un giglio trapiantato nella fronte
nato dai suoi dolori
svettante maestoso verso il sole

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Barattoli

La piramide è in ordine
dal primo piano all’ultimo
ogni livello sistemato bene
in bella mostra

fin quando arriva chi la rende instabile
togliendo quello al centro

e tutto crolla

noi che restiamo attoniti a guardare
mentre la vita si sparpaglia intorno

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Lett_ore

Un letto è fatto
di reti materassi e soliloqui
c’è chi dorme nel bianco e chi nel blu
io non dormo
e questo già mi pare un dato addizionale
o sottrazionale
devo pensarci su

intanto guardo il giro di cuscini
neanche un nido fosse
a questa sconclusione di notizie
che la mia mente inversamente inversa
versa

giochi con le parole?
è per non dar loro importanza
loro feroci assalgono se taccio

parlo
dico
pronuncio
enuncio
mi ripeto
e
cominciava col letto
questo irrisorio appunto
e finirà se si trarrà diletto
dal non averlo letto.

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De_generazioni

Sul lettino di ferro sta distesa
la donna ch’è tutte le donne
ha della vita il centro da cui nascono ondate
a dirle forme è dare forma al vento
un simultaneo piangere di ossa
straripa dalla bocca
ma chi l’ode ne tace e si distoglie
ha da sbrigarsi a vivere.
Assistono dai lati
prigionieri di sbarre mnemoniche
i nati e mai invecchiati.
mentre la madre ch’è tutte le madri
annega nel suo sangue

I figli della carne
che condiscono il pane col dolore
nella precarietà dei giorni
soggiacciono a triangoli e misure
ai falsi padri che squadra e compasso
grembiule e qualche gerla di mattoni
costruiscono templi
dimenticando la sacralità dell’essere

le genitrici restano in disparte
hanno voci che a tingerle di rosso
brucerebbero il mondo
invece preferiscono gli stretti
i vortici nei mari
e nell’azzurro incognito sperare
che da una croce germini una rosa.

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Albori semeiotici (in connessioni inspiegabili)

venature - by criBo

 

Un tuffo tra gli effetti secondari
la febbre da poeti fa il suo corso:
riporta in superficie
quel pensare indiretto
“Boule de suif”
stupore
quindici anni erano pochi
per lèggere di neve e di puttane
e ricordarlo adesso
è strano assai.

Come di molti segni
tracciati dentro camere di stucco
reminiscenze fossili
era un glifo la vita
precambiana
un nome vivo dentro il carbonato.

Eravamo già lì
miliardi di universi partoriti

e siamo di un eterno irreversibile
in grembo all’Assoluto.

 

Scritta nel marzo 2010 e pubblicata su Splinder

Fui molto in forse sulla scelta tra “semeiotici” e “semiotici” essendo il significato identico, anche se nella prima accezione il termine è usato quasi esclusivamente in diagnostica medica (parlo di febbre del poeta), mentre nella seconda ci si riferisce allo studio dei segni (glifi e calchi ecc.).
Nei commenti ci si riferì ad “Attraversamenti verticali” e a reminiscenze kafkiane.
La novella di Maupassant, invece, mi entrò nei versi in un fulmineo attacco di memoria.
Si potrebbe aggiungere al significato di “glifo” anche quello di moto, basti pensare a quelle strane pietre viventi, agglomerati di sedimenti unicellulari, che i paleontologi hanno potuto rinvenire in Australia e in molte altre zone del pianeta: le stromatoliti, vere e proprie colonie fossili in movimento.

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Parrhesia

Per sentieri diversi
Il compiersi di eventi
complici l’aria e il tempo
_affacciato ai terrazzi un vecchio spento
dimenticava il mare_
nel quieto vivacchiare delle erbacce
sui bordi delle strade
un’afasia da eludere
pena l’arroventarsi della mente
quando la voce non ha più radici
e per uscirne vivi
bisogna allontanarsi
dalla polvere.

All’incrocio dei venti
donna di prima vera e di colori
sciorina al sole
una boccata di parole chiare

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Moneta

valore approssimato
murice da baratto

un quarto piano senza ricevuta
ripresa in campo stretto
la concessione libera s-caduta

mi ritrovai
spicciola in tasca

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Dis_agio

Si sdoppiano i suoi volti
l’uno che adempie una promessa
di protezione massima
e l’altro che vorrebbe
ad onta della fisica
invaderne lo spazio
l’uno dei versi e delle serenate
ha di carezze mammole le mani
l’altro dei volgimenti confessati
ha di parole un digitare aguzzo
serpenti in lontananza
discesi dalle palme della luce
mi scrutano guardinghi
s’accostano ai miei passi.
Non mi difenderà.

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Marmellata d’arance

Sapore di sole sull’indice
l’assaggio d’uno spicchio di giornata
germoglia sulle mani
il sangue del tarocco
se mi sviene da piangere
mi metto a bubolare anch’io sul ramo
accanto alla civetta fuoriorario
in controspecchio
e fino all’ora nona
il resto è come l’acqua nella gronda
fugge o ristagna
un mucchio di gradini
e lì seduta un’anima bambina
guarda e assapora il dolce della vita
mentre le plano accanto.

