IN S(ì) MINORE di Cristina Bove
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Se fossi interamente qui
scriverei cose semplici
mani al sapore di fragola
grida in cortile la campana e il gesso
nei solchi tra una pietra e l’altra
fresca di sera illimitata
senza rassegnazione al grigio e se
fossi la bambola di pezza
col cervello di stoppa
sarei felice d’ogni idea di carta
starei seduta un po’ accasciata a scrivere
con qualche propensione all’inventare
primaditutto te
che mi disegni col tuo indice
un nonnulla d’amore sulla guancia
poi se ci fosse un noi
di nuvole implacabili
pioggia d’alluvionarsi il corpo
e se ci fosse ancora
il mondo come rappresentazione
o la rappresentazione d’un pensiero
_senza trama né ordito
un palindromo d’anima sarei
di rive e rime nello stesso spazio_
per questo so di scrivere nel vento
come folata io stessa
nello stretto d’un varco passeggero
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se troppo in alto o troppo in basso fosse
che si stirasse verso il cielo o che
nell’ipogeo del cuore s’attardasse
in solitaria defibrillazione
che le si fa di perla il sangue
(andare è una questione delicata
non basta scomparire qualche volta)
i volti intatti
le primavere chiuse nei balconi
e osare salti oltre sé stessi
oltre le pesantezze discordanti
ammesso che
per rifugiarsi nelle forme lievi
bastasse contrapporsi al nominare
cose chiassose e grevi
_farne nuvole improprie_
e trasparenze al correre perfetto
anzi volare

Se per essere poeti bisogna essere letterati, ebbene io non sono poeta.
Se solo i letterati possono essere poeti, io non sono poeta.
Continuerò a scrivere le mie “cose”, o cosare i miei pensieri, perché se non lo facessi mancherei a me stessa.
La mia scommessa con la vita si sta rivelando superiore ad ogni ipotesi di durata.
Vivo giorno per giorno, ora per ora, non mi faccio programmi. E così come accolgo pazientemente le vicende dolorose, similmente accolgo quelle inaspettate gioiose.
Non so quanto mi resta di qualsiasi cosa, e non me ne dolgo.
Mi rallegro invece per il dono di anime che questo mezzo portentoso mi consente di incontrare.
Per quel che durerà, mesi, anni, decenni, ormai non so quantificare il tempo e tantomeno le aspettative.
Ma la vita è qualcosa di talmente meraviglioso, nel bene e nel male, che la vivrò in tutta la sua magnificenza. Con gratitudine.
Ed ecco un’altra delle mie cose:
Penombra
sappiamo vivere di piccole riserve
contrarre l’infinito in ore
e perfino momenti
dall’identificazione dei soliti gesti
soavi o no che siano
quindi non ti distrarre troppo a lungo
se annegando tra le cose morenti
utensili e verdure _e fosse pure
il calcolo di nomi ed equazioni_
sprofondassi impotente all’immanenza
di tutte le pulsioni
occorre che tu sappia simulare
un’apnea
così che nello sforbiciare l’aria
avessi quell’invito rimandato
e mi portassi a bere il vino adatto
in fondo siamo scesi a un compromesso
nel raccordarci con la vita
abbiamo omesso _cose fondamentali_
e per effetto
placebo simulacro dell’amore
ci siamo sporti a mendicare l’aria.
Anzi s’allunga a dismisura il giorno
alla furia del sole che tempesta
alla storia pressante
mentre ci si divincola da voci
da lettere mai giunte, mai inviate
la sortita dal corpo s’è arrestata
sotto la veste disinvolta, pare
che sia la ruvidezza a dare stallo
: sgombero rinviato
tutti i traslochi furono severi
insediamenti in ombre differenti
_si partiva da numeri_
per aggiungere solo un’altra cifra
ai sacchi pieni di dimenticanze
e starsene confusi e transitori
in questa desuetudine s_offerta
lasciando che si spoglino d’attesa
dita afferrate ai corrimani
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Tensione ai quattro punti della tela
sfibrata la figura _il portamento_
eccentrico rotare a testa in giù
di quanto basta
per sfilacciare santi e filigrane
*
c’è un viavai che si sposta
di primavere in fila sul terrazzo
primavere da quattro sacchi e mezzo
di terreno pressato dentro i vasi
un limone di guardia alla ringhiera
incorniciato a tegole e grondaie
*
non è sicuro si possano indicare
dipinti bizantini in bianco e oro
se poi di guazza e firmamento
il mondo tutto è rappresentazione
inventario di libro scritto in cielo
_hahaha… cielo!_
e c’è chi tenta ancora il vaniloquio
dissertando di fili e cuciture
un io ipertrofico
disquisitore d’agave e smerigli
vetrine e melensaggini
mosca cocchiera
in groppa all’ippogrifo
mappature perlacee
trine di biancospino
al centro scorre inverso
un fiume d’ansia
le sequenze riprendono ogni volta
irragionevolMente
equiparati a nubifragi
sette livelli di collegamento
per arrivare al punto di partenza
il conto
lo sto pagando a rate nelle vertebre
mentre cede ogni cosa
e un sussulto di forme irregolari
mi dipinge sul viso ombre perfette.
