nella “fantastica” casa di MAM
.
che sembrerai più giovane
in quel preciso essere lieve
quasi fossi un soffione
un pensiero parziale
emergeranno dalle antiche forme
i ragazzi del vento
correvano_________ricordi?
anzi volavano
ripeteranno il nostro nome
per non farci morire
in questo tempo dove
si perdono le ore e la memoria
e saremo felici
quando conosceremo che la vita
è solo un incidente di percorso
È sempre più sottile
la linea che separa le metà
l’una di me che assolve ai sensi
l’altra che si fa musica nell’etere
il pentagramma che disegna il suono
il coro della luce
una che pensa mentre l’altra vive
un io celeste mi rischiara, ma
non sempre scorgo nel chiarore il mio
“se non divento una”
così diceva mentre agonizzava
“se non divento l’essere che sono
non si apriranno quelle porte”
Perché mi vieni in mente, madre,
mentre mi avvolge
la melodia che tanto amo?
“Segui l’assolo, ché nel vibrato d’un violino
c’è tutto l’alfabeto universale”
Ascolto, madre,
si configura ogni significato
direttamente al cuore. Ecco perché
non posso più rispondere a parole
e per farmi capire
ho solo il pianto.
–
in un buio che non avrei saputo scavalcare
in un pozzo senza sguardo
in un assedio di roccia circolare
il vero muro erano gli occhi
senza veli di palpebre
_l’umanità fuggita via_
Qualcosa torna alla memoria
però di stralcio infastidito
eraso da quel volo
il tonfo solo
restato a puntopagina di vita
e
forse non c’ero
non c’ero
ché diventavo il grumo
irraggiungibile
ovunque fossi ancora
vorrei potermi vivere leggera
salvata dagli amori sopraggiunti
privilegiata d’esserci
se solo mi sapessi tra i viventi
liscia di pioggia e fuori dalle mura
_inerme come sono_
E cerco mani
foglie gentili appigli
in un romanzo scritto a mia insaputa
mani che sappiano firmare
lievi
nome e cognome e la parola
FINE

*
i fiordalisi del parato
i ghirigori
i tralci ammutoliti senza vento
davano sicurezza agli inquilini
l’intonaco un segreto
mai rivelato ai nuovi abitatori
e tra velluti e nappe
elefanti turchini fermalibri
_bambina non giocare con la palla_
dissero in coro le pareti, qui
si respira polvere e passato
*
le vedi le creature sul parquet? le vedi?
occhi di giada tremule vibrisse
_oh, sì, gatti viola_
non sono gatti _ribadì la madre
abbandonata tra i cuscini_
*
si potevano scorgere chimere
unicorni grifoni basilischi
scaglie code
ali nervate trasparenti o nere
*
Crebbe d’un tratto la bambina, neve
le cadde sui capelli, gli occhi
non vollero vedere
*
appassivano intanto le vetrate
come se un cencio le afflosciasse, come
se un soffio d’anima rovente
le sciogliesse
*
le domestiche afflitte
frantumavano brocche di pandora
per farne tracimare finti amori
e piccoli omicidi giornalieri
*
soltanto la bambina ebbe sospetti
ma sostenuta da presenze arcane
spinse da parte il mare
e volò via
.
nel sogno di noi stessi
addormentati tra la terra e il cielo
senza sapere l’ora del risveglio
sonnambuli sul filo del pensiero
(dicono che non si devono toccare
mentre percorrono rasoi
pena la morte)
eppure mai cercammo questi tetti
per camminarci sulle nostre teste
l’aria che c’interrompe ad ogni passo
il fiato corto delle meraviglie
ad occhi chiusi nel ricordo affanno
e non poterne dire.
Saperne non è dato, un sussurrare
giunto da trapassati remoti
non ha la voce adatta a risvegliare.
