L’uomo dei terrapieni

Quando ricorderà dei sogni a vela
dei ritardi di luci
e sentirà le stesse voci che
dipinsero d’argento la sua vita
s’accorgerà che il peso delle ore
è lunghezza infinita.
Se tagliava le sere e le nottate
in passaggi proibiti
scuoteva braccia insonni a dirottare
crepuscoli di pace
non era il suo sereno
volere un cielo da periferia
né latrati di cani
poteva ripudiare l’occasione
farsi di giglio
invece d’affondare dita arcuate
in corpi di velluto
perdeva allora i nomi
li rigirava sulla massicciata
e nient’altro che pietre
erano infine.

Portava le incisioni a ferro crudo
cappi fantasmi ai polsi
ormai dimenticato il volo astrale
nelle strettoie degli occhi
il suono asmatico
lo condannava a rivedere i fatti
nelle valigie di speranze nude
intimità da strada
stracci di vita da pagare a peso.

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Carnevalesca autoptica

Piegatemi il cuore fatene un ventaglio
oppure fatene coriandoli
da spargere lontano dai festini
sanguigne interruzioni
allora dico cuore
cuore cuore cuore cuore cuore
alla nausea
a vomitare aneurismi e cauteri
mi avrete impacchettata a strisce
a pois
a pied-de-poule
effetto flou

fin quando l’amorale esteta
affonda il bisturi nei cavi
non arreso questo cazzo di cuore
ma dove lo mettiamo?
In salamoia?
Nel tritatutto è meglio
polpa per qualunquisti d’ogni sorta
palato afflato ato ato ato
che orribile parola questo afflato!…

tornando al cuore
l’ho rinominato
non avvertite un moto viscerale?
Un vuoto assorda quanto più si tace
fatene un paccodono a chi l’attende
le coronarie no
datele ai gatti.

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Non c’è riposo all’ombra della ceiba

L’insetto sibilava alla finestra
schiusi per non aver rimorsi d’innocenza
se mi guadava
fiume
da fianco a fianco
non balbettava che il respiro
il guizzo d’un ramarro
nella chioma dell’albero
un bacio nell’odierno getsemani

il volo si fa tondo
anche il ronzio s’adatta a periferiche
ne smussa la presenza
così mi plagia il suono
e si trasforma
in mormorio di ciottoli sul greto
ma prima scrive altrove
leggende insugherite
narra
guatemalteco il giro dei disordini

non è parola l’essere
ma corda tesa e rombo e fuoco e lama
non dormiremo più sonni di pace

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Tao

Passi che mi cammino dentro
sommarie indicazioni sullo stato
reggono gambe
a partiture scomode
nessun itinerario

parlai di un sole nero
luce da bassifondi cosmici
somigliare ai cappelli delle monache
ai bargigli d’un gallo
al fingimento delle cocciniglie
se non vedi confondere le tane
con le radici morte
mai dire che ci sei se non ci sei
annunciarsi di vivere ci stanca

nell’intramontabile giornata
amore e morte vanno a titolare
compendi ponderosi di quisquilie
nessuno muore per davvero
ma
forse nessuno vive per davvero.
E chi ne scrive
oscuro-luminoso Atman
si fregia di uno stato
parla di sé
del chi
del che
non sa
ma sa

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Dalla riva

Aveva occhi di mare
muraglie d’acqua e scogli
l’abisso dei perduti smessi
di se di ma di non di forse e quando
esperti a fiocinare la sua barca
nottate perse ai t(r)asti.

Una sventata coda di sirena
eccola giunta
palpitante nel centro delle squame
non sa che tra millenni
diventeranno piume.
Intanto sono sorde le sue spalle
a schiume di tempesta

Ha voce il buio
di bùccina soffiata
entra nel cavo degli scalmi
i palmi incatenati a gassa doppia.
Nodi da vecchi lupi di marina
inchiodano le grida sui fasciami.

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Di corollari e postulati

 

alfanumerica - by criBo

Per dare i numeri
bisogna usare lettere
saper dedurre
calcolare tempi e relativi stacchi
sulla lavagna a vetri scriverne i risultati

Bisogna saper chiudere le porte
sopra numeri interi
sottrarre ed assommare
per la festa allestita in altro posto
con espressioni giuste
ed annullare
le cose che sembravano opportune
quando mancava il resto.

Si sposava lo zero
che si credeva cifra
salvo scusarsi dopo: non ricordo
però ci stavi bene dopo l’1
oggi ho di meglio
addendi e somme aggiunte
in luogo dell’assenza ma tematica.

In tutto questo
che la morte d’un numero è veniale
il silenzio è mortale.

 

 

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A pensare d’inverno

Assorta come sono a decifrare
indizi dal sapore d’orzo
il blu del fumo attorcigliato al viso
ti sparpaglio parole che non senti
e tu non timbri
quadrati o quarti d’ora a caso
passati su tamponi senza inchiostro.

