da MAM

Niente da Tramandare

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Di domenica 17

pentatonic  fb - by criBo

Video presentazione “Mi hanno detto di Ofelia”
al Villaggio Pentatonic – Roma

parte 1
parte 2
parte 3
parte 4

a seguire altri quattro spezzoni che intanto si stanno caricando su youtube

spero vi siano graditi

parte 5
parte 6

parte 7
parte 8

 

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Si può anche vivere a sorpresa

mescolando  case 2- by criBo

 

Fuori dal mondo con le sue frenesie
nel villaggio sembrava fermo il tempo
silenzi e suoni in simultanea
mi parlavano in coro le altre menti

non saprei dire quale fosse
dell’una o l’altra me
l’apparizione

in campiture rischiarate
anni vissuti quasi per scommessa
racchiusi in poche righe
erano pronunciati a fior di voce
mi sentivo una storia raccontata
a una platea commossa

l’io si ripara dietro il lume a spicchi
rifratto in ogni battito di troppo
e non si muove non si muove il corpo
abbraccia solo il cuore ogni presenza
a dirne il nome

era un luogo non-luogo
perciò sospeso nella meraviglia
di cose rarefatte
benché sapessi che l’essere accolta
rappresentasse l’esito d’un sogno
ad ogni vanità dimenticata

ho amato ogni momento
ho respirato piano nel timore
di perderne memoria

ma c’è una rosa che profuma ancora.

 

 

 

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OGGI

copertina_bove_web

Invito alla lettura

17 febbraio 2013 ore 17

Associazione culturale “Villaggio Cultura – Pentatonic”*

Viale Oscar Sinigaglia 18 – 20, Roma

Cristina Bove,  Mi hanno detto di Ofelia, Smasher 2012

Introduzione di Simonetta Bumbi e Anna Maria Curci

Musiche di Orlando Andreucci

                                                 rosellina arancio 2

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Ofelia – recensione di Narda Fattori

Cristina Bove – recensione di Narda Fattori.

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Fernirosso su “Ofelia”

La recensione di Fernanda Ferraresso

  “Mi hanno detto di Ofelia”

QUI

NOGUCHI Takuro

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Cerchi nell’acqua?

forse…    QUI

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Fa ombra anche lo stelo

la colonna reclama troppo spazio
nella fuga prospettica
assale il suolo
ne nasconde di fatti soste passi
e
come fosse rovesciato
il cielo
sulle rive di un giorno inaspettato
una figura arresa

        

            

.

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Circolare est

DSC00373

Passa ogni mezz’ora il bus
alla periferia sotto i castelli
stridono i freni alla fermata
questa è una strada d’incidenti
ci sono croci e fiori lungo i muri

sempre la stessa svolta e poco dopo
il centro commerciale
_questa non è poesia_ dice l’amica
i versi non si fanno con le cose
di tutti i santi giorni

per esempio?
: mare gabbiani prati stelle fiori
riverberi rugiada e (mai dimenticare)
le danze.

Così se scrivo cose come questa
quasi da “prosivendola”
(non me ne voglia il buon Pennac)
e se dimentico la pentola sul gas
per scrivere      diciamole poesie
bruciando il brodo _ già_
checché ne dica il medico di sbalzi di pressione
a me sembrano lampi nel sereno

quando si dorme non
ci si dovrebbe risvegliare adulti
un piede nel mattino
così spaesati da sapersi vivi

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Locandina

copertina_bove_web

Invito alla lettura

17 febbraio 2013 ore 17

Associazione culturale “Villaggio Cultura – Pentatonic”*

Viale Oscar Sinigaglia 18 – 20, Roma

Cristina Bove,  Mi hanno detto di Ofelia, Smasher 2012

Introduzione di Simonetta Bumbi e Anna Maria Curci

Musiche di Orlando Andreucci

«Incontrare Cristina Bove attraverso il profumo della carta stampata, è un rinnovare il piacere che si prova mentre la si legge nel virtuale, ché riesce a trasmetterti tutti i suoi voli terreni con ali d’anima, e sia che si pianga, si sorrida o si attraversi solo un sogno o un incubo, c’è sempre il desiderio della bellezza che esplode come un’impollinazione». (Simonetta Bumbi)

«L’eleganza che unisce talento innato a sapiente e originale rielaborazione è tratto caratteristico di tutti i componimenti». (Anna Maria Curci)

