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Questa è una cosa scritta al volo
così
per non sentirmi a destra della strada
ora tutta in discesa mentre
le case mi sorpassano
furono squilli anagrammati
a capoverso
e per tettoia un antipodo
ecco mi dice anima la mina
e distorce il palindromo nel senso
rato non dato
ardire un limerick:
“la poesia è bellezza
non solo immediatezza
ci vuole ispirazione
e poi l’applicazione
solo così è bellezza”.
Oppure un clerihew:
“Cristina Bove
scriveva cose nuove
ma soprattutto mille stramberie
che solo lei chiamava poesie”.
sulla testa
piccolo come un casco da motociclista
ne resta fuori il sole _a volte_
soprattutto la pioggia s’incanala
oltre che sopra l’edera
nello sgocciolatoio di quattro piani
e sono una grondaia
avvezza al ticchettio _di scivolata_
sento l’intermittenza della vita: l’uomo
che ad ogni fulmine sparisce
che torna quando fuggono gli allori
quando l’umana debolezza espone al dire
e ne convoglia l’acqua
in un ultimo sbuffo di vapore
Sfilano nel pulviscolo di sole
facce di placida indolenza
_s’assomigliano tutte_
virgolettate, tratteggiate, finte
hanno imparato anche i poeti
a raccattare lemmi e sillabe
nelle tane di fogli
scrissero in molti e scrissero conigli
dame di picche e chicchere di sèvres
ma è tempo d’imbianchini questo che
tinteggia le sorprese
ce le spolvera addosso a fine inverno
come se fosse neve a sfiocchettarsi
inzuccherando pillole
d’amara consuetudine.
.
E così non c’è carteggio riservato
da cui dedurre panorami
o colpi di tosse
ci sono gli occhi di uno sconosciuto
mi guardano attraverso
_un film di carta velina_
l’inconsistenza e il fluttuare che
chiamiamo tempo
era il ghiaccio a salire su fino alle costole
in un crescendo d’iceberg
nessuna dimensione collocabile
viaggia dall’io recluso al polo nord
sorelle mani anch’esse fluttuanti
_così son fatte le carezze_
spianarono le scabre intercapedini
le resero infinite e percorribili
anche le voci svolsero l’incarico
: i cori si spandevano
l’immenso ci assediava da ogni parte
fummo costretti allo scoperto
*che fai, dormi?*
Così non fu mai scritto e non v’è traccia
sulle polveri antiche, né si potrebbe udire
un testimone fossile
*devi assolutamente alzarti da quel letto*
Mi prende un divenire difficile
non più propenso a ridimensionare
le misure del nulla
occorre che io resti che io vada che io…
*niente occorre, poiché…*
Vieni, ti mostro la metà del tuo nome
disse
e prima di sedersi
liberò la nuvola bassa dalle raggiere d’oro
poi bisbigliò da non poterlo udire
un suono eterno
lo stesso che garriva il cuore in petto
– un calabrone ha forma sua – capisci
non si domanda mai perché veste di nero
non occupa altro spazio
vive e vola
muore e non vola più
– lapalissiano – lesse nel pensiero
non era tipo da complimentarsi
sedeva e non sedeva sulla nuvola bassa
diciamo che nemmeno si vedeva
quando mi accorsi che denominava
la sostanza benevola di me
che ne faceva fioriture d’arpa
e questo senza mai cessare il luogo
senza finirsi e senza cominciarsi
oppure viceversa
e quando piansi tutta
da piovere me stessa verso il cielo
fece di me una voceluce
fece di me l’ignoto
così che infine mi potessi amare.
si gira al largo
si eludono esistenze provvisorie
fascinazioni vive
_ma non si può prescindere dai fatti_
le parole affollavano la bocca
di confidenze mute
ci si guardava a parte
d’altro che brucia gli occhi
si mira al centro
nell’avanzare rasentando amori
_la luna passa sotto le transenne_
s’onorano consegne:
mai confrontare scarti temporali
mai contrattare giorni del futuro.
Non si teme la morte né il presente
ma solo l’ombra e la dimenticanza
ha perso le sue briciole
_le hanno mangiate i corvi_
ci sono sassi tinti di vermiglio
a segnalare strade tra gli acanti
pungenti desideri oltre le foglie
spogliano di vocaboli e vestiti
la voce che s’affaccia
chiede sempre la stessa percorrenza
_l’arrivo è una dimora inconsistente_
gli arredi si conformano al quadrante
nell’immobilità d’un corpo in ombra.
L’anta del suono ha il suo registro per
chiudersi quando
allo scadere delle luci fisse
s’accende una risata e deframmenta
il discovita
una risata per non farsi male.
Fremeva il verde e lo stormire alto
_cavalli passavano al galoppo_
prima che si spandesse sulle querce
uno sbuffo d’autunno già nell’aria.
Cadevano in ginocchio i segmenti
del sedano selvatico
forse la cavità delle giunture
recava ancora l’eco degli zoccoli.
La donna aveva graffi sulle gambe
rigagnoli di sangue fino ai piedi
_i cavalli varcavano cancelli_
agonizzava e non moriva mai.
Vennero a lei di spade sguainate
cavalieri appiedati a farsi vanto
firmavano di lettere cruente
ferite sui confini della terra.
Erano taciturni i mostri sacri
sul monte degli eroi disarcionati
_i cavalli fuggivano lontano_
la donna s’era come addormentata.
Traforando le tenebre una voce
promise un gioco che non era un gioco
e lei fingeva che non fosse amaro
incentivare una furtiva morte.
ce li metto io perché sono i miei
ché mai li comprerei oggi
e sono quelli che amo offrire ogni giorno
perché ogni giorno
è l’8 marzo
.
che mi sobbarco la normalità
con le mie ore d’aria, qui m’accuso.
Dico ciò che fa male
senza l’impaccio del bon ton
denudo i miei pensieri _vie dirette_
perché non sia loquela dissociata
madre non un lamento
donna di salti e voli irregolari. Alla licenza
stocco.
Mi prende a parte un dissuasore
:non è così che si colpisce il centro!
Ma quale centro è questo
che fa mettere maschere __che fa
rivestire di rose la paura?
Un guizzo di sospetto anche si estende
in conseguenze accusatorie.
__si vergogni, signora essere umano,
tanti vorrebbero il suo posto, al sole, al buio,
nell’immediato o nel futuro e lei
che si risveglia un altro giorno ancora
non sa apprezzare e farselo piacere__
Va tutto bene _dicono_ e a ragione.
Se tutto questo accade
se raccomando al cuore di fermarsi nel sonno
se prego un dio colpevole d’eterno,
son io che non so reggere la piena
(l’amore non è un argine)
ai tentativi d’evasione.
Mettere gli occhiali alla rovescia
le suste nei capelli e vedere lo stesso
similmente un’ancora di nave
impigliata nel cielo, avrebbe qualche sagola
contraria e capovolta
ma noi che ci facciamo in questa scena
d’acqua e di strade tremule
percorse con le mani?
Nel dire contrapposto
si perdono le bussole e i sestanti
mettici quella voce
che tratteneva ancora il corpo vivo
un residuo d’assenso alla giornata
il misfatto di qualche rimanenza
di mille impalcature
possiamo quindi assumerci ogni piena
d’amore infatuato dell’amore
che a pronunciarsi tutto per intero
ben temperato il suono
nel clavicembalo di Bach
.

