Che cos’è in fondo la vita? Un racconto.

Ci sembrano un ritorno
gli ammanchi
le questue di parole
frappongono granelli di cous cous
un sapore di curry
rimescola nel tempo
nelle voci del souk
ci si tenne per mano
mentre nasceva un figlio
si conobbero piccole allegrie
da mondi periferici

intorno un mare di fotografie
a dirci che il presente era già scritto
nell’improvviso cedere degli occhi
nei segmenti d’ombra dei profili.

ti abbraccerei di vite intonse ancora
amica mia
che porti in viso un disarmato dire
e devo accomiatarmi dai tuoi gesti
ridendo un bacio
sull’uscio dei ricordi.

Un incontro ci unisce e ci separa
più della lontananza vera.

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Pensieri in una notte insonne

Batte a sinistra più in fretta
è solo un fremito
nient’altro

devo farmi lo sciampo
spero di avere il tempo
di rendermi carina e presentabile
in fondo è un’occasione
irripetibile
per una prova che non avrà repliche.

Aspetto qualche ora
poi mi lavo mi vesto mi profumo
il rosa sulle guance e un bel rossetto
vivo
dovrei farlo ogni sera
andare a letto truccata per la scena
ma sono troppo pigra
e mi abbandonerò nature
all’evenienza.

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Avanzi di davanzali

Avanzi di davanzali

In cerca di cautela dai balconi
spiccare sempre una risata al termine
atterrate nel folto dei tappeti
le pantofole
tracciano esortazioni a vivere

mi viene in mente che si può sloggiare
d’improvviso da sé
forse mentre si ascolta una canzone
o si taglia una fetta di speranza
sparpagliandone briciole

sul pavimento dei ricordi
mettere una transenna e un salvavita

sembra che il giorno posti una sentenza
all’aprirsi degli occhi
che un fremito dichiari più del tuono
all’amica del tempo che rimane
di quanto sia imperfetto anche il silenzio

forse il canto del gallo fuori orario
sia la risposta a inutili misteri
e un uovo di gallina abbia più senso
di qualunque poesia.

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Proferire

Dice
che la corona
è come biscia d’acqua sulla la fronte
pietra lisciata
nuvola di passo
con le palpebre azzurre d’ermellino
in divisa d’inverno

la panca ha quattro assi
a sorreggere il corpo di bambù
– viene la libecciata, il tuono allarma
spinge le gambe oltre il pendio del sonno
i punti cardinali sconquassati
dalla tosse degli alberi –

làsciati sprofondare oltre le spanne
trabiccolo da quattro giri a vuoto
e partitura scarna
dice
mentre la voce
disegna sulle labbra
un altro suono.

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Di ritorno

Nel vento delle nebulose
si fa festa
a me, figlia d’aggiunte e sottrazioni
una bracciata di dimenticanze
un nome che non so

venni da questo ginepraio di mondo
da circostanze approssimate
sparpagliati pensieri e mezze idee
avevo un nome
dissero
accostai la mia bocca a una tempesta
l’orecchio al crepitare delle pire
vidi gli uccelli della pece
digerire l’eterno

sedetti nella moltitudine
fui scorrere di fonte e fui l’invaso
entravo e uscivo dalle mie certezze
mi riempivo di niente.

Ora la porta è un aliseo solare
reca le mie vittorie
e sono un raggio
d’immensa rifrazione

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Gli acanti

Crescono spontanei
in foglie dai barlumi lattei
sulle scarpate a Trinità dei Monti
capitelli corinzi tra le siringhe usate
si ammucchiano di lato ai muri d’ombra
nel muschio arrampicati come steli
testimoni di un tempo senza pace
senza nessuna meta e garanzia

più in alto il campanile
avalla in cielo al dio delle miserie
i complici di giuda.
Hanno piviali e mitrie
le pance prominenti il riso osceno
al pane e al vino
del cristo che tradirono
preferiscono uova di storione
e gli chateau d’yquem da collezione.

I turiboli offuscano la scena:
che il popolino prono
mai si chieda
con quali governanti e dittatori
dividono la cena.