Dici che ti sta stretta
questa casa che forse sarà l’ultima
agli odori d’agosto
saperti altrove a rovistare giorni
scenderti scale
dalla fronte ai piedi
le stagioni impassibili nascoste dagli occhiali

hai messo gli schedari d’una vita
sul tavolo da pranzo
ne spolveri i contorni.

Ricordo feste con i nostri figli.

Mi sfiora per un attimo l’idea
di prenderti per mano
accompagnarti dove
dove finisce
dove
ma tu lo sai
e io lo so
che pure se saltassimo abbracciati…
non li potremmo liberare mai
dai nostri errori
né dalle conseguenze del passato.

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INTRINSECA

E voi
che se avessi braccia di paradiso
accoglierei per sempre e non soltanto
un giorno o un’ora rattoppata a metà
voi che sostate
conosco la tua sete, amico
la tua fame d’amore, amica
e il germinare delle croci
che non hanno platee né golgota
ma solo scene di silenzi orfani
parole vedove

Eden di mele e di serpenti
irragionevolmente amato
che nelle sottrazioni di coscienze
abbina vivi e morti
ai transeunti noi
convogliati alle pietre

voi che se non ci foste
non mi conoscerei
e che perfino quando mi negate
siete sussulto e vita
voi dalle labbra intinte nel vinsanto
un bacio rosso
e ancora voi da dirsene di notte
o tracimare risa

voi che se dico tu
mi diventate
sfera di pulsazioni e di scintille
sulla fronte d’un io
che siamo noi.

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È il presente a produrre il passato?

Mi chiedo se la memoria esiste
se le mie braccia amarono cullarono
detersero imboccarono plasmarono
o quant’arono credo ricordare
come se fosse stato

forse non sono mai vissuta
che non fui me nei piedi uniti
in attesa di balzo
o nella bocca suono di siringa
flauto
o segno a cinque dita d’uno schiaffo
mia madre cantava dormi dormi
si dorme nella stalla e nel pollaio
la mucca sta cullando il vitellino
la chioccia il suo pulcino
la stella dorme con la sua stellina
eccetera di ino ino ino
ed ogni mamma culla il suo bambino

mi voglio adesso per morire al sole
di sana malattia
oggi che non è ieri
che non mi sporgerò dai davanzali
per chiedere un deserto in sospensione
la tosse di stanotte
o la fuga di molte notti addietro
essendo sogno
Calderon de La Barca mi soccorre
almeno credo
finché non chiedo al libro stesso
esisti?
Chi sono gli editori? E chi li lesse
i segreti d’un’anima d’annata?
Leggenda metropolitana fossi
in balia degli specchi e degli intrichi
ora di rendiconto questa
e più non scuso
lo zucchero che copre il cioccolato
quando il sapore è amaro.

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L’ultima tentazione

Appressati allo specchio
disse
e guarda
la natura del mondo

ed io vidi le tenebre infittirsi
il manto delle cose farsi soglia
brulicare di voci, le mie ossa
sparire nella polvere
e me stessa…

fui lampo e tuono e mille vite implose
risucchiate nel vortice del Tempo…
Urlante e scisso
nel furore dei draghi nacqui ancora
li attesi tutti e tutti
li sconfissi

e solo quando accolsi il mio segreto
e la fine di dio
rifulse la sua Luce a darmi il nome:
nel mistero lo udii
fu battesimo e sale e fuoco e vento
in ogni mio frammento vibrò il suono
nello scandire l’ultima promessa…
Chi percorre le strade della notte
incrociando discepoli e destini
ha soltanto il silenzio sulle labbra.

La saggezza è illusoria
disse
e quindi
càlati nelle viscere del mondo.

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Etichetta

Naso schiacciato al vetro
fuori piove
quanta ce n’è, per me, d’assoluzione
a colpe omesse?

Con la coda dell’occhio mi sorpasso
chiedendo chiarimenti se
(i bagliori diffusi nei gomiti nei polsi
nelle ginocchia e intorno
pari al centro)
la data sia la stessa.

giornate pettinate a trecce
corpo che trema sulla china
in mia vece
frammento sabbia rose
di calcite…

In me l’itinerario dei sensori impronte
di titanio
infissi nel profondo
codice a barre
l’ora del tramonto.
E poi dirà, la brava gente, ha vissuto
di suo più che abbastanza.
Ed io lo penso?
Ho cognizione d’essere scaduta?…

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Noi ciambelle nonsferiche

dove i solidi formano giunture
che sia cristallo o fiocco l’apparenza
leonardesca memoria del mazzocchio
stringe piani di logica
costringe
restringe
l’infinito nel circolo dei segni.

Ecco di noi la consistenza
buchi
con intorno la vita dei genomi
non altro modo aveva
per crearci infiniti
mai dissolvenza alcuna sarà spazio
occupato dal nulla
mai limiti si pongono al finire
per poi ricominciare.

