A ciascuno il suo Munch

grido - by criBo

(Febbraio 2009)

I nostri giri intorno a chi ci amò e a chi amammo
aumentano spirali ogni volta di più
il posto delle coperte avvolge ora la pietra
il tocco delle mani ora disegna l’aria
e resistiamo al gelo

se un dio ci schianta il cuore
dopo avercelo messo dentro il petto
una buona ragione bisogna che ci sia per questo strazio
non venga a raccontarci di bellezza
di tramonti e di mari quando, se pure in cima al mondo
il nostro brulicare è un solo grido.

Io non ti temo, i lutti che tu puoi dimenticare
i tuoi figli che stanno sulla croce adesso
e tu concedi ancora le stagioni
questi sproloqui miei
ogni artificio purché ci si distragga da chi siamo
e nel mentre apro parentesi tra bocca e cervello
e sparpaglio parole come samare
sapendo che in te sono il mio buio, e che
_se mai ci sarà luce_ non avranno spessore.

Potresti incenerirmi e non lo fai
quale giullare io sono che ti canto le messe sull’altare
della mia solitudine, e mi abbagli
con un pugno di effimeri piaceri e nei ritagli d’anima
mi siedi, bambino mio,
mio giubileo dei sensi, o mio martirio d’ombra.

Allora oso parlarti dagli abissi
della mia inconoscibile sostanza
prassi del divenire e mai di eterno conoscerti
ma il grido mio ti laceri l’immenso
e ti sia eco di questo oltraggio che hai chiamato vita.

Riparalo se puoi. Noi siamo stanchi.

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Aula parva

la stanza della legge - by criBo

Uno sgabello per i piedi
stesure di delibere sul banco
dove il martello batte la sua pena
testimonianze eluse
e saper trarre giuste conclusioni
lontano dal brusio dei corridoi

mezzo mondo che gioca a farsi grande
mezzo mondo che assiste dagli spalti
_libero giramento della testa_
non esistono archivi né musei
per garantire la preservazione
degli atti_mi esaltanti

svernare dalle fiere campionarie
_la discrepanza esige assoluzioni_
per rintanarsi in uno spazio minimo
a travasare l’anima in parole
e tutte le domande
lasciarle transitorie

la memoria sarebbe insopportabile
se non ci fosse qualche sparizione

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Siamo immortali (con riserva d’aria)

spicchi di sole - by criBo

 

L’uomo l’amore il sogno
il bianco il nero e la policromia
l’accumulo di dati è solo un gioco
ciascuno una pedina
sulla scacchiera della vita
_e nello stallo vince il mal di schiena_
tuttavia
s’accordano rimedi lenitivi
terapie da rimpiazzo

accade che si esista
e che si possa giungere a scoprirsi
avidi d’ogni novità benché morenti
proiettati minuto per minuto
fuori dal corpo vivi nel pensiero
_ci rende eterni la curiosità_

 

 

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ottobre 2012

https://ancorapoesia.wordpress.com/2012/10/30/song-to-the-moon/

 

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L’io è un noi scompagnato

 

mattoni - by criBo

in prima persona
è come imbattersi in sé stessi
nelle proprie rovine
e non si fa poesia se non si è universali
con titoli accademici
conoscenza di fatti e gesti anonimi

non io (non ho trovato un soggettivo adatto)
nemmeno un eteronimo
e ho dovuto propendere per io
che se pure pensato come un tu
non ha cittadinanza letteraria
a fronte d’alti versi accreditati
i miei sono invisibili
anarchie da salotto

non avrei mai pensato di pensarmi
in questa identità nominativa
notificarmi quasi di nascosto
distanziarmi dai versi come un ladro
dei miei stessi vestiti

e vado ancora a piedi nelle stanze
_le rime sono facili_ ma ritornando a me
scrivo di quel che so
di quanto si presenta involontario
e senza darsi veramente peso
ha pure un nome

 

