SENZA TITOLO

la bolla - by criBo

Sono stanca di sentirmi forte
ho voglia d’esser piccola
sparire
in una tazza rosa
in un cestino a cuore
ho voglia di contare come piume
di canarino in gabbia
e di non fare pause
nemmenounaqualunquetraparole

ho voglia di restare
ferma come una macchia sul divano
che non è mai saggia
eppure è testimone
ecco
direte è pazza, certo
come i bambini che tagliano lenzuola
per farne una pezzuola per gli occhiali.

oggi cucino riso rosso e alghe
per sentirmi da pesce
in boccia-camera
ma la ricetta…
non aspettate niente
ho finito le mani
ho finito i pensieri
non ho neppure il sale.

15-3-2010

                                              

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Non di solo acciaio

strisce di luce

I miei errori
sono lucertole agli ultimi soli
quando le preghiere non vengono esaudite
e le speranze sono di troppo
logorroici a volte
si divincolano da mani strette a cappio
fuggono dagli sfregi che rigarono il sonno

cercano di persuadermi
fuori da logiche e contesti
eppure so
che non sono siffatti da condannarmi a notte

quale virgolartiglio mi sospende
io che appartengo a fiori e stelle
(abbonatemi il senso e le parole trite)
quale necessità di balsamo
nasconde
morbidezze di cielo in lastre di silenzio?

(Febbraio 2011)

 

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su Letteratitudine

la recensione a “Una per mille”di Simona Lo Iacono

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Nostralgia

aro -  by criBo

A noi _vestiti d’acqua_
parlavano d’amore le sorgenti
un linguaggio di ciottoli,  suonati
dalle mani del vento
tra le radici della sagittaria

tralasciavamo d’essere noi stessi
umani e imprescindibili
ci salvavano i salti e le correnti
_i voli terapeutici_

ne scrivevamo poi chiamando nomi
di terre e d’acquitrini
come fossero sogni di fontane
miraggi di torrenti

ora che ci strappiamo cuori e vesti
e nudi andiamo per le vie del mondo
spargendo ultime stille
nessuno più ci riconosce
in trasparenze prossime alle stelle

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CB da MAM

Che sia la vita scritta 

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Scarroccio

scarroccio - by criBo

così pareva a sporgersi di lato
il vento un po’ girovago
l’increspatura a smalto
un suono proveniente da lontano
si trasferiva goccia dopo goccia
e il pavimento diventava mare

_brucia la fronte_ dice un canto madre
e libera la testa da figure
che parevano amiche
ma sostano distanti sulla riva
nel silenzio degli occhi

in solitaria traversata
alla deriva delle circo/stanze
mi libero le tasche dalle pietre
e giunta al faro
abbandono la barca e prendo il volo

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a Radio Alma Brussellando

tutto all’insegna dell’improvvisazione, e quindi momenti di indecisione dovuti all’emotività.

dal punto 16,10 potrete ascoltare l’intervista riguardante il mio libro.
———————–
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Memorie d’universo e di meringhe

arancio - by criBo

genetiche a spirali
un filo svolto
si diventa virgole
affamate di vita a lieto fne
nome e cognome please
si documenta
per ogni convenzione ed attinenza
tipo ricette ad hoc
per fare l’uomo vitruviano o l’uovo
_quel poco che si sa di corpi e chiare_
un pizzico di sale

tutti montati a neve
un frullatore di violenza il mondo

qui dovrei
non farmela passare troppo liscia
se per dimenticare
chiudo la porta su dolore e grida
_e resto immota_
segnata sulla riga a tacche zero

il tempo uccide
smonta universi e cromosomi
il cielo e l’uomo
minuto per minuto

.

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Quelli che

per sentito dire dicono
dicono
dicono
mille formiche nelle orecchie
mentre rifanno i conti
prima di spiaccicare una ciliegia bacio

stanno serrando i polsi alla svanita
della casa color zafferano
che adesso ha quattro scale di pietra
a sprofondare
incise a geroglifici
– dalle balze gitane cosce rosa
a vista che –
mancava uno spillone alle sue mani
vedete come si sussurra in giro
non ha cucito orlo di sole al cielo
e cade inverno

quelli che come me scrivono
scrivono
scrivono
mille e poi non so quanti tendini
di caratteri tesi e forse in versi
per mantenersi in piedi

(febbraio 2010)
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da MAM

Traduzione simultanea

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Che vorrà dire?

virante al rosso - by criBo (2)