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Rimarrai alle cose

ho segnato una data del futuro
a promemoria casomai tardasse
la sibillina volontà dei numi
a diramare l’ordine di sgombro
e l’avvenire filtrasse dalle dita
come stillare d’acqua

ho preso atto
che non possiamo decifrare
il senso dell’esistere
noi che siamo osservati e osservatori
ma che non siamo in grado di scrutare
oltre le forme che ci fanno noi

e abbiamo solamente una certezza
che di vita si muore

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Monologo assistito

Mi prende il desiderio di scrivere
di sentimenti e d’altre cose similari
come vivessi una passione
e non soltanto palpiti di carta, se sapessi
trasformare le sillabe in carezze
chiamerei chi non vive a farsi esistere

ma di cosa farnetichi
donna che non ti sai dimenticare,
di quali sensi blateri?..

un compagno di millesoli e lune
da poterci sorridere e infiorare
dimenticando i giorni e le sventure

ma scòlati un grappino
astemia come sei
ti appariranno pure gli ippogrifi

ripeterei con gli immortali versi di John Donne
“Mio dolcissimo amore, non fuggo
per stanchezza di te,
né perché spero che il mondo possa offrirmi
un amore più degno;
ma poiché è destino
che io debba infine morire, è molto meglio
che mi prenda per scherzo l’abitudine
di morire così di qualche morte finta.”

dimmelo che non bastano le stelle
né le magnificenze di un pianeta
a farci esistere

Hahahahah, questa fa proprio ridere
che le parole sono inaffidabili
che tutto quello che ci appare muore
non c’è bisogno di poeti a crederlo

e ti dirò che l’anima mia vede
oltre gli angusti limiti del mondo
conosce l’Armonia dell’universo
dove si esiste solo per amare.

Questa è la ciliegina sulla torta!
ma perché devo assistere ‘sta matta
che s’improvvisa voli
e proteggerla pure dagli errori…
Ehi di lassù, mi date spiegazioni?

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Carichi e traguardi

Calcoli di calcestruzzo
per innalzare muri
scritti nel libro mastro
di finestre o di varchi
fare gioco di lumi

nasciamo prigionieri
delle case
facendoci bastare
l’inconsistente vivere di pane

però nella via lattea
possiamo sconfinare e dire tanto
se di stelle quel dio
volesse intercettare
un io da monosillabo irrisolto

vegliamo sui cancelli
condannati nel braccio della notte
alla sprovvista giunti
quando non eravamo mai partiti.

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Perimetrale

Spostano mobili in galleria
nella mia testa
piccionaia di pensieri
da scambiare di posto
mentre si accalcano gli astanti

qualcuno mi concede attenuanti
generiche
patrocinio gratuito

adatta a un certo pubblico
la scena si ripete nell’inchiesta

giudice di me stessa
in contumacia
m’irrogo stravaganti pene
come attingere fuochi dai vulcani
e conservarli in petto
mimetizzati da bracieri spenti
o stare tra due fiumi in sospensione
a far da ponte

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Il vento e le conifere

Scompagina ogni cosa
qui nella casa delle indecisioni
tra le fessure asmatiche
sono caduti alcuni soprammobili
fuori
l’abbraccio dell’abete
irresina il balcone

allora mi dichiaro sconosciuta
alle imperfette sigle del mio nome
(saperlo con certezza!)
tra scioperi di fiato
e ciuffi di pensieri in differita

traballa questa zolla
dove mi han seminata a fiori

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Ticchettii

Nel cassetto tarlato
minuscoli coni di giallo
la polvere scuote
pupazzi di legno appassito
riversi sul fondo

mi sento appannata
sgualcita
ma solo apparenza, suppongo.

Nel centro rinasco felice
ogni giorno

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ho imparato da sola le gocce

Lascio le giare semipiene
o semivuote
dipenderà da chi le guarda
da quanta voglia avrà
di ridere o di piangere

qualcuno già si affaccia per scrutare
piccoli mari, movimenti ondosi
nel recinto dei cocci

ho rivelato quel segreto vivo
il puntino di bianco nel contorno
per renderne il risalto

continuerò a dipingerne a migliaia
risplenderanno su terraglie
e foglie
non si potrà incavarle con un dito
né basterà
per la cancellazione
distogliere lo sguardo.

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Non di solo acciaio

I miei errori
sono lucertole agli ultimi soli
quando le preghiere non vengono esaudite
e le speranze sono di troppo
logorroici a volte
si divincolano da mani strette a cappio
fuggono dagli sfregi che rigarono il sonno

cercano di persuadermi
fuori da logiche e contesti
eppure so
che non sono siffatti da condannarmi a notte

quale virgolartiglio mi sospende
io che appartengo a fiori e stelle
(abbonatemi il senso e le parole trite)
quale necessità di balsamo
nasconde
morbidezze di cielo in lastre di silenzio?

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