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Après nous le déluge

contrasto - by criBo

 

le visioni dei giorni, il perdurare
che si è adattato al moto ondulatorio
malgrado il naufragare d’altre vite
_uomini morti a testimoni_
uomini vivi sulle boe del mondo

un mare rosso accusa tutti noi
la nostra terra è un covo di predoni

l’umanità s’è spenta e ripiegata
sotto la propria schiena
_si fa finta di credere al buon dio_
come se salmodiare
lo compiacesse fino a trarre in salvo

abbiamo un bel vestire d’arte e fiori
attenendoci a canoni accademici
un fingere che basti la bellezza
a distanziare il marcio
ma la morte ci aspetta tutti al varco
e la sola certezza è che di noi
si parlerà di popoli egoisti _ memi e geni_
vissuti senza mai guardarsi intorno
inabissati già nelle città
o apatici in un’arca di noè
galleggiante sul sangue dei perduti

 

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FARFARMACO

 Scritta qualche anno fa
per una improvvisa voglia di leggerezza

Non c’era una volta, c’è adesso: una donna che dipinge farfalle,  con un realismo tale che quelle vere aspettano che si stacchino per volare via tutte insieme.
Sulla sua tavolozza mescola il brillante cinabro, il cobalto, il carminio e l’oltremare, il verde veronese e lo smeraldo, il nero avorio e il giallo cadmio, e il lapislazzuli, e l’oro e l’argento.
Lei non ha bisogno d’altro che di osservare le leggiadre creature mentre le svolazzano intorno o si mettono  in posa ad ali spiegate per farsi ritrarre.

Tempo fa accadde un fatto strabiliante del quale tutti i lepidotteri si ricordano  e ancora lo raccontano per filo e per segno.
Erano giorni tristi, pioveva a dirotto da più di una settimana, gli uccelli se ne stavano nel nido, il formicaleone aveva dovuto sbaraccare in fretta e furia per non annegare  lui stesso nell’imbuto. Il cane se ne stava mogio nella cuccia. Le marmotte, che ai primi tepori  si erano svegliate dal letargo, erano tornate nelle tane, ma non riuscivano a riprendere sonno.
Nella casa circondata da roseti, ora zuppi e stillanti, c’erano tutte le luci accese, il viale gremito di macchine.

La prima a parlare fu Piera Cavolaia: – Per me c’è qualcosa che non va –
Octavio, il grosso ragno del garage si fece avanti : – Ne sono sicuro anch’io, sono giorni che l’auto è qui ferma –
Lycaona, che si informava sempre oltre il dovuto,  disse di aver intravisto dalle tende della camera molte persone accanto al letto sul quale la donna pareva che dormisse.
Si intromise Ornella Euphorion svolazzando nella sua caleidoscopica livrea e raccontò a sua volta di aver sentito piangere nella serra le amiche più assidue della pittrice: – Si soffiavano il naso di continuo, una di loro singhiozzava –

Silvia Podalirio, che abitava sul biancospino davanti alla casa del dottore, entrò nel pieno del discorso e, visto che se ne intendeva un po’ di termini medici, si rivolse a tutte le altre: – Ascoltate, io credo che la nostra amica stia molto male, forse sta per morire –
– Sei la solita catastrofica pessimista!- esclamò Icaria  Variopinta – sai vedere solo il lato negativo delle cose!-
– Su, su, compagne, non è il caso di litigare, qui bisogna trovare una soluzione. Se è vero quello che dice Pody, e conoscendo la sua serietà e competenza della terminologia medica non c’è motivo di dubitare, io proporrei di ricorrere alla nostra regina Faer Thysania Agrippina, lei conosce  i rimedi per tutti i mali –
– Sciocchezze, bofonchiò Morphea Celeste, la Regina conosce i rimedi per i nostri mali e quelli di tutti gli insetti del mondo, non per quelli degli umani!-
– E poi, rincarò subito Icaria, lei vive in Amazzonia, non basterebbe la nostra vita a percorrere  la distanza.-
Monotrysia, più piccola che mai, fece udire la sua vocina: -Ho un’idea: perché non andiamo tutte all’aeroporto e c’imbarchiamo sul primo jet diretto in Brasile? Da lì poi sarebbe facile raggiungere Manaus e proseguire per l’interno sorvolando fino alla grande Ceiba.-
Le farfalle furono sbalordite dall’insospettata arguzia della piccola, e si trovarono concordi nel mettere in pratica il progetto.

La Sfinge Velox si incaricò di raggiungere per prima l’aeroporto per leggere gli orari delle partenze e indicare loro l’aereo giusto.
Le farfalline più deboli furono fatte salire sulle possenti ali delle più grandi, e tutte, in men che non si dica, giunsero appena in tempo per infilarsi nel portellone del jet in partenza.

