Cosa copriva

Nel togliersi il cappotto
si vide bene ogni particolare
segni d’irriconoscimento li potremmo dire
non servono bottoni mormorò la donna

prima sfilò le maniche
era in piedi e guardava davanti
un moto si risolse nello specchio

ci si sforzava di distinguere
gigli in penombra
le passamanerie delle pareti

i movimenti cauti
si poteva cadere per un sibilo
o vorticare un attimo
dipendeva dal gesto volontario e dalle storie
che un ninnolo cinese riusciva a raccontare
forse un foulard turchese poteva ricoprire
non è detto
un altare per cerimonie mimiche

fu così che perdette il corpo
sotto non c’era niente, non domandate come
era rimasto solo un che d’argento, sembravano capelli
non fu mai confermato.

qualcuno espresse un desiderio
credendoli perseidi cadute dallo sciame

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Revisioni del tempo

nello specchio della tolettina - by criBo

Quando si affacciano alla porta
e dicono: piacere di conoscerla, signora
_____   sono una sessantenne di Forlì,
                 sono un cinquantottenne d’Altamura
                 e giù di lì
_qualcuno ne dichiara cento e più_
scruto le loro facce di ragazzi
dietro maschere antiche

una porta i dolori sottobraccio
come fossero mazzi di giunchiglie
un’altra mostra vesti d’abbandono
e collane di lutti a girocollo
c’è chi s’avvolge in panni d’ammalato
chi si difende dentro un’armatura
____________       _ma quanto sono bravi
a recitare! Protagonisti di sé stessi
attori, figuranti e comprimari
fingono a perfezione d’invecchiare

ma come fanno a dichiarare il falso?
Metto gli occhiali, ci alito, li lustro
niente da fare, vedo tutto chiaro:
sono ventenni o poco più____negli occhi
recano giravolte sulla spiaggia
pleniluni d’agosto a perdifiato
e primi amori, e voglia di cantare
qualcuno porta ancora una chitarra
qualcuna danza ai bordi d’un falò

ragazzi amici miei, non m’ingannate
io so tutto di voi perché vi vedo
come siete davvero e vi sorprendo
con un abbraccio che vi specchia       e include
la vostra giovinezza di stagione

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Seconda discordanza

Eloquenze di morti da palazzo
color seppia cariato
un vomito di verbi a copertura
più sudari che vesti
al sentore di canfora

semi d’ingiuria
neri
sulla polpa del mondo
a spremerne la vita ci si arrende
come a cavare sangue da un vulcano

se non siamo bruciati fino all’osso
tentiamo almeno un grido!

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Sublimazione

salvator-dalc3ac-laurora-1948

Accendersi di braci
_il leone ruggisce nel Rubedo_
la sua criniera incendia il settentrione

fonde il metallo
_il corvo ha fatto il nido nel Nigredo_
l’opera al nero estingue ogni colore

nell’atanor dei sensi
_le nozze misteriose nell’Albedo_
liquefazione di mercurio e sale

l’anello della sposa è d’oro puro
_nella fusione alchemica_
lo sposo ha inargentato la sua chioma

la mistica dei sensi
nell’essenza volatile dei corpi
trasmuterà la pietra nella Luce
_ci renderà Immortali_

 

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Falsopiano

Prenderà quel bus per il paese
al ponte dovrà fare attenzione ai movimenti
saranno regolari, calibrati
la vedranno sostare sorridente
chi la saluta e chi passa distante

guarderà quanto scorre nei dintorni
nebbia di gente amara
e quando il trapestio delle parole
scardinerà consensi e avrà pareri
che non riguarderanno più case né cose
tutto sarà condotto a precipizio

non si pone nei limiti il ristagno
l’apparenza è una scusa deprecata
dura un giro di vita
il tempo di cadere verso l’alto.

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Varuel

sedia fantasma

Varuel dice
mentre si gratta il mento
dice che se ti siedi a tavolino
un piccolo calore sulla fronte
e ti racconti in emicicli a nord della memoria
appare in diafanoscopia l’arco del mondo

dice facendo spazi con le mani
Varuel delle tempeste
che se appoggi l’orecchio a uno dei tanti
_____________qui non rivela cosa e chi
puoi sentire il rumore che fa il tempo
passando tra le ossa

Varuel insiste
ché non ammette d’essere inventato
______sposta dal viso un ricciolo spiovente
guarda fisso in un punto
ti sfinirai nei vaniloqui – dice –
abbarbicata a un foglio.