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Sentiero d’alghe

Ho preparato la mia barca
in questa vita d’àncora
cullata dalle laminarie.
La vela s’è adagiata sopra il trasto
procellarie mi fanno compagnia.

C’era una meta e l’ho dimenticata
a Camelot
ma forse era una darsena d’addii
oggi che il porto sembra quasi giunto
e il sonno mi sorprende abbandonata
all’amnesia

lo so che invece mi dirigo al largo
i capelli a ventaglio sulle onde
e che la donna va perdendo vesti
parole
gesti
fantasie
io che la guardo e sono
ancora me
moltiplicata in vite di universi
sull’orlo di un’eclisse
già avvenuta.

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Nota barocca

Volevo scrivere qualcosa di felice
che non avesse il timbro
del verso arrotondato o della fuga
divino Bach concertatore d’aria

nel cavo delle morbide coperte
lontani da battaglie ed invasioni
a leggere poemi. Quando fuori
tritano vite e amori le ferraglie

E come giungeremo fino a sera
nella smemoria in atto
per riscaldarci impropri?

Ci vestiamo di morte
la mangiamo
ce ne copriamo a suon di musica

non può valere molto la poesia
o il fregiare di metope
o il danzare
o qualunque altra forma che c’innalzi
se non sappiamo amare altro respiro
se non sappiamo smettere
d’essere predatori.

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Concatenazione

Al tempo delle fioriture
trasalimenti verdi sulle strade
angiporti dell’anima i ricordi

era la vita a scaturire
le parole difficili di G
i riccioli di platino di W
le battute umoristiche di D
lo sguardo consapevole di G
non so perché questi particolari
visto che sono immensi
ciascuno irripetibile universo
loro cui fu trasmesso il mondo
proprio da me
e nonostante ciò fui perdonata.

Poi vennero altre voci
e ti ho trovato e ti ho trovata e vi ho
per quante eternità cercate
voi simili alla mia similitudine
incamminate verso l’ultrafiamma
anime figlie tutte
dell’Ein Sof

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Resterà senza titolo

I giardini della memoria
hanno camminamenti di sassi e croci
rifioriscono in coro
o muoiono in silenzio
assisto
da panchine deserte
all’inversione non concessa
solo postfazioni di minuti
all’inquieto vivere

e guardo
tracce d’arancio e oro
mi pettino di mille capogiri
a braccia alzate
trattini in successione
ridisegno una voce sulle labbra

hanno palpebre fisse le finestre
cortili ciechi
eppure
un soffio di malinconia da flauto
mi accarezza la fronte.

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iceberg

Sposa di ghiaccio
avvolta nei suo veli
ali di sula chiedono tempesta
azzurro liquefatto e un nido d’alghe
fiocchi di mare
intorno.

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Metaitalica

Cenerentola
in cerca della fata smemorina
allarme allarme!
credevate che i versi di moine
conducessero a fiabe
(chi sarà mai costei
che li ammannisce?)
zac
tagliatela sul nascere
la lingua che s’innesta sui giardini
di faeria maldestra
fu tempo fa che vidi “Il topo”
e Jodorowsky ne previde tanto
di cancro e di metastasi

cominciano di solito in sordina
poi diventano masse irriducibili
nomi e cognomi afflitti
da telogen effluvium
e sotto
protuberanze da conigli sfatti

ed è così che ancora ci si mette
metà di tutto e forse
anche di meno
la sua cerchia di accoliti in mutande
a fargli coro
papaline e bandane
hanno colore uniformatocacca
espongono mefitici trofei
che gl’imbecilli annusano
sperandone l’assaggio.

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N (7)

Qui, nel luogo dei vestiti stretti
guaine
delle nostre filastrocche esistenziali
vanno a coppie i pensieri
sul pianeta riciclo dell’azoto

appare azzurro il piano
che ci sottrae sapienza secolare
assoggettati ai sensi
in un continuo perdersi e trovarsi
ci accontentiamo di piaceri minimi
immemori dell’estasi
e trasmutiamo nei sistemi solidi
i corpi
il tempo
i numeri
effimere di tavole periodiche
pulviscoli di soli

ed ogni volta sembra di morire.