Adesso, per esempio, ho scritto il vuoto
_sapete come accade_
una matita color notte o un dito
per disegnare cifre nella nebbia
in quello che traspare germinando
un  ghirigoro
pensiero che s’avvolge e s’assottiglia

credo che serva a tutti questo vuoto
per perderci cercarci e ritrovarci

infine
ancora adesso
_visto che stento a ritrovarmi_
passo

                        

                       

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Le avventure di Melisanda

Avatar di miglieruolomiglieruolo

(ovverossia, piccola guida dell’umana stupidità)

***

dal blog lunanuvola di Maria G. Di Rienzo

Melisanda si avventura nel grande mare del web. Ha opinioni. Le piace discutere. Fa ragionamenti logici. E’ aperta e informata. Che tipi di atteggiamenti incontrerà? Come minimo, TUTTI quelli descritti di seguito.

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E se davvero esisti, dio, riprenditi il respiro a primavera

 pioggia e nebbia- by Cristina Bove

Avanza da tegole grondanti
l’apatia dell’inverno lungo i vetri
_giù nella casa un poco di tepore_
il gelo invade intorno e un altro giro
chiede il giardino spoglio
il grigiosporco ruvido dei muri

una mattina come un’altra, ieri
_mi cercavo l’ignoto e il segnapassi_
e nel rigore
delle braccia avvinghiate a un lavandino
i resti del coraggio erano persi

anelavo la tregua
fosse pure il calore d’un cerino
e che la mente
subisse ancora qualche scossa
prima che il ghiaccio m’invadesse
partendomi dai piedi fino al cuore
_vidi me stessa diventare marmo_
e seppi che la vita è moto e fiamma
la morte stasi gelida e silente

datemi un prato di giunchiglie

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Esaurivento

tenda sulla città  2 - by criBo

Mi si è seduto accanto
il maestrale
ripido come tutte le tempeste
e s’è acquietato
immoto
non ha più nome ora ch’è ammutolito
e non può dirlo a me _roccia mancata_
precipitata dentro un cuore
donna da parte a parte

e vidi tutti gli occhi degli umani
aprirsi come fiori di torrente
scorrrere nella valle della vita
imbacuccati d’aria per volare

di me vidi la tana dei pensieri
incanutirsi al lume dei ricordi
le mani prigioniere del granito

le pietre non carezzano le pietre
_è compito del sole farle vive_

                                

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il giovedì

https://cristinabove.com/wp-content/uploads/2013/10/28ritagl1.jpg?w=771&h=254

.

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Di tanti abbagli

 

y cassiopeiae

dal centro di lustrini all’ursa major
vagabondare per le vie galattiche
e tramontarsi dentro a capo chino
come vele d’inverno in altocielo
un poggiatesta il mondo
fiorito d’oro dentro il lapislazzuli

sono inezie cromatiche
se non affiora il senso mercuriale
a tradimento.
Aspetti d’altro che non conosciamo
contano i nostri giorni
nell’area fissa del pensiero indocile
e mi sorprendo di questioni stupide
scappate fuori come tarme sazie
(sembravano minute e non così voraci)
a sfarfallare
didascalie del tutto cancellate
_solo trattini restano_
in questa tessitura d’ognicosa
meraviglie e dolori anche i più atroci

__ma i virus hanno memoria della nascita?__

.

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Sala hobby

Non preoccupatevi  per me
anche se ho scritto questo racconto “strano”
(in verità basato su fatti realmente accaduti e in tempi a me vicini). 
🙂

                                       
                                                   

La villetta è situata sulla sommità della via, prima della stretta curva che porta nella stradina parallela.
E’ inserita tra  altre due simili, stile anni ’70, con un ampio portico su plinti piramidali e una serie di oblò sotto la grondaia dove alloggiano lampioni.
Due stretti viali ricoperti di edera corrono lungo i confini laterali. Un fitto pergolato di vite americana si arrampica lungo i pali di recinzione e ricopre i viali facendoli assomigliare a gallerie frondose, nascondendo alla vista, di chi si affacciasse alle finestre del piano superiore, gran parte del prato ed il grande cancello di ferro posto all’ ingresso della proprietà.
Un secondo cancello laterale immette su una rampa cementata, molto ripida, che scende direttamente nel garage seminterrato dal quale si accede a  un altro vano, la sala hobby.
Io abito nell’ appartamento al primo piano della palazzina di fronte, dal mio balcone riesco a  scorgere parte del portico in ombra e, nello sfondo, un’ ampia porta vetrata sempre chiusa.