Chi mi cercasse oltre la soglia
aggirerebbe solamente un argine
per toccare con mano
che non era l’accesso che voleva
_io sono l’anima_
il corpo è un rimasuglio occasionale
dopo
ci saranno pensieri che non ha
mai formulato adesso
Radio Alma Brussellando
https://ia801701.us.archive.org/30/items/Bru20130416/Bru20130416.mp3
è stata una bellissima esperienza di cui ringrazio Mari D, Georges Lorend, Fiordaliso, la regia e tutti quanti.
ecco il podcast [Ascolta&scarica il podcast]
Ero molto emozionata.
1.Ofelia.
Ho promesso a Cristina che l’avrei letto questo suo libro, “ Mi hanno detto di Ofelia” edizioni smasher, 2012, e in effetti, ora che è primavera, l’ho letto e disletto, l’ho udito dentro di me, passar fuori, e lo riodo fuori di me, passar con me come un fiume che scorre ai miei piedi. Ecco la bianca, l’Ofelia di Rimbaud che ondeggia “sull’acqua calma e nera/dove dormono le stelle / come un gran giglio” E l’Ofelia dietro la finestra di De Andrè (“Mai nessuno le ha detto che è bella/ a soli ventidue anni / è già una vecchia zitella/La sua morte sarà molto romantica/trasformandosi in ora se ne andrà /per adesso cammina avanti e indietro/la via della Povertà), e infine l’Ofelia tragica di Virginia Woolf, perché senza madre e senza modelli femminili, senza identità ( “la sua identità se ne è andata quando le forze maschili non hanno più diretto le sue azioni”), l’Ofelia che in fondo non è mai esistita come donna, ma solo come personaggio, archetipo maschile ( e maschilista) di donna a cui tutto è negato, in primis la libertà.
Ma perché Ofelia?… Continua qui

in questo mondo virtuale
il senso dell’effimero
dovrebbe riportarci al panta rei
che l’accelerazione
trascina e sperde le parole, i fatti
alla velocità d’un click
vedo l’affanno il correre il gestire
lo sgomitare e il gioco delle gambe
è con stupore che resisto ai bordi
più propriamente fiordi _sulle cenge
il traballante nido_
e osservo ogni gravame, ogni riflusso
travestirsi da santo o da arlecchino
perdersi l’immanenza
nella ricerca ansiosa
di qualche permanenza, anche per poco.
Il gioco si fa sempre più pietroso
vincono gli stambecchi e i questuanti
e nessun coro da montagna guida
fino alle porte della guarigione
: la soglia è un salto sulla fenditura
un precipizio tappezzato d’oro
come una chiesa gotico-fiammante
.
A inargentarmi ho fatto presto, capelli bianchi già a trentacinque anni.
Da dopo la rivincita sul cancro. Erano però belli folti, spessi, ondulati.
Adesso sono fini come piume.
Vivere nel settimo decennio non era previsto, ma sono ancora qui, tra i redivivi, piena da traboccare di pensieri e versi e colori e tutto quello che d’intorno a cerchi si espande verso regioni ignote.
Quelle note sono fatte di figli e amori, di amicizia, di creatività e bellezza. Anche di ansie e amarezza: terrenità del mio-nostro consistere. Noi tutti, accomunati dal desiderio di capire, di esorcizzare, questa cosa che ci dà e ci toglie: l’esistenza.
Propendo per le filosofie orientali, tuttavia non coltivo codici o dottrine; ho esperienze di voli e di ristagni, di pranzi preparati per venti e di cene solitarie, di lutti e allegrie, di dolori miei e dolori di chi amo, che sono altrettanto miei.