Siamo fatti di vuoto
da colmare

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Imperseguibile

La voce si smorzava nel granito
ma non articolava suono
e c’era un grido
che tralasciava il vento
una domanda infissa nel silenzio

vidi parole
farsi ancora gesto
la mano pronta a proferire il senso
-non dire nulla e tutto-
così che ad ogni superficie ambita
giungesse la carezza

ad ogni pelle
il suono adesca il cielo e le colline
i mari
i muri
i ferri dei cancelli
le piastrelle sbrecciate dei cortili
-l’ode chi vuole-
i mantici hanno spifferi d’acciaio
rocambolesco il fiato
farsi bacio
ovunque fosse un labbro
un viso
un sogno.

Volere il tutto
Perdersi nel niente

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riportato da Splinder

 Racconto collettivo (ottobre 2010)

lettere - by criBo

Prego ciascuno di non “chiudere” il racconto, di lasciare in sospeso la narrazione per chi scriverà in seguito.
Chi vuole può continuare regolandosi secondo l’ultima aggiunta, rispettando una certa consecuzione ideale, ma anche dando una svolta inaspettata, purché logica.
Potrete lasciare il vostro contributo, da brevissimo a max 16 righe,  nei commenti, che io poi disporrò sul post, man mano che arriveranno.
L’incipit è mio:

“La donna era in piedi, con le spalle rivolte alla casa, scrutava il profilo delle isole all’orizzonte e la lontana darsena, con una mano a proteggersi gli occhi.
Sembrava in attesa.
Se ne stava appoggiata alla balaustra che proiettava ombre allungate sul terrazzo, nella luce rossastra del tramonto.
Sulla scogliera sottostante, le onde schiumavano sospinte dalla risacca.”

                                                  

Pensava che aveva fatto bene ad andarsene per un po’, cercare di riprendere la misura delle cose e capire cosa voleva fare da grande.
Il lavoro, intanto,  non le piaceva. Come avrebbe potuto piacerle? Doveva stare tutto il santo giorno alla cassa a ingobbirsi, a passare le bande davanti al lettore e bip e bip e bip, incassare, dare il resto, leggere le carte, che una volta su due davano segnali di morte, ma come, non è possibile, ho appena pagato al piano di sopra, ho fatto un versamento giusto ieri, mi avrebbero dovuto accreditare lo stipendio già da un paio di giorni. Doveva parlare e sorridere a degli sconosciuti di cui non le importava niente di niente. Certi erano penosi, proprio penosi: puzzavano anche, e le folate di fiati marci le arrivavano in pieno, il sudore dei loro abiti le si spennellava addosso intanto che si sbracciavano a raccattare la spesa sullo scivolo. Era tutto un alzare e allargare braccia, un chinarsi e un rituffare le mani in mezzo a biscotti, fagioli in scatola, olio di oliva, di semi, assorbenti, dentifricio, schiuma da barba. E zum e zum e zum. Arrivava a casa esausta e nauseata: perché, mica bastava il turno dalle nove alle 15.45, no. C’erano sempre almeno due ore di straordinario, pagato poco, prendere o lasciare. Odiava le merci. Le odiava con tutta l’anima. Odiava di conseguenza il cibo, mangiava sempre meno. Quel posto, con il suo fascino intatto, con quel mare astratto, contro quel cielo impensabile in città, le avrebbe ridato la forza di rimettere ordine nella testa e nel corpo. Si guardò le mani smagrite, i polsi assottigliati (Lucia Tosi)

Le venne lo stesso pensiero  di molti anni prima quando, ancora ragazzina, scrisse di getto pochi versi che furono pubblicati da  un settimanale allora molto in voga fra gli adolescenti, Ciao 2001.

“la roccia sul mare
tuffarsi e sparire nei colori chiari
La sabbia che sporca il mio corpo bagnato
e il buco che ieri hai scavato per gioco
la fuga impazzita da un pezzo di  mondo.”