Un guardiano di tempi e di parole
brucia fascine sotto il filo teso
quando qualcuno cade lo raccoglie
e lo cancella dalle strade note
un pianto non distoglie, né convince
ch’è vano ogni percorso e che a ritroso
si trovano soltanto sogni vuoti
da Mam
http://miglieruolo.wordpress.com/2013/05/23/4999/
da Renzo Montagnoli
http://larmoniadelleparole.blogspot.it/search/label/MondoBlog
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Sto qui sulla terrazza
specificarne dimensioni e fiori
i maledetti fiori
(il male dei poeti tramontati)
occorrerebbe un movimento a oltranza
forse un rovescio magrittiano
e già una fumatina qui ci sta : una pipa che c’è.
Nel letto ristagnavo con le bende
ahi quanto male!
avvolgimenti interattivi, punti
e ricordavo la terrazza in fiore.
Sarebbe interessante
spostarsi nel passato del futuro
anteriormente
sì da poterne comprovare ancora
verande e frangiventi
mi vedo imbacuccata
c’è la neve
il bianco copre tutta la terrazza.
Si sciava sui monti di Laceno
(sui campi che d’estate
dicevano i ragazzi più scaltriti
si coltivasse juana e poppy bianco).
Giro di vita a scorie e rimembranze
personaggi escheriani all’infinito
riflessi nello specchio d’ogni me
perennemente in fuga nelle stanze.
S’anima il film a frotte di fantasmi
stroboscopici in attimi allunati
esacerbati dai ripescamenti
e ci si raccomanda
inginocchiati, alla dimenticanza.
.
Forse la completa questa:
https://ancorapoesia.wordpress.com/2011/05/29/ceci-nest-pas-une-femme/
.
le persiane con bocche listate semichiuse
incorniciate d’ansia
il vaso lesionato di traverso
poggiai la mano su un miraggio
ch’era il mio petto
e lo sentii fermarsi a mezzanotte
si sarebbe spostato verso l’una
un battito con suono di xilofono
le costole hanno un tono accusatorio
di fronte alle domande
e ai vuoti a prendere
mentre mi perdo tra le quattro mura
__ci nacqui dentro, in fede mia__
signora notte
ti servo un’esistenza malandata
ma ti faccio lo sconto: paghi solo metà
l’altra è in offerta
silenzio e risolini
segnaletica a bordo di cuscini il maremosso
dell’incostante scriversi attraverso.
letta da Francesca Moro
—————

noi siamo l’io e il tu dell’universo
il quanto infinitesimo e l’immenso
siamo la vita
compressa nella fine come appare
ma estesa oltre le sfere
greve e lieve
siamo l’eternità che si frammenta
il caos che ne sospende la ragione
la contingenza e la necessità
siamo chi si disgrega e chi si espande
il centro e l’infinito di ogni punto
se temiamo la morte è perché siamo
immemori che nulla può finire
ma solo trasmutare
e siamo in apparenza separati
perché solo così possiamo esistere

Certo che il giorno delle ninnenanne
appartiene alle madri ed anche al mare
si cullano le anime dei tanti
resinose le zattere
racconta nella sera che fu ieri
la favola dei porti mai raggiunti
né le braccia accoglienti e il seno e il latte
potevano tradirsi e farsi vele
c’è un viavai di pietrisco
non ancora del tutto massicciata
andare di fuggitive assenze
calzando i propri piedi
le nenie dei notturni incantamenti
quando non hanno sottofondi
quando
la stonatura in gola arresta il pianto
madremia madremia
chi si sofferma a pronunciarmi ancora?
avere un nome
che non sia in disuso
un nomignolo forse
me lo diedi da sola.
Ma cos’è questa voglia di sentirmi
piccola?
mi strania, mi sovverte
è un affronto alla vita che ho vissuto
e che mi ha fatto
questa.