La prima intinse il dito nel bicchiere
lo passò sulla bocca della bambola che si tinse di rosso.
La seconda disse che il morellino di scansano
non va sprecato in questo modo.
La terza alzò le spalle sbuffando e le mandò a quel paese
aveva bei dentini nel sorriso
di porcellana, occhi di vetro azzurro
ammiccanti in frazioni di secondo _non se ne accorse mai nessuno_
Di quelle tre non c’era da fidarsi.
Lo sapevano gli orsi, i cani e i gatti
tutta la comitiva di peluche
coccodrilli di plastica, supereroi in mimetica
raccontavano cose che gli umani__cose che, come scrisse il gran poeta
ce ne sono talmente sotto il cielo
da non potersi immaginare_
Ma nemmeno l’indizio plateale
_la fattoria degli animali_
fu mai considerato seriamente.
– Come non se ne accorsero?- domandò la più piccola
– Erano troppo intenti a sopraffare, a rubarsi l’un l’altro, ad ostentare
soprattutto a distruggere
stanno morendo sotto le macerie
e pensano d’avere in tasca il mondo –

come se a fare il punto
incrociare parole o chissà che
fosse plurale
e non il mondo a esprimersi nei molti
in un processo osmotico
che sembra unirci mentre ci separa
le asperità di un suolo o di una scala
intersecano le stesse ripidezze
d’ogni essere mortale
e l’esser vivi
-il cuore poco più di una castagna-
sia percorrenza obbligatoria
per noi facoltativi,
soggetti alle scadenze
abbiamo appreso ad essere respinti
– ed offrivamo-
ad essere ignorati
-e soffrivamo-
finché ci siamo visti oltre le spalle

Come faccio a consistere di questo
che mi risulta ignoto, assente
come un’allucinazione
una sferza di luce in un sorriso
– dicono sia il mio viso – mi risulta
difficoltoso crederci.
di Me di Noi di Voi
pensiamo tutti
d’essere molto più che carne ed ossa
eppure il nostro tempo ci frammenta
senza lasciare traccia
è come un dimenarsi di fantasmi
da un gesto all’altro nell’incompletezza
matematicamente in_coerenti
solo di tanto in tanto consapevoli
visibili per attimi
Conosciamo gli spazi oltre i confini
dei piccoli sentieri d’apparenza
ci sfioriamo nell’anima
e ci leggiamo ad ogni apparizione
poeti dell’eterno oltre la vita
NOI
nell’essenza univoca immortale
siamo fatti d’immenso
versi in transfert
Un'antologia permanente a cura di Sonia Caporossi
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sogna la vita, mentre la vivi, intatta. uno sguardo sul mondo, a cominciare da quello vissuto, per continuare con quello vissuto e sognato.
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