Pensiero da adolescente che tornava a galla ancora, dopo molti anni.
Fuggire. Scappare, scavare un buco nella sabbia e sprofondare giù giù fino all’altro capo del mondo e là ricominciare da capo.
Riordinare i pensieri e la propria vita era troppo difficile. (Sara Ferraglia)

No, non fuggirò, meglio alzarsi e cantare.
Cantava la donna in lutto d’istanti, salendo le scale, dal salone chiaro entrava nella sua stanza: il profumo del pout-pourri  di rose e fragranze speziate deposto nell’ampio vassoio di vetro all’ingresso circuiva l’aria d’un amplesso morbido, lei già si sentiva avvolgere da quell’ampio scialle della nonna dove si rifugiava nei momenti in cui sentiva ansimare l’anima, così avvolta si sentiva evanescente ed eterea, forse uno strano fantasma, racchiuso in una sola grande ombra viola.
L’aspettava nella cassapanca liberty lo scialle, lei scostava i cuscini di merletto che la ricoprivano con un gesto negligente, improvviso e l’aveva fra le mani. La seta sgusciava sensuale la sentiva aderire al corpo come fosse nudo, e subito era invasa da pensieri antichi, non suoi…forse quelli della  la nonna, la bellissima creatura che mai lei aveva conosciuto ma che la fissava dal quadro dalla cornice di vetro e sembrava infonderle pensieri e desideri suoi, come volesse passarle il testimone affinché potesse compiere ciò che nel brevissimo tempo della sua vita non aveva potuto portare a termine..
Appoggiata al velo dell’assenza fra quei sogni andati un po’ a male, la donna ora è silenziosa, scortata da parentesi quadre, pronta a delimitare un senso che non si trova sta rannicchiata in un dolore smosso che salta a passo feroce a flettersi sulla schiena fino ad averne piena sensazione fisica…(ventisqueras)

Vorrebbe, finalmente, essere felice e non soltanto rassegnata, ogni tanto braccata da quei pensieri assurdi.
Forse sognare e poetare, guarda quanto azzurro e rosso intorno a lei, che sfumature e che odore salmastro. I sensi sembrano aculei di un riccio in allarme. Tesa alla speranza malgrado tutto e ancora così giovane, soprattutto dentro.
Oh, lasciare quel lavoro odioso, ma allora che potrebbe fare, la badante a una vecchia?
Cosa le rimane? Deve anzi ringraziare il cielo e magari anche il mare e il tempo che le è concesso su questa terra. C’è di peggio, ma ciò non la consola.
Vuole un figlio. Se lui stasera torna, se non l’ha lasciata per sempre arrabbiato, appena lo vede glielo dice. Sì, ha paura del parto e dei dolori nei quali è morta sua madre quand’è nata, lui lo sapeva: niente figli finché non se la sentiva, ma in tanti anni di matrimonio non se l’è sentita mai, adesso sì, all’improvviso. (Domenica Luise)

Ma poi si avvicina al grande specchio sulla parete a lato della porta finestra e si scruta:è ancora nel fiore degli anni, al diavolo le paure, ormai sopite. Il desiderio è forte, lui verrà e questa volta…  “devi essere fuori di testa” ecco  la voce dentro, quella di sempre, che l’assale all’improvviso occupando l’orecchio non più attento al rumore della risacca. “il tuo lui nemmeno se lo sogna. Che poi ancora lo stai aspettando, da quanto? Non verrà più, quell’orizzonte inutile che scruti ogni giorno dalla  mattina al tramonto è come un sipario chiuso. Chiuso sulla tua storia di madre, per sempre.” E’così davvero, pensa. La voce la ingombra e non cessa. Feroce, crudele: “te lo ricordi quel giorno? Una decisione secca, irreversibile, presa da entrambi: ma sei tu che hai chiuso la porta. Ognuno per la sua strada -hai detto- e ora cos’è questa storia? L’ombra della solitudine che avanza ? Andiamo, non essere sciocca, pensaci.”(Franco Seculin)

“Pure, ti so, nei tuoi occhi di donna, mai sola, perché so che pensare ti basta a riempire ogni solitudine, donna col cuore oltre ogni ostacolo, non saranno certo balaustre o pensieri a fermarti, sarai sempre oltre, e quando lo deciderai verrai a riprenderti tutto ciò che un giorno hai deciso non dovesse più appartenerti…lo so, so che è solo un momento, questo in cui ti soffermi ad attendere…pensi qualcosa come ‘tornerai, Manuel’…e ti lasci andare al tuo gioco segreto…imbastisci una delle tue antigas cantigas de amor…quel medioevo è passato, tutto in un minuto, esattamente, come precisa è la misura di ogni tempo…” (Alessio Vitale)