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Molte le giravolte

trascolorare nella trama, nulla di me
che sia cospicuo resta nello sgomento
io che non credo ai testi sacri avverto
ch’è nel sangue ogni comune diceria
di vita. Sono di sabbia, prosciugata
nelle zone limitrofe dell’io
intrattengo sul greto
una voce scolpita
nel silicio
passo
e mi sorpasso
in una storia tracimata
granello su granello la mia vita
costretta dentro tempi di clessidra
s’arresta di traverso in volo arreso
dalla bocca al diaframma. Potrebbe
nell’inversione frammentarsi, ricadere
se il vetro d’alambicco subisse qualche
incrinatura e mi spargessi intorno, e se
fossi in ogni granello, tutto di me l’ignoto, a dilagare

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Vernissage

Avenue de la Liberté, nombre 14
poco distante dalla sinagoga
era lì che attendevo, nell’abito di seta
tagliato da un autentico kimono
un costume di scena tra le robe
del teatro in disuso.
L’Istituto Culturale Italiano
apriva le sue sale alle mie tele.

Ventitreenne giovane pittrice
esordiva il dépliant,
promettente dicevano gli inviti e
il Direttore amico degli artisti.

Stringevo mani, dispensavo sorrisi
l’emozione mi arrochiva la voce.
Il libro aperto sopra la consolle, in attesa
di firme
ed ecco nomi, e segni d’entusiasmo
l’augurio dell’amico tunisino
già pittore famoso
ed io confusa
col mio bambino in braccio
e un altro che aspettavo…
Fu così che li scelsi.

Rifiutai quell’invito: La “galerie des…”
(dimenticai nel mentre)

e poi ci fu la cura degli amori.

 

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DISSOLVENZE

Un racconto di mio figlio Giona

Lei dorme accanto a me.
I battenti di castagno della finestra lasciano trapelare bagliori della notte stellata, ormai al termine.
Sento il suo respiro, cadenzato, calmo.
Nella culla infondo al letto tutto e’ tranquillo, il bimbo dorme.
Di fondo avverto il fruscio leggero del vento prodotto dal condizionatore, e nessun altro rumore rompe il silenzio di questi minuti in cui mi sento scoppiare la testa di pensieri, di sogni, di incubi.
I miei occhi si muovono lentamente, da una prospettiva all’altra delle travi di legno del tetto che affogano nelle pietre dei muri di casa.
Lei dorme profondamente, dopo avermi parlato per ore, delle sue paure, di quello che ha sognato, di quello che sente.
La luce del mattino lentamente si fa strada e quasi arriva al bordo del letto.
Il cuore comincia a pomparmi in petto, furioso.
Più si avvicina la luce alle coperte più sento il calore di un fuoco avvicinarsi ai piedi.
Comincio a sudare…sudo come un fiume.
La luce avanza ancora.
Mi sento sciogliere le gambe e non riesco a muovermi, mi sento semisolido, mi manca il respiro.
Provo ad allungare una mano verso di lei, ma vedo solo il mio braccio sfumare in un liquido rosa carminio che inumidisce a malapena il lenzuolo.
Ormai mi sento spacciato e, mentre mi rassegno, sento nella stanza echeggiare una risata, una risata strana, grassa, particolare, una risata intonata.
Dentro di me urlo: ma chi sei?!
E mentre mi arde il ventre e mi si scioglie il petto, la voce parla, o meglio, canta:
-Sono la cosa più preziosa
Sono priva del tempo
Fuggo lo spazio
Cerco gli uomini
Soggiogo gli Dei
Sconfiggo la morte!

La luce mi è arrivata quasi agli occhi, non sento più niente del mio corpo,
sento solo l’umidità e il vapore tra le coperte.
E chiedo con la forza che mi è rimasta:
Tu? Tu mi stai facendo questo? Perché?

E prima che i miei occhi potessero vedere l’ultimo raggio di luce per poi sciogliersi
La voce cantò:
Ciò che nell’eternità è inciso non può cambiare
ti sei ben nascosto
ma ai miei occhi non puoi sfuggire
te ne do atto, hai osato
ho atteso. Per questo
rispetto il tuo coraggio

Ma la giostra a girare deve ricominciare
ad ogni costo
il mio ventre devi riempire
dentro me mio amato
vieni, vola lesto
il mio spirito è il tuo retaggio!