Conosco la disposizione dei vari ambienti perché fui invitato dal ragazzo, che avevo  conosciuto qualche giorno addietro, a partecipare a una festa nel seminterrato
Mi aveva fatto un cenno di saluto, mentre se ne stava davanti al grande cancello ad osservare alcuni furgoni scendere e salire per la rampa.
La seconda volta mi aveva offerto un passaggio sulla sua utilitaria, pioveva ed io mi riparavo alla meglio alla fermata del bus, si era fermato e mi aveva aperto la portiera invitandomi a montare in macchina.
Pochi convenevoli ed eravamo già arrivati. Un rapido saluto, grazie, e ciascuno a casa propria.
Poi l’invito.

Nella vasta sala, palloncini variopinti ancorati al soffitto, coriandoli e stelle filanti, si festeggiava carnevale.
C’erano tavoli imbanditi con ogni ben di dio, bibite e alcolici a volontà.
Un megaimpianto stereo faceva vibrare perfino le pareti di assordanti canzoni popolari, romane e napoletane.
I giovani erano una ventina, ballavano tra di loro e con con alcune  ragazze, dimenandosi nello spazio libero tra i tavoli.
Cinque uomini di mezza età parlavano gesticolando concitatamente.
Uno di loro, il più anziano, aveva al mignolo un anello con una pietra sanguigna grande come una noce.
Sulla parete di fondo, una porticina metallica, simile a quelle degli stanzini di sicurezza che alloggiano i bruciatori e le caldaie degli impianti di riscaldamento, era sprangata con una enorme barra di ferro trasversale, e una minuscola grata, a mo’ di spioncino, lasciava intravedere una fumosa e densa oscurità.
La musica pompava a un volume così alto che pareva rombasse anche nel pavimento. Le casse, poste ai lati, ruggivano nel crescendo,  quasi animate di vita propria.
Un acuto odore di lisoformio si mescolava a quello, altrettanto intenso, di bastoncini che bruciavano in ciotole disseminate qua e là nello scantinato.
La festa pareva ancora nel suo clou quando l’uomo anziano fece un segno al ragazzo.
Gli parlò all’orecchio guardando verso  me.
Il giovane allora si avvicinò dicendo che la festa era finita, e imperativamente mi scortò fino al cancello borbottando un  saluto.

Passarono  mesi.
Non ebbi altra occasione di incontrarlo né di essere invitato.
Continuava però ogni giorno il viavai incessante dei furgoni su e giù per la rampa, e la musica, sempre fragorosa, esasperava il vicinato.
Spesso altri rumori si aggiungevano, muggiti, mugolii prolungati, che accomunavo ai latrati e guaiti di tutti i cani da guardia delle ville attigue.
Finché una mattina  due enormi camion da trasloco caricarono masserizie e sgomberarono la villa.

I nuovi proprietari, una coppia di pensionati,  si sono stabiliti da poco nella casa.
Mia madre ha già scambiato qualche parola con la signora, affabile e garbata.
Nel frattempo sto notando grandi cambiamenti, è sparito il pergolato, adesso dal mio balcone posso vedere tutto il giardino ben curato, le aiuole fiorite e buona parte della casa.
Le finestre sono sempre spalancate e spesso, di pomeriggio, due bambini giocano sotto il portico o percorrono in triciclo i vialetti.
Stanno facendo lavori anche nel seminterrato.

Stamattina c’è un insolito trambusto di camionette della polizia e auto municipali.
È arrivato anche un furgone della morgue.
Portano via dei sacchi neri dal garage, li caricano sul furgone.
L’anziana signora è sorretta dal marito e un paio di infermieri li aiutano a salire sull’ambulanza.
Quando tutti i veicoli si sono allontanati, scendo sulla strada dove si è formato un capannello di gente.
Parlottano, scambiandosi occhiate sbalordite.
Mi avvicino, sento qualche frase:
“Poveretti, chissà che cosa hanno provato!”
“Cosa? Come?”
“Pare che, nel ristrutturare il seminterrato, sotto il pavimento di uno stanzino, abbiano trovato un vano, pieno di ossa, spolpate e tranciate, alcune frantumate e altre con brandelli incartapecoriti.”
La donna che parlava scuoteva la testa: “Ma una cosa, signora mia!… Non ci si può credere, no, non può essere vero!
“Impossibile! Impossibile!.” Mormorava tra sé un’altra vicina.
“Ve lo giuro! L’ho sentito con queste mie orecchie dai portantini: sotto lo strato di cemento hanno trovato un mucchio di  resti umani. E, sopra, la carcassa di un leone.”

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da Mauro Antonio Miglieruolo

Con la caparbietà della parola

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Decostruzioni

 

lettere - by criBo

                                                               

Per strada non s’incontrano fontane
solo lavanderie cinesi _ah!
per fare pulizia bisognerà trasmettere