Macchè, non tornerà nessuno.
Ti dovrai fare un letto di spine dove il dolore avrà lo stesso sapore del piacere.
Questa è la tua vita: amare il nulla, il dolore, l’abbandono, il silenzio.
A ognuno spetta un po’ di amarezza.
A ognuno spetta un po’ di sangue (Margaret Collina)

Sentiva dentro di sé un crescente senso di paura, non capiva se desiderava il ritorno dell’uomo o no. Si riteneva una ragazza del suo tempo, e ciò che per lei era più importante era avere il dominio sugli uomini, approfittare delle loro debolezze, godere della loro fragilità, gioire della loro sottomissione. Lui aveva rinunciato a indagare, scandagliare, conoscere i fantasmi di un passato burrascoso, persino oscuro, e lei n’era stata felice perché non sarebbe stata capace di fare la moglie e vivere parallelamente la sua vita segreta.  Dopo la prima volta,  non avevano mai più parlato del suo terribile gesto, ma sentiva su di sé l’avvenimento come una pericolosa forma di ricatto.. Se adesso lo accoglieva come se il tempo della lontananza non fosse mai esistito, lui non avrebbe mai permesso che si riprendesse la sua libertà per una seconda volta.
Restare libera le aveva consentito fino a quel momento di vivere secondo i suoi istinti , ma quella volta, affacciata alla balaustra sulla scogliera, si rendeva conto di essere ad un bivio. (Anonimo)

Capiva chiaramente che la solitudine le apparteneva, anche nel bel mezzo della confusione del supermarket.
Ora, davanti al mare della sua infanzia, si sentiva forse più protetta che nella sua casa di città.
Qui, nella casa di vacanze ereditata dai suoi, poteva finalmente rilassarsi e piangere… piangere, sì, a dirotto, come non poteva fare nemmeno con le amiche.
Ricordava i versi che sua nonna spesso declamava con la sua voce calda, erano quelli del suo poeta preferito, Garcia Lorca:
ne ricordava soltanto gli ultimi versi: “não me deixes perder o que ganhei
e as águas decora de teu rio
com as folhas do meu outono esquivo.”
Ormai conosceva a memoria tutte le inflessioni della voce di quella donna,  solo apparentemente austera, la cui passione per il paso doble e la poesia ne tradivano le origini iberiche.
Sedette sulla sdraio, gli occhi chiusi, come a farli riposare dal pianto.
Quando…  (lowerth)

il vento si alzò, il mare azzurro si stava facendo sempre più cupo.
Nuvole minacciose si stavano avvicinando.
Forse la tempesta interiore si stava materializzando.
Incominciò a chiudere le persiane e i vetri di ogni stanza. Il vento fischiava ed il mare rispondeva con il fragore delle sue onde.
Ania corse fuori in veranda a ritirare le ultime cose, bagnandosi da capo a piedi.
Rientrata nel tepore di quella vecchia casa dal sapore di dolci ricordi, incominciò a spogliarsi… era fradicia.
Stranamente sentì dei tocchi insistenti alla porta.
Cosa poteva essere … aveva chiuso tutto ??!! (Cristiana Tagliaferri)

Uscì nuovamente sul terrazzo davanti al mare. E all’improvviso… bè, all’improvviso da uno squarcio fra le nubi vide un flessuoso braccio ingioiellato avanzare verso di lei… una mano farle un cenno d’invito con l’indice inarcato e una soave voce femminile dal cielo proferire:
“Ehi, tu, piccola !”
“Chi, io? ”
“Sì, sì, proprio tu… se non ti sposti tesoro… voglio dire, ehm, ma possibile che l’unica casa al mare dove non c’è campo l’abbia affittata tu?”
“Chi, io?”
“Eh… Ma non vedi? Un intero pomeriggio senza neppure l’ombra di un sms… dico io, ti sembra una cosa verosimile?”
“Oh, bè, ora che mi ci fai dare una  controllatina in effetti… niente sms anzi niente di niente. Tacche di campo, ZERO! Dio! Cioè, DEA!! Non me n’ero accorta, giuro…”
“Ti consiglio vivamente, cara, prima che si esauriscano le magiche 16 righe imposte a tradimento dall’anfitriona del blog, di tagliare la corda da questo luogo depressogeno…” (Infranotturna)