CRISTINA BOVE  si racconta: Sono nata a Napoli il 16 settembre 1942, vivo a Roma dal ‘63. Ho cominciato da piccolissima a disegnare, a nutrire la passione per la lettura. In seguito mi sono dedicata alla scultura e alla scrittura. Negli ultimi tempi mi esprimo soprattutto in poesia. Mi sento testimone del mio tempo e della mia esistenza. Credo nella libertà e nella giustizia, penso che il rispetto della diversità sia un valore fondante tra gli esseri umani e ne sia inestimabile ricchezza. Sono alla costante ricerca di un significato in questo infinito mistero in cui mi sento immersa, ma non mi faccio più domande inutili. Amo la vita, i miei cari, e tutti gli esseri umani dal cuore buono e dalla mente aperta. Considero la poesia un linguaggio universale, l’esperanto dell’anima.

*ingresso con tessera ARCI; è possibile tesserarsi in sede                                                      rosellina arancio 2
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Storie alla melanina verde

ovvero il caso Mam

libro da non perdere e per un’infinità di ragioni

scopritele qui

06-febbStorie alla Melanina verdeRetr

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è anche il giovedì della mia poesia

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I corpi non s’incontrano al bar

luminescenze - by criBo

Se potesse fermarsi ad aspettare
per riprendere a vivere più tardi
saprebbe collocarsi nel momento
che se ne sta in disparte

un lume associa le fotografie
leviga visi d’ombra
forme di straniamento temporali
_si può vivere d’arte e d’altra vita_
quella che non sarebbe appartenuta
a questi dislivelli orfani al tocco

potrebbe scoppiettare d’arzigogoli
però sempre con garbo culturale
scoprirsi tronco ricoperto d’edera
stormire appena al fiato

 

 

 

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La visita

cameraviva-by cristina bove

da storia al singolare
a distoglierla un giro di pensieri
      tipo la folla al supermarket
      i biscotti allo zenzero
      l’improvviso gelarsi nella doccia
      o la cronaca nera
      tanto per dire
abbracci di vittoria e di sconfitta
libri freschi da bere (ma non erano uova?)
      in parte sì, ma non del tutto
      le copertine bianche fanno testo
      con asterischi di rimando
      ai fogli gusci: l’amica legge di parole
      non scritte – e si commuove.
Abbracci trasparenti, i corpi sono
dettagli di ciascuno
      manifesti di nebbia e di acquitrini
      appare un letto ed una donna morta
      una macchina dietro la finestra
      un conto in rosso
      il palloncino gonfio dell’ossigeno
il padre ha dichiarato bancarotta
i figli vanno scalzi per la casa
      la madre se n’è andata all’altro mondo
      sola come se non avesse partorito
      e tutte in lei convergono
      minute come passeri sul ramo
      le donne che si sporgono sul filo.
Sembrerebbe un rasoio
la vita di scompensi
e non solo cardiaci
che ci rovescia di continuo il senso
che ci fa nascere sorpresi
e poi ci ruba il viso.

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su L’Estroverso

Mi hanno detto di Ofelia

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da Mam

Innumeri e astratti di Cristina Bove

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Era bella la nave

costeggiava le terre bianche e nere
i mari allineati alle banchine
moli da poche lire a sbarco
-ma si può- chiesero sui pennoni
gabbiani reduci da poesie distoniche
-dire delle sommosse
stando seduti sulle gomene?-

rispose un pesce quasi
esanime
-sto qua per le fragranze immaginarie
opercoli di seta
circostanze branchiali
da trasformare in nuoto libero-

l’albero del veliero
issava braccia
vele a maniche corte
la bonaccia
il timoniere divagava e stelle
benché velate d’ansia
spostarono d’un attimo la sera

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In memoria di una diciottenne suicida

balcone- by criBo

Il suicidio è un evento che si tende a nascondere nell’ambito in cui si è verificato, qualunque sia l’esito, e viene definito come tale solo se “riuscito”, ovvero se il suicida muore. Se questi, invece, sopravvive, si parla di tentato suicidio.
Ma le cose non stanno esattamente così: posso dirlo con la massima certezza, avendone sperimentato entrambe le modalità.
Il “tentativo di suicidio” è una forma di ricatto sentimentale, una richiesta di attenzione che fa ricorso a metodi autolesivi, non finalizzati alla morte, ma tendenti a impietosire e colpevolizzare coloro che sono ritenuti responsabili della propria angoscia esistenziale.
Si spera di sopravvivere ed ottenere, finalmente, l’amore e la considerazione degli altri.
Talvolta sono preavvisi di un’escalation che può portare al vero suicidio.
Il suicidio vero e proprio è tutt’altra cosa: non c’è alcun desiderio di rivalsa, non si pensa alla possibilità di sopravvivere, anzi, per evitare questa evenienza, si mettono in atto metodi drastici, a lungo premeditati, o istintivamente ritenuti tali.