Lei si sveglia più tardi, il sole alto, la luce quasi a sfiorare la culla, sente caldo, poi l’insolita sensazione di bagnato,
Tende la mano a cercare il corpo accanto, ma le dita trovano solo una pozza liquida.
Di scatto si tira su e spazza via le coperte
sul lenzuolo
una chiazza di colore
e dove c’era prima un collo
luccica la catenina
con il ciondolo con su scritto
per sempre…

Giona Piretti

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Telomerasi


Vagabondi fuori dalle gimcane
o dentro_____ fate voi
ché tanto nulla cambia
moltiplicarsi infine era un dettaglio
divino o un diktat
anche su questo fate voi

l’arca non ci stupiva più di tanto
eravamo zavorra da padroni
dentro c’erano tutti gli animali
noi restavamo appesi alle fiancate

razza di marinai da terraferma
vivipari da sbarco_____o da sballo
cellule in soprannumero si possono
definire tumori
infondati
o

per questo ad ogni replica
si accorceranno i mitocondri
_un braccio che si abbrevia e si fa morte_
emmenomale!
Che vivere immortali
esposti al vaglio degli inquisitori
solo a pensarlo è un infinito orrore

benedetta sia quindi la cesura
il taglio netto
e buonanotte al secchio
e ai clonatori.

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Fitto da poterlo tagliare

strada

Per la strada passava un silenzio
che pareva persona
quasi l’avessi davanti muta
costante come un’ombra
proiettata soltanto un po’ distante
che poteva avere braccia ovviamente taciturne
ma danzanti nel procedere
________ sulle commessure di selci
e avanzi d’aria

lo fermai con le mani a croce
interrogai le parti sagomate di scuro
parallele al cuore
non scuoteva nemmeno la polvere
se avessi
fatto attenzione
avrei dovuto apprendere il suo dire
________ disegno sillabato in nerofumo
contenitore di mestizia

a saperlo, il silenzio
poteva essere tenuto buono
serbato per i giorni di schiamazzo
legato sui gradini di casa
perché stesse di guardia
alla parola

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Poemucolo compendioso

Napoli: 1-7
Nacque minuscola
e si trovò nel mondo
lei sotto il tavolo da pranzo
ad osservare piedi nelle scarpe
un giro tondo di parenti
come fosse accaduto – si chiedeva –
che si trovasse là?

violi e voli: 2-7
Morse tenaci, più che altro artigli
le bruciarono il centro
il cuore mai smise di battere
tafferugli e ganasce, orchi
da farsi piccoli e smorire
ma di salti al di là del davanzale
eppur si vive

nascite e viaggi: 3-7
Viaggiavano ragazzi sprovveduti
benché gli ambasciatori d’altre terre
ospiti d’una mensa tunisina
ne avessero da raccontare poi
ai figli che venivano di proprio
accolti da miracoli, erano rosapesca i loro visi
profumati di nascita

ospedale: 4-7
L’arco del portaflebo s’industria di fornire
idonei estratti di salute
il cancro ha evaso il corpo
e si poteva ancora andare a nuoto
anatra mandarina aprire scia
ai quattro amati come mai nessuno.
Riprendere le fila di un vissuto.

terrazze e figli: 5-8
Si vedono ingrandire anno per anno
uomini intanto che li osserva
un airbag d’ali
i bozzi non si vedono ma sono
presenti tra le scapole
abbandonano il nido e la sua vetta
lasciarli andare, tentano anche loro
di rendersi felici

sopravvivenze: 6-8
Davanti all’uscio delle meraviglie
luce che sfolgora di lato
e dal soffitto piovono visioni
frammiste a rose. Il tempo è diventato muto
testimonia di cose inesplorate il tempo
tra un susseguirsi d’incisioni
metalli infissi nella carne
a garanzia di sangue e di respiro

in rete: 7-8
Un ventaglio di nuove acquisizioni
anche imposture
offrono le parole appese all’amo
poi ritrattate con indifferenza
declassando nel gioco la maniera
di andare a meta
la beffa è un roteare di sciocchezze
dette tanto per dire.

fuorirete: 8-8
Consiglia il saggio delle decisioni
un lascito di fogli e pergamene
a perenne memoria d’un errore.
Però si evince dalle riletture
che si poteva scrivere di tutto
e tutto rinnegare. Perdurano soltanto
dilettantismi e giochi di parole
buoni per ogni festa ed occasione.

A futura memoria: 9-10

Quando sarà calato sulla scena
il suo telone
sarà meglio disdire la platea
che non si affianchi alla serata persa
la notte delle dicerie
che non si venga allo scoperto come
già si faceva nelle stanze.
C’è chi spiffera note di passaggi
in attesa che taccia
la sua voce.

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Sul cancello

Scrivo le mie pagine sorde
incidendomi ai margini
ma con attenzione a non scavare troppo
(di mano e lama si perisce
per etimologie represse)
e tra una sbarra e l’altra
basta modificare termini
se dico
conservo inadempienze sotto il letto
mi farete domande
e non decritterete quel cartello

accidentale scrivere di getto
tra sedimenti di memoria e stralci
incautamente o necessariamente
anche poesia.