Le indirizzò un sorriso divertito e tornò a rifugiarsi in casa. Aveva acceso il caminetto: adorava il crepitio dei tizzoni ardenti e profumati. Il mattino presto era salita su in collina: il luogo godeva anche del panorama collinare che scendeva a picco sul mare. L’estate era finita da poco e, lì, in quella zona, i boschi avevano già assunto la magia dei toni smorti autunnali. Aveva incontrato un boscaiolo, era un suo lontano conoscente che nel rivederla s’era commosso: non la incontrava da svariati anni, dai tempi in cui lei si era trasferita in città. Lei era alla ricerca del legno odoroso e lui l’aveva guidata e, poi, s’era offerto di spaccare il fusto. Era tornata a casa con la legna e i funghi di bosco, avrebbe creato l’atmosfera per il suo uomo, sapeva che sarebbe arrivato, gliel’aveva promesso.
Si guardò intorno, non mancava nulla: il caminetto crepitava, la tavola per due era davanti al suggestivo fuoco, la cena era quasi pronta, e lei aveva indossato un abito discreto ed elegante, come piaceva a lui, non avrebbe resistito. Quello era il luogo magico, il luogo dell’amore e della serenità, si sarebbero ritrovati, lo sentiva: quel sentimento, sopito dalle vicissitudini quotidiane, sarebbe rinato come un tempo e, finalmente, lei gliel’avrebbe chiesto. L’attesa era durata abbastanza, era giunto il momento… (Annamaria Tanzella)

Infatti arrivò un sms.
Lei aveva riattivato il cellulare, in seguito alla spiritosa apparizione della Dea, e quindi si era disposta a nuove aperture, dei cieli e degli uomini…
“vengo soltanto per dirti che…” diceva il messaggio.
Stranamente non la prese l’ansia. Poi fece una cosa che in vita sua non aveva  fatto mai.
Ma quella era una serata speciale.
Anzi, sarebbe stata, una serata speciale. (G.P)

Via i jeans, via le scarpe da ginnastica, via soprattutto quella felpa in cui si sentiva tanto a proprio agio.
Prese i funghi e li gettò nella pattumiera.
Colmò la vasca da bagno con acqua caldissima e abbondanti sali profumati.
E si concesse una mezz’ora buona di relax.
Tolse dall’armadio il vestito rosso, quello con le spalline sottili, aderente come un guanto, lo aveva comprato qualche anno prima, attratta fatalmente dalla vetrina, e mai indossato.
Si truccò abilmente, sottolineando i  profondi occhi neri. Mise il rossetto della stessa tonalità del vestito e si guardò allo specchio: aveva ancora una linea invidiabile e i fianchi e il seno tendevano la stoffa lucida.
“Sembro  Jessica Rabbit” pensò ammiccando alla sua immagine riflessa.
Andò in soggiorno a ravvivare il fuoco del caminetto.  (Marco M.)