Il viaggio fu lungo, a Podalirio venne spesso da vomitare, ma le altre le sventolavano l’aria intorno a turno.
Quando atterrarono, Guidina Monarca si incaricò dell’orientamento di volo.

Giunsero ch’era sera al grande albero. Nel fogliame, dove, adagiata su morbidi cuscini di muschio, sedeva la Regina, furono subito accolte e rifocillate, ed ascoltate.
– Se ho ben capito, disse Faer Thysania, volete che io guarisca la vostra cara amica, non è così?-
– Siiiiiii!- Risposero in coro le farfalle.
– Ma voi sapete bene che non posso intervenire per gli umani.-
I primi goccioloni di lacrime sgorgarono dai grandi occhi di Icaria, e poi fu tutto un singhiozzare.
Thysania non poté resistere: – Tuttavia un rimedio ci sarebbe, unico e assolutamente irripetibile da parte mia, ma richiede un grosso sacrificio da parte vostra.-
– Siamo disposte a tutto!- gridarono all’unisono.
– Si tratta di questo, dovrete rinunciare a quanto vi è più caro al mondo.-

Le farfalle parlottarono tra loro, qualcuna era molto turbata, ma alla fine furono tutte d’accordo: avrebbero rinunciato ai loro colori.
La Regina, sorpresa e commossa, non tentò nemmeno di dissuaderle e affidò loro il polline della guarigione, quello del fiore Unico che solo lei conosceva.
Nel mentre, tutti i colori smaglianti sparirono dalle ali e le livree diventarono grigie, anonimamente grigie.

Il volo di ritorno fu più veloce dell’andata, un solo scalo intermedio.
Le farfalle giunsero trafelate alla villa, mentre il viavai lungo il viale  si faceva più frequente.
Quasi invisibili, com’erano diventate, si intrufolarono in casa e volarono su per la camera. Le persone accanto al letto avevano gli occhi troppo gonfi di pianto per potersene accorgere.

Ornella, quella più colpita dal grigiore,  che recava il prezioso polline serbato per tutto il volo tra le antenne, accostandosi con circospezione al viso della donna le fece scivolare tra le labbra il magico  rimedio.
Ora se ne stavano immobili dietro le tende chiuse, ad osservare con il fiato sospeso.
Ed ecco che nel letto ci fu un movimento, il corpo fu attraversato da un brivido vivificante, il viso diventava roseo.
La donna si levò a sedere guardandosi intorno meravigliata.
Ci fu un tramestio, un vociare gioioso, qualcuno gridò al miracolo.
La serata si trasformò in una festa, giù nel salone davanti al caminetto acceso. Gli ospiti intorno alla signora la abbracciavano stupiti.

L’indomani si annunciò con uno splendido sole, i fiori a corolla alta si stiracchiavano al tepore, gli uccelli cinguettavano felici, il formicaleone si affannava a rifare la sua tana, le marmotte poterono uscire, seppure con un po’ di mal di testa per le notti insonni.
Il cane zampettava intorno alla padrona che intanto si curava dei germogli di rosa e dei giacinti.
Le sembrò molto strana l’assenza delle farfalle.
Guardò tra le siepi di biancospino, nell’angolo delle margherite, perfino nell’orto dove non c’erano le solite bianchine cavolaie affamate, quando una lieve forma color polvere le si posò sulla mano. Che strano, pensò, se non fosse per il colore sembrerebbe un podalirio.
Poi se ne aggiunse un’altra anche questa di un colore indefinibile, spento, ma la forma era quella di un macaone.
Quando il suo sguardo si fu abituato le scorse tutte, e pur distinguendone le caratteristiche, non riusciva a spiegarsi quel grigiore.
La prima a farsi udire fu la minuscola Trysia, che le sussurrò all’orecchio, senza peraltro sperare di essere udita: – Siamo noi, le tue amiche farfalle!-
– Siete davvero voi carissime! Ma come mai siete così incolori?
Stava per intervenire Morphea, quando un’occhiataccia di Lycaona la zittì.
– Ma io sento i vostri pensieri! Esclamò la pittrice. Riesco a captare quello che vi dite! Che meraviglia, ma… ma, un momento, leggo tutta la vostra impresa nelle vostre menti! Avete fatto questo immenso sacrificio per me! Avete rinunciato alle vostre qualità più belle per dare a me la vita!-
– Sciocchezze, bofonchiò Morphea, sciocchezze!-
La donna le guardava rattristata, non sapeva che fare, pensò anche di ritrarle a mente, almeno per ricordarne la bellezza.
Vado a prendere la tela più grande che c’è,  e le dipingerò come erano.