E basterebbe questo
per saperci immortali in transizione
trabecole a formare
limiti inconoscibili dal dentro
per quanto a scandagliare fuori
ci si provi
e universi che siamo sempre noi
oltre la superficie irregolare

perché solo quel foro ci è reale
intorno siamo gli infiniti piani
d’uno spettro di sfera
paradosso

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Bus

Vorrei mettermi dentro una valigia
rossa
perché rossa non so
ma in fondo anche una sacca ecrù
prego non sballottare troppo

assente la maniglia
di questa dimensione plateale
arte a scomparti
si arriva alla corriera
qualcuno ha i lucciconi
ma poi basta scartare un chupachups
per rifarsi la bocca.

sento già lontananza di mestiere
braccia saracinesche sferragliare.
Ma la destinazione
un capolinea posto oltre i misfatti
oltre ogni dire adatto a
oltre le convenienze e i tornaconti
è un giorno di riquadri tralasciati
di parole rimaste tra i sedili

tra gli oggetti smarriti
è stato ritrovato un portacuori.

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Chissene…

Lo avverto è scroscio
spazza le case delle mie certezze
mi smemora e mi scaglia
in odore di santa languidezza
non vidimata ancora
dalle offese che morsero i miei giorni.

ora che sono bianca
ed il mio nome è quasi cancellato
nasce una donna ignota
che vive e s’imbelletta
guarda in tralice gli anni a marameo
affiora rosa
e si stupisce il saggio portaborse
di flosci documenti ormai scaduti
e sulle mie capriole s’arrovella

malevolo sgomento anche al mercato
dove ti fanno il gioco delle pulci
e le risate
sono bandite oltre una certa età

ma come disse un fascinoso attore
io francamente me ne infischio
e porto
il giocoliere delle mie serate
all’osteria dell’ultima bellezza.

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Di-versi disuguali

se la ragione mi sorprende nuda
come se avessi un cuore di ninfea
attecchito nell’acqua
o foglia di smeriglio a galleggiare
nello specchio di un nome

eccomi spoglia delle mie radici
che mi ritrovo a ridere di stelo
un respiro chiassoso

Fossi gambo di calla
almeno ritrarrei candida al niente
la mia coperta a riparare il giallo
nel centro dell’imbuto
campana muta avvolgere il tranello
d’un io dimenticato nello stagno.

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Risalita

e qui si fa la storia
minima
senza riguardi al singolare
adattano le branchie gli storioni
a risalire tutte le amnesie
l’onda che sale
affanno di tempesta.

chiudere un boccaporto serve poco
ha campane e sonagli la scogliera
il mare mugghia ai periscopi
e il fiume non raggiunge mai la foce

la narrazione audace si protrae
dagli oblò prigionieri
gorgoglia in evasioni lessicali
voce di capitano senza nave

e qui si fa memoria
esigua
si adatta il sonno alle peripezie
ai mendicanti a scaglie
si chiede il ticchettio di risalita
un salto dalle onde
uno spiraglio che riporti al sole.

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A saper aspettare

Si accorreva da contrade di tufi
case costruite di voci
una cintura appesa al chiodo
come a segnare ore sul muro
e i corvi han fatto il nido
nella metà della mia testa
chiuso le porte su segrete stanze
contate le mie ossa.

Ho comprato un sonaglio ed un cilindro
un sibilo di serpe
e dei confetti bianchi
vedrò di farne uno strumento
da suonare nel giorno della festa

e poi c’è quella lingua tesa
nel chiedere di me
se piangessi per caso o per disfatta
o se potessi reggere al suo peso
no
che
la quercia giace di traverso
sotto la luna nuova
nel rigagnolo.

Non si ricaveranno dal suo legno
sculture a tutto tondo
han già le seghe pronte: una catasta
di ciocchi per l’inverno
riscalderà la gente del paese.
E solo quando la vedranno arsa
la manderanno assolta.

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Le dita spoglie

Osservo una sagoma
non ci sono contorni
-dove comincia mai
dove finisce?-
bisognerebbe avere spago
e spillo -a puntarlo nel centro-
tracciarle l’infinito intorno
e non svegliarla

tacerle
-ma a chi?-
in questa casa dove non esiste
che un fagotto di ciance
in una diceria da bric-à-brac

l’amica altrove
canta la ninnananna a bianche forme
– erano sue carezze nelle mani –
compresse in due ossicini
di metacarpo
eppure in essi c’è un amore immenso e
acuto
un dolore di cielo

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Continuum

scaverò sotto i miei piedi
mi giungerò alle spalle
con una spinta cadrò dalle mie braccia
e affonderò nei passi.

tu mi farai domande inutili
se qui se poi se quando
io ti risponderò di striscio
sillabando minuzzoli di vita

intanto
che interminabilmente cado

e mi sovverto.

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Cruda bellezza è la vita

Le cose che raccontano i poeti
da morirci di tutto il turbinare dei sensi
o il divino dentro che l’avverti
nel parlarti da solo
eppure solo un trasalimento
mi rende suono d’universo
urlo di spine
l’upupa assorta sotto lo steccato
i gatti dagli sguardi verticali
come a serbare incendi e streghe al rogo

se scendo dal mio cielo di silenzio
e accosto il viso al mondo
sento battere il cuore della madre
la Terra che mi germina e mi uccide.

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