Una serata speciale!  Un senso di inquietudine tormentava l’attesa. Flap flap flap una accanto all’altra, una dopo l’altra quattro file per nove, le carte da gioco sul tappeto verde, solitario per ingannare il tempo.
Le aveva stese col ritmo del bip bip con cui passava i prodotti della spesa sul nastro trasportatore della cassa. Ora però le rivoltava con calma. Tre re scartati, mancava l’ultimo, quello di fiori, il re ricco pieno di soldi e regali. Sollevava sempre più lentamente le carte poi le rimetteva al loro posto, e ne mancavano solo due alla fine del gioco. La penultima… ecco il re, quindi l’ultima era rimasta al proprio posto.
Non c’è nulla di nascosto che non debba essere conosciuto e ritornare alla luce, Esattamente al suo posto eccolo lì il Jack di cuori, fedele come sempre alla sua donna mentre il re è fuori campo.
Uno squillo del cellulare.
“Pronto, ah non puoi venire… la solita riunione. Ok non preocuparti farò una passeggiata sulla spiaggia”.
Le solite balle, le conosceva a memoria.
Appoggiò il telefonino sulla mensola accanto alle cornici d’argento e altri ricordi. Una conchiglia.
La porta delicatamente all’orecchio. Sembra che lo sciabordio delle onde la chiami: Mary… Mary…
Le dita avevano tracciato un cuore trafitto da due nomi:  Mary e Marco.
Marco, il Jack di cuori che viveva nella casa di pescatori in fondo alla spiaggia, Il vento non aveva cancellato le sue orme sulla sabbia.
Non più Mary da tanti anni, si lasciò scivolare dalla ringhiera direttamente sulla sabbia… per seguire le tracce dei ricordi….. (Fausto Marchetti- Il falconiere)

 

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Un pugno d’acqua

Scrittura senza ormeggio
nella sostituzione di parole
l’approdo a fine pagina
un complicato districare funi

dove la terra copre firma e autore
la memoria s’annida
il corpo muore assolto da macerie
e su giorni di sabbia
s’abbattono le onde senza fine

il temporale
ha sempre le radici nel sereno
e, chiuso tra le dita
il mare

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Longitudine

onda e vele - by criBo

mare di ignota percorrenza
un gradino in cambusa
al terminare scale
o capitano
ascoltavi deliri e riposavi all’ombra
di te stesso. Io raccoglievo in fogli
e paratie
la mia vita sommersa

sognavo di remare alla catena
e nell’affanno della latitudine
mio capitano
cartesiane e trigoni
non consentono attracco.

Appoggiami l’orecchio sulla vita
trentatre sessantaquattro mille
mi dispiace dottore – non ho abbastanza fiato –
dico zero.
Ti concedo il mugugno
marinaio
e un remo corto per il tuo rientro
stringiti il ceppo alle caviglie
quattro misure d’aria.

Intaglio dell’olivo più ritorto
polena immersa seni e fianchi all’onda
cellule staminali e dio risorto in
affondare lento.
Perchè prestavi ascolto
e tendevi le mani ai miei riflessi
avevi sete e ti porsi la bocca di ruscello
o capitano
volevi anche di terra e di colline
cicale imbavagliate alle radici
albero ancora infisso
e non sirena dalle gote rosa
a tagliare riverberi nell’acqua.

Un astrolabio almeno
una cima di scorta o un suono acceso
battito d’una sola mano
è il porto

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Una riva o una selva

Quel pensiero striato
compagno di tigri
– Vuoi – dice
arrenderti sdraiata sottopelle
un metro e mezzo d’isola
sommersa
niente che ti profili in altitudine?

Aspro di mari e vortici
in terraferma asiatica s’arena
espone zanne
ai motivi d’esistere.

Maestro delle mie ferite
ti scongiuro
non negarti anche tu!
Fammi un’anestesia veloce
prima che mi deflagri l’universo
dentro

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chi alleva i rapaci?

https://foto.guidasicilia.it/2018/05/default-o/aquila_di_bonelli_atterraggio_122326.jpg

Forse mi pento
d’avere insegnato l’amore
ai miei figli, di averne curato
l’aspetto interiore, di averli ispirati
a sentire le voci, a lèggere i visi
a cogliere il senso più alto di sé…
Sì, forse ho sbagliato:
li vedo indifesi di fronte alle false
persone, a chi si fa beffa del loro sentire
a chi non distingue la delicatezza
da un falso agghindare.

Ormai è troppo tardi
saranno i perdenti in un mondo di lupi
perché senza artigli
li ho solo cresciuti leggendo poesie
nemmeno le favole ho loro narrato
ho solo inventato possibili luci, mostrato l’aspetto
che più mi attraeva, dell’anima ho detto
e della giustizia, del cuore sincero

 

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Un dono sorprendente

è quello del poeta Francesco Marotta che, su “la dimora del tempo sospeso” ha pubblicato mie poesie. qui

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