Mentre pensava ciò, vide che le farfalle stavano riacquistando i rispettivi colori, dapprima lievi, e  poi sempre più intensi, in tutte le sfumature di rosso, arancio, verde, turchino, blu… Piera e le sue sorelle sfavillavano di  un bel bianco avorio,  Morphea di un azzurro meraviglioso, e  Macaone in giallo e oro dei più smaglianti. Pefino Trysia adesso era di un grigio perla iridescente. Erano diventate tutte luminose, con le livree più belle di prima.
La pittrice rideva contenta come una bambina e le farfalle le volteggiavano intorno meravigliate e incredule in un tripudio di voli colorati e di allegria.
Le più audaci le deposero piccoli baci tra i capelli.

Lontano, tra le foglie della lussureggiante ceyba, Faer  Thysania Agrippina pensava alle sue care piccole suddite: le aveva messe alla prova, ed erano state davvero generose a privarsi dei loro beni più preziosi in cambio della vita dell’amica. Avevano rinunciato senza sapere che avrebbero riacquistato tutti i loro splendidi colori, una volta compiuto l’incantesimo.

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Nonfuga sincopata

omaggio a Rousseau - mix foto e dipinti by criBo
Scappare dalla stalla
il mio cognome lo potrebbe
e a chiudere la porta
chi rimane

nell’accezione del mio nome invece
piccola crista a rimediare voli
dalle liane del soffitto
Jane delle pareti d’una stanza
nella foresta perpendicolare
metafore feroci
ma giusto si può fare
che solamente Cita sopravvive
tra le pareti pitturate a foglie
-adoro il Doganiere-
In fondo anch’io
dipingo il mio contorno a tinte forti.

Inciampo nei miei ritmi
i piedi mi s’incagliano nei piedi
i versi vanno soli, per i versi
che ritengono propri

un lampadario a dondolo
ed aspetto
nel giardino amazzonico pluviale
op…

4 ottobre 2010

 

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Temporanea 2

silenzio fra le case rimane il mondo a ridere di sé come se a non pensare rimanesse acquattata la ragione e si rimane appesi per le mani a un mormorio di voce

Sorgente: Temporanea 2

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da M.A.M.

Sorgente: Maestri (s)concertatori di Cristina Bove

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Càpita quando si sta seduti sulla propria vertigine

Sorgente: Càpita quando si sta seduti sulla propria vertigine

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La visione centripeta

telomerasi - -by criBo

come da un cannocchiale rovesciato
così ci appare il mondo
_si va rimpicciolendo sempre più_

prima eravamo attenti a ogni dettaglio
l’innocenza dei sensi ci appagava
ci sorprendeva amore
chiamavamo universi i suoi frammenti
ci vivevamo appassionati e immensi

adesso si restringe
un mondo millimetrico configurato a pixel
_anche una gita al faro
è un moscerino che ci ronza dentro_

Pure ci vaglia giorno dopo giorno
l’agitarsi del tempo che sparpaglia
particelle di noi senza più nome

è l’Es che r(ide) e si ridimensiona
ridisegnato da se stesso
nel labirinto delle mutazioni
sirene pesci girifalchi in volo

_è l’Es che ride dal sistema limbico_
minimizzando nella lente inversa
il cerchio che si chiude intorno a Dio
il macrocosmo al centro d’un bosone

 

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Malgrado i convenevoli

ringhiera - by criBo

Vestirsi dell’umore più idoneo
dare il buongiorno al cielo piovuto sul terrazzo
il miagolio d’un gatto
_ una fotografia senza soggetto_

Starsene fermi
su questo mondo che ci ruota sotto
perennemente in viaggio verso est
e dirsi in versi
forse nel tentativo di sottrarsi
non solamente al male
ma anche alla terribile bellezza
che annichilisce e ammalia

La terra è un campo coltivato a sassi
ci sono uova di pietra nelle tane
le covano gli uccelli della morte
:ne sgusceranno e sembreranno vivi
uomini tutti uguali
_diventeranno folle addormentate_

