silenzio fra le case rimane il mondo a ridere di sé come se a non pensare rimanesse acquattata la ragione e si rimane appesi per le mani a un mormorio di voce
Sorgente: Temporanea 2
silenzio fra le case rimane il mondo a ridere di sé come se a non pensare rimanesse acquattata la ragione e si rimane appesi per le mani a un mormorio di voce
Sorgente: Temporanea 2
Sorgente: Maestri (s)concertatori di Cristina Bove
come da un cannocchiale rovesciato
così ci appare il mondo
_si va rimpicciolendo sempre più_
prima eravamo attenti a ogni dettaglio
l’innocenza dei sensi ci appagava
ci sorprendeva amore
chiamavamo universi i suoi frammenti
ci vivevamo appassionati e immensi
adesso si restringe
un mondo millimetrico configurato a pixel
_anche una gita al faro
è un moscerino che ci ronza dentro_
Pure ci vaglia giorno dopo giorno
l’agitarsi del tempo che sparpaglia
particelle di noi senza più nome
è l’Es che r(ide) e si ridimensiona
ridisegnato da se stesso
nel labirinto delle mutazioni
sirene pesci girifalchi in volo
_è l’Es che ride dal sistema limbico_
minimizzando nella lente inversa
il cerchio che si chiude intorno a Dio
il macrocosmo al centro d’un bosone
Vestirsi dell’umore più idoneo
dare il buongiorno al cielo piovuto sul terrazzo
il miagolio d’un gatto
_ una fotografia senza soggetto_
Starsene fermi
su questo mondo che ci ruota sotto
perennemente in viaggio verso est
e dirsi in versi
forse nel tentativo di sottrarsi
non solamente al male
ma anche alla terribile bellezza
che annichilisce e ammalia
La terra è un campo coltivato a sassi
ci sono uova di pietra nelle tane
le covano gli uccelli della morte
:ne sgusceranno e sembreranno vivi
uomini tutti uguali
_diventeranno folle addormentate_
Sui balconi
vestirsi del saluto d’ogni giorno
scriversi addosso che la vita è vita
se si rimane svegli
ombre cinesi
mobili appena al gesto delle mani
sulle pareti nude
intorno il circo degli imbonitori
__bisognosi d’aerei personaIi
sennò come si è pari
a presidenti, papi, imperatori?__
Il balbuziente dio delle borgate
acclama l’afasia degli istrioni
a un pupazzo e ai suoi accoliti gli onori
al gregge la pastura, ammaestrare
la pecora che basta lavorare
mangiare e defecare, guardare la tivù
versare i contributi e le prebende
schiattare sulla terra col sudore
piegarsi ad ogni altare
ché tanto poi l’accoglierà gesù
nel paradiso di chi muore qui
per far la vita agiata al suo predone
il potere ha lo sporco nelle unghie
_un supermarket delle ambiguità_
distribuzione di foraggiamenti
appalti e nomine, tanto a pagare sarai sempre tu
tu prono, col tuo codice fiscale
illuso d’esser libero
ma incatenato e con la palla al piede
siamo anestetizzati da spettacoli
_il pascolo di tette e culi al vento_
dormienti tutti e intenti a ruminare
di prati con scaffali e luci al neon
ci vorrebbe una tromba sveglia_armenti
un terremoto ai timpani
e capiremmo che l’assuefazione
ne uccide più di distruzioni in massa

“La fiumana sfocia. Ma toglie e dà
memoria il mare,
E l’amore anche affissa assidui occhi.
Ma ciò che resta fondano i poeti”
(Friedrich Hölderlin)
Da una riva d’alghe cresciute a grappoli
piedi nell’acqua il tonfo, immagini cadute
di tela e tarme, vele da farne spazi a rete
Il doppio si commuove di se stesso
piange ricordi e gesti indefiniti
ricalca passi in buche colme dove
affonda nella rena il piede e il verso.
Fondare una colonia di narcisi
nel giardino a strapiombo
e farsi amico il mare e la tempesta
dirsi di tutto senza frasi opache
il tempo stringe
che non ci si rassegni a poco sogno.