Sono stata in un altrove dal quale sono tornata un po’ “strana”, con la tendenza a sconfinare in altri piani dimensionali, scientificamente attendibili, dove lo spirito e la materia confluiscono nella realtà quantica.
Ho letto libri su libri senza una precisa ricerca, solo fame di sapere.
Ho accumulato conoscenze che la mia memoria ballerina rende non citabili, sedimenti che ogni tanto affiorano come conigli dal cappello.
E poi un segreto, che fa bene e male nello stesso tempo, che riempie la vita ma, paradossalmente, fa anche desiderare di perderla: per finire prima che ne svanisca il ricordo.
Antinomia che mi fa viva e morta.
Non so spiegare alla mia mente umana che si divincola, che a volte scalpita, questa intensità di emozioni, non richiesta, temuta, eppure desiderata, amata.
Qualcosa d’inatteso in prossimità del traguardo. Un segnatempo impietoso a una felicità di pochi momenti, con la dovuta attenzione che mai riveli, complice la poesia, che non appartiene alle mani, alle orecchie, alla bocca, agli occhi, a una corporeità scontata. No, è altra cosa.
E può intimorire chi non riesce a percepirsi anche “altro”.
So che di un legame intenso ciò che appare può sembrare un risibile contatto; ma, dal mio vissuto, ho imparato che ogni avvenimento ha un suo senso. Altro.
scrivevano di penne
intinte nel carbone blu
carta nei rulli e copie tre
l’ultima sempre scolorita
quelli stessi
che non si sa che mai si sa
se adesso
bevono notti a fare salti quantici
o lingua di fragole e viole
in contrapposizione agli occhi
disorientati negli spazio vuoti
come pesci di boccia nell’oceano
si comincia per nome
e si finisce nelle bolle d’acqua
l’essere messi a fuoco
comporta lo schiarirsi d’altri segni
a chi passando li scorgesse
a chi volesse amare per davvero.

Siete tutti qui _vi sento_
mi raccogliete come sono, piccola
con una luce dentro
che mi spia
e voi Presenze
che di bellezza m’avvolgete
e non lo merito
_la trasparenza mostra segni
del mio appassito malamore_
i punti da discutere son tanti
sono umana
e ricuso ogni maschera divina
ogni orpello votivo
son sposa di nessuno
solo figlia
fiorita fuori tempo
germoglio d’universo
in moti rivoluzionari, pianeta appena nato
d’una costellazione sconosciuta
e non rivendico posti da prediletta
ovunque mi spargiate
con la vostra sete di me
lo so
oscuramente ma lo so
che sarò finalmente libera
quando m’incatenerete al vostro abbraccio
quando m’accorgerò ch’è già per sempre
A chi si ferma
In veste amica a chi
Un’improvvisa voglia di conforto
Tradisce il cuore dalla bocca al petto
Offro il mio vero volto
È dunque
Urtare con le ciglia l’aria
Niente però succede
Altro s’intende che la sordità
Pieghi le orecchie
Ai fogli, i margini scorrevoli
Rotolano trascinandosi per poco
Oltre le paratie di questa nave
Limite di marosi e di rancore
Ardua fatica
Chiama quell’altra voce
Ha note di falsetto
Eco fischiato in galleria
Ondata di ritorno
Destabilizza di continuo il dire
Espropria il tempo
Scompagina la casa
Opera pia snidare
Laddove batte il maglio
Travestito da stelo di bocciolo
Asservimento ai carri vincitori
Notabili agitati in gran da fare
Teneri in apparenza
Ostili e duri dentro la corazza.
Certezze non vi sono
Hanno ragliato nella corte
Illustri conduttori
Ammira il fuoco
Mentre s’allontana l’
Anima stanca delle messe in scena.
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versi in transfert
Un'antologia permanente a cura di Sonia Caporossi
letteratura, filosofia, arte e critica globale
A Reader's Blog
sogna la vita, mentre la vivi, intatta. uno sguardo sul mondo, a cominciare da quello vissuto, per continuare con quello vissuto e sognato.
[è necessario che la poesia divenga un sintomo della realtà]
La poesia non ha rimandi . La consapevolezza d'essere poeta è la stessa spontanea parola che Erode. Stermino io stesso il verso.
mariga de sos pensamentus
Impara l'arte e NON metterla da parte.