Sui balconi
vestirsi del saluto d’ogni giorno
scriversi addosso che la vita è vita
se si rimane svegli

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giovedì da M.A.M.

https://miglieruolo.wordpress.com/ 

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Se ci si adatta all’aria

alla finestra - by criBo

Che poi dimenticare il fatto
sarebbe l’occasione di perdersi di vista
nascosti dietro alle motivazioni
_se ne trovano sempre a buonmercato_
e cancellarsi dai diari
smezzati a freghi di matita blu
sarebbe cosa riguardosa e giusta
per tutti i malfattori (pentiti e non)

la vittima dovrebbe rassegnare
le dimissioni dalla propria vita
_se non riesce al primo tentativo
magari ritentare_

con tutti questi noi distesi a terra
che sembriamo dipinti in bianco e nero
si fanno esposizioni inconsistenti
tra morti sorridenti e grattaevinci
_la liturgia chiassosa ha vesti d’oro
e di solenne solo uno sbadiglio_

costei che scrive di mattina presto
non ha dimenticato
: lascia che sia la sua controfigura
a fingersi nel tempo prolungato
lei corre il rischio di svegliarsi ancora
e respirare una cometa o un giorno

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Ipnagogica

lanternino 2 - by criBo

ombre cinesi
mobili appena al gesto delle mani
sulle pareti nude
intorno il circo degli imbonitori
__bisognosi d’aerei personaIi
sennò come si è pari
a presidenti, papi, imperatori?__

Il balbuziente dio delle borgate
acclama l’afasia degli istrioni
a un pupazzo e ai suoi accoliti gli onori
al gregge la pastura, ammaestrare
la pecora che basta lavorare
mangiare e defecare, guardare la tivù
versare i contributi e le prebende
schiattare sulla terra col sudore
piegarsi ad ogni altare
ché tanto poi l’accoglierà gesù
nel paradiso di chi muore qui
per far la vita agiata al suo predone

il potere ha lo sporco nelle unghie
_un supermarket delle ambiguità_
distribuzione di foraggiamenti
appalti e nomine, tanto a pagare sarai sempre tu
tu prono, col tuo codice fiscale
illuso d’esser libero
ma incatenato e con la palla al piede

siamo anestetizzati da spettacoli
_il pascolo di tette e culi al vento_
dormienti tutti e intenti a ruminare
di prati con scaffali e luci al neon

ci vorrebbe una tromba sveglia_armenti
un terremoto ai timpani
e capiremmo che l’assuefazione
ne uccide più di distruzioni in massa

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da M.A.M.

Antiche suggestioni by Cristina Bove

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Leggendo “Andenken”

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“La fiumana sfocia. Ma toglie e dà
memoria il mare,
E l’amore anche affissa assidui occhi.
Ma ciò che resta fondano i poeti”
(Friedrich Hölderlin)

 

Da una riva d’alghe cresciute a grappoli
piedi nell’acqua il tonfo, immagini cadute
di tela e tarme, vele da farne spazi a rete
Il doppio si commuove di se stesso
piange ricordi e gesti indefiniti
ricalca passi in buche colme dove
affonda nella rena il piede e il verso.

Fondare una colonia di narcisi
nel giardino a strapiombo
e farsi amico il mare e la tempesta
dirsi di tutto senza frasi opache

il tempo stringe
che non ci si rassegni a poco sogno.
In effetti si scivola di lato
nessuno che sorregge
solo un tossire fino a lacrimare
per non morire in una sola volta

dei nomi pronunciati per non perdersi in gorghi
ripetere al guardiano della vita:
sono infinite volte
sono il dolore che mi stinge gli occhi
sono la vita che si fa rovente
sono l’addio dei giorni

e son l’amore
malgrado l’incurvarsi delle spine
e il farsi adunco il mare.

 

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In fondo Bukowski

lettere - by criBo

Sulla strada c’era
e nel mucchio selvaggio si sparava
o si fuggiva lungo le rotaie
per non perdere il tram dei desideri.

Sostare in quarantena per scommessa
e preparare borse per partire
senza sapere il punto d’atterraggio

_ci si adegua_
e si percorre il resto del cammino
nei labirinti dalle mille svolte
un segnalibro in tasca
da mettere tra i fogli dell’esistere

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da M.A.M.

Sorgente: scritto fatto di Cristina Bove (con la giunta d’una poetica)

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