Sarà lontana da quel dire ruvido
degli inerpicatori più instancabili
in gara per la gracile acquiescenza
alle opportunità mai pari
che mai si dica il vero
ha tanto camminato in solitaria
_i postumi del tempo saccheggiati_
memorie fuori uso e preconcetti
latori d’ansia
massi disposti a personali cerchie
minuscoli emicicli di stonehenge
la voce dichiarava in sottofondo
l’imparità del verso
il conseguente ammutinarsi delle rocce stesse
diventare un esercito di pietre
una di lei vorrebbe andare via
l’altra ritenta il giorno e l’occasione
soffiano venti amici per entrambe
e ci si lascia andare alla corrente
versi in transfert
Un'antologia permanente a cura di Sonia Caporossi
letteratura, filosofia, arte e critica globale
A Reader's Blog
sogna la vita, mentre la vivi, intatta. uno sguardo sul mondo, a cominciare da quello vissuto, per continuare con quello vissuto e sognato.
[è necessario che la poesia divenga un sintomo della realtà]
La poesia non ha rimandi . La consapevolezza d'essere poeta è la stessa spontanea parola che Erode. Stermino io stesso il verso.
mariga de sos pensamentus
Impara l'arte e NON metterla da parte.
Un commento
una risposta di Mauro Antonio Miglieruolo ai miei dubbi e perplessità sul mio scrivere. Anche se diretta a me, la riporto perché potrebbe essere rivolta a chiunque percorra un cammino e conosca l’incertezza del procedere
“Fai bene a farti venire dubbi. I dubbi sono essenziali a chi scrive per scrivere sempre meglio. Anche io, spesso, mi lascio divorare dai dubbi. E mi chiedo, si trattasse di infatuazione? Che ne sai tu di poesia?
Ma poi ricordo che ogni uomo è poeta (oltre a essere filosofo); ricordo le sensazioni (NON I GIUDIZI) che provo leggendo e i dubbi come erano venuti se ne vanno.
Daltronde come potrei godere la tua piccola musica se non effettuassi queste cesure che mi permettono di fermarmi a riflettere: a riflettere anche criticamente (non tutto mi convince, come è giusto, per altro). Che mi permettono di distinguere tra l’una e l’altra poesia. Non dunque di Cristina Bove, dopo una di queste fermate-riflessione, si tratta, ma di questa o quella poesia di Cristina Bove. Della personalità della singola opera, non dell’opera complessiva, il cui giudizio a questo punto scaturisce in seguito alle tante conferme, che fanno seguito ai tanti interrogativi.
Per te il discorso è diverso. Per te si tratta non di fermarsi, ma di NON fermarsi. Di non dormire sul già fatto, già dato. Ma di voler dare ancora. Cioé qualcosa di nuovo e un poco diverso. Cosa che non potrebbe essere se non ti interrogassi sulla validità di quel che fai. Non c’è altro modo per poter continuare a farlo. Chiedersi: ma che sto facendo? Per vedere se è quel che dovrebbe essere. Ogni giorno un passo avanti, un piccolo passo avanti. La scoperta di un nuovo anfratto, nuovo nascondiglio, angolo buio sul quale fare luce.
Il percorso dell’anima di noi tutti, ma che vale se è anche un tuo percorso personale.
Come nel clinamen di Epicuro gli atomi-poesia cadano ininterrottamente, cadono da sempre e sempre cadrebbero se a un certo punto qualcuno di essi non deviasse producendo un incontro e poi molti rimbalzi – e sobbalzi – e i tanti altri incontri (è solo il caso che ha determinato il nostro incontro, dal quale per me è nato molto); da questa molteplicità di incontri nasce un mondo nel mondo: l’ambito della tua poesia.
Una possibilità, una piccola giunta all’oceano dell’umana cultura. Per lasciare una piccola traccia di sé che non sia limitata all’ambito domestico. Unica possibile immortalità a cui possono accedere le persone. Non la gloria effimera di un nome scritto nei libri scolastici, ma diventare parte di questo immenso fiume che scorre ininterrottamente e diventa sempre più grande, fatto da noi e fatto di noi.
Per come abbiamo saputo e potuto contribuire. Nel nostro piccolo o grande, poco importa. Lì ci saremo, presenti eppure assenti. Presenti con il nostro contributo e assenti perché indifferenziati.
Ci sarà il succo delle nostre opere, non noi.”
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