Quando aprì le persiane del balcone, non desiderava più alcuna attenzione, era soltanto decisa a porre fine a tutta quella sofferenza.
Non aveva previsto alcuna possibilità di “oltre” e di “ancora”. La delusione totale per quella vita in cui aveva creduto di amare ed essere amata si era rivelata un’arida prigione, una disgraziata successione di rifiuti e abbandoni.
Nemmeno la ricerca di un conforto alla violenza subita avrebbe potuto attutire la disperazione che aveva invaso ogni fibra del suo corpo e della sua anima.
Affacciarsi sull’abisso, spiccare il salto dal quarto piano di una palazzina di periferia, per un volo senza ritorno e… piombare sull’asfalto.

Tre giorni di coma. Svegliarsi. E ritrovarsi ancora prigioniera.
Nella viscosa difensiva del tacere (alibi per chi non riuscì ad assumersi la responsabilità di un fallimento genitoriale), doversi adattare a quell’assurdo silenzio.
E il tempo, che permette aberranti rimozioni, devastante indifferenza, diventa il becchino ufficiale di una morte avvenuta e mai ratificata.
Ed è ancora il tempo a permettere il ritorno alla “normalità” agli ALTRI, quegli altri che non riuscirono a confessare a sé stessi la propria inadeguatezza.
Che non ebbero la necessaria compassione per gli immancabili errori di quella fragile ragazza, benché testimoni del suo sforzo titanico per sopravvivere

Tentato suicidio: un titolo di giornale per la tragedia di un essere umano. Il gesto estremo viene così deprivato dell’inequivocabile, tragica, reale volontà di morire.
Il passare del tempo ricopre del suo oblio polveroso i percorsi della paura, spegne con le sue ombre incalzanti i guizzi degli ultimi falò, e riconsegna alla vita con un nuovo corredo di speranze,  ridimensionate.

Soltanto oggi posso parlare di una morte accaduta più di cinquant’anni fa, perché  trovo finalmente la forza di esternare il dolore di quella ragazza infelice, di scrivere delle motivazioni che la portarono alla  drastica decisione, ragioni di cui nessuno ha mai voluto sapere. Semplicemente tacque.
Nemmeno al compagno di una vita, dopo anni di dure conquiste e faticosa crescita, è stato possibile raccontare: prima perché troppo giovani entrambi per capire quanto fosse necessario elaborare quel lutto, poi perché la nascita dei figli allontanava sempre più quell’adolescente, morta e resuscitata, dalla donna immersa negli impegni e nelle intense emozioni del suo essere madre.

A nessuno si può dare il carico di una tale esumazione. Ma sento che è arrivato il momento di farlo, da sola, perché è necessario dare degna sepoltura a quella ragazza caduta nel pieno svolgimento della sua battaglia per la libertà.
E dalla cui morte è nata la mia vita.
La mia meravigliosa vita. I miei meravigliosi figli.

 

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su La poesia e lo Spirito

alcuni miei testi su “La poesia e lo spirito”

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Le cose come rappresentazione

albatros by CriBo

Benché di gravità costante

e forme adatte ad apparire

lemmi precisi a connotarle

perdono il baricentro

quando un effetto flou

le rende incomprensibili

Le scorgo e non mi accorgo

d’essere io stessa cosa

sorpresa dal mio piede o dalla mano

quasi avessero un che di misterioso

ho il dubbio che sussistano

solo quando le nomino

che se non lo facessi

non avrebbero senso né sostanza

ed io con loro

forse potrei conoscere l’inverso

sparendo dalle sillabe

e __ lettera per lettera __ fluire

in qualche dimensione parallela

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da Mam

Non di sole parole di Cristina Bove.

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