In effetti si scivola di lato
nessuno che sorregge
solo un tossire fino a lacrimare
per non morire in una sola volta
dei nomi pronunciati per non perdersi in gorghi
ripetere al guardiano della vita:
sono infinite volte
sono il dolore che mi stinge gli occhi
sono la vita che si fa rovente
sono l’addio dei giorni
e son l’amore
malgrado l’incurvarsi delle spine
e il farsi adunco il mare.
13 settembre 2010
Sulla strada c’era
e nel mucchio selvaggio si sparava
o si fuggiva lungo le rotaie
per non perdere il tram dei desideri.
Sostare in quarantena per scommessa
e preparare borse per partire
senza sapere il punto d’atterraggio
_ci si adegua_
e si percorre il resto del cammino
nei labirinti dalle mille svolte
un segnalibro in tasca
da mettere tra i fogli dell’esistere
Il varco tra pensiero e corpo
la zona franca aperta sulla tela
/ ci si passa disposti di traverso /
onde o corpuscoli
oltre le direttive degli squarci
ci si racconta nudi e mercuriali
microscopiche sfere inafferrabili
e non potersi veramente scindere
_il male ci dispensa dall’amalgama_
fuori da giorni stretti, fuori da nomi e fatti
sul filo del rasoio
monadi nei macelli senza scampo
enti divisi nello stesso istante
ciascuno il proprio vivere al risparmio
_l’amore è un ballo in maschera_
una pietà inservibile
alla necessità di rassegnarsi
e un punto chiude
la resa matematica e il confine.
cortili in giorni d’afa
si sta seduti sulle proprie gambe
a palpebre socchiuse
cancelli minimali su chi passa
il giardiniere ha seminato zeri
per coltivare piante immaginarie
e spazi vuoti
bottiglie sotterrate a testa in giù
germineranno navi sottovetro
alberi nel sartiame sul mare del comò
tra cocci di pensieri
la sedia arroventata
è una zattera a strisce orizzontali
incagliata tra i panni stesi al sole
E vivo al posto suo
da quella notte del trentuno agosto
che lei precipitò dalla ringhiera
e poi si addormentò sul marciapiede
io me ne andai
lasciandola sul posto__ e venni al mondo
pagandomi l’accesso dal balcone
Però le ho sempre raccontato tutto
e lei non ha mai smesso di volare
__non si ricorda d’essere atterrata__
: sogna di me piombata sull’asfalto
sagoma disegnata con il gesso
e nel suo sogno lei si crede viva
ed io nel mio fingo d’essere morta
diventeremo una
quando saremo entrambe risvegliate
e con un solo battito di ali
riprenderemo il viaggio di ritorno
grazie alla carissima Paola Cingolani
per la maestria con cui conduce Storify e per la visibilità che dà ai miei testi.
vagabondi fuori dalle gimcane
o dentro_____ fate voi
ché tanto nulla cambia
moltiplicarsi infine era un dettaglio
divino o un diktat
anche su questo fate voi
l’arca non ci stupiva più di tanto
eravamo zavorra da padroni
dentro c’erano tutti gli animali
noi restavamo appesi alle fiancate
razza di marinai da terraferma
vivipari da sbarco_____o da sballo
cellule in soprannumero si possono
definire tumori
infondati
o
per questo ad ogni replica
si accorceranno i mitocondri
_un braccio che si abbrevia e si fa morte_
emmenomale!
Che vivere immortali
esposti al vaglio degli inquisitori
solo a pensarlo è un infinito orrore
benedetta sia quindi la cesura
il taglio netto
e buonanotte al secchio
e ai clonatori.
24 agosto 2011
versi in transfert
Un'antologia permanente a cura di Sonia Caporossi
letteratura, filosofia, arte e critica globale
A Reader's Blog
sogna la vita, mentre la vivi, intatta. uno sguardo sul mondo, a cominciare da quello vissuto, per continuare con quello vissuto e sognato.
[è necessario che la poesia divenga un sintomo della realtà]
La poesia non ha rimandi . La consapevolezza d'essere poeta è la stessa spontanea parola che Erode. Stermino io stesso il verso.
mariga de sos pensamentus
Impara l'arte e NON metterla da parte.