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Schrödingeriana

Per troppo tempo silenziosa
ora che s’è svegliata la mia voce
grido
ora che le finestre spalancate
della mia vita al termine
s’incolorano al sud
riempio di me le pagine di un sogno
chiamato rete

benedetto megafono
che fa tuonare finalmente il battito
miracolosamente ancora quieto

sono gli ascoltatori
a dichiararmi viva
e quest’amore ch’è solo presenza
che tracima talvolta
m’assicura di più alla solitudine

sono un pessimo giudice
esiterei nel dubbio
per me il gatto
sarebbe sempre una domanda: vivo o morto?
E se fossi sicura del mio esistere
cosa di cui non sono proprio certa
coltiverei sospetti su me stessa

perciò, alla fine esplodo di coriandoli
raccoglietemi ovunque
in ogni mio frammento
c’è qualcosa di voi

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Logiche di mercato

Ininterrotta
la sigillatrice di ritornelli espone
orchestrazioni remake
di palissandro e rovere le botti
di vino doc
gli amici qui si danno pacche sulle spalle
non respirano nafta
non lasciano la sabbia per il mare
e i figli nelle onde
le donne sui giacigli da discariche.

Le barche moriture
che paghino la fine
prima d’inabissare

navi negriere il ventre ingravidato
partoriscono schiavi in asfissia
figli di un altro dio
vestito a lutto.

Il dio delle Seichelles
accoglie nei resort pallide carni
amici degli amici carte visa
credito illimitato

chi pesca le aragoste ed i coralli
muore sognando vita
chi ne mangia e l’indossa
vive di morte differita.

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Tregua indiziaria d’altro

L’avevo accantonata quella
donna di gioie minuscole
che ancora può restarsene al paese
nella cortina d’alberi e di figli
stracarichi di frutti
il poggio in lontananza dal terrazzo
e il castagneto

un altro giro
la giostra ha sonagliere di ricordi
si parla di politica tra gli olmi
ma le ruote dentate delle fabbriche
solo chi le conosce ne può dire

devo scegliere il viso da indossare
sul giorno ch’è bastante
a scegliere nel mazzo delle cose
estati_che

ne vengono a raggiera
quattro le più importanti
a bussarmi che ancora si respiri
aria di tiravanti senza peso
ma con la marmellata di susine
o le talee di rose
non si fanno palazzi né governi
al massimo si può vestirsi in bocca
di parole nostrane
mentre si legge e già ci sfugge il nome
mentre si scrive e ammutolisce il coro

Tregua e basta

Si sta

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Suoni da vedere, colori da sentire. Il resto Sacks*

ma che testa che hai!
ripete accomodato sul cappello
l’acrobata del salto obliquo triplo
__________lui sì che fa dei balzi
di traverso

lei prima stende piume sopra il nido
poi districa capelli di signora
anzi di fata
fatta
piuttosto male: hanno barato tutte le madrine
sul peso e sull’incarto

si spicciola da sola
ai saldi di stagione

in fondo
pensa
il bello è un’astrazione
a pronunciare un nome è sufficiente
affiggerlo alle liste di presenza
tra berretti e cipolle chi può dire
che l’indice sul petto
non sia l(‘)ama?

*Oliver Sacks neurologo e scrittore britannico:
L’uomo che scambiò sua moglie per un cappello”
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Alcuni miei inediti – I(o)sola –

da Francesco Marotta
“La dimora del tempo sospeso”

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Livelli di competenza



Occorre il giusto piano cognitivo
per figurare al meglio
la zattera dei vivi a scapito dei morti

una corsa di biglie spintonate
sul tavolo del mondo
in buca arriveranno solo in poche

per la città del sole
e una castalia che diriga il resto
sempre ci vuole un testo che l’avalli
il sommo e l’imo questa l’evidenza
s_campanellando al gioco delle perle
si ritorna all’apologo di agrippa
concime per gli eletti
o pastura per squali

non si diventa conduttori in vista
se non ci sono teste
su cui poggiare i piedi e comandare.

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Giardino d’estate

Scoppia di sole
sbocciano figli d’uomini e roseti
le bombe in tasca
le corone d’oro
le condanne del tempo
a chi sa di latino anche il dileggio
mi sorprende il leggio
leggo io
che mi rintano nelle mie costanze
e prendo ogni stagione
anzi mi prende.

Nella mia casa che di mio non ha
nemmeno il suo pulviscolo
difatti
resto isolata tra le quattro mura
accoccolata al centro

uno sguardo ogni tanto mi proietta
fuori sul lastricato
e non c’è differenza
tra lo sparpaglio intorno e me
e le foglie
mi differenzio solo nel colore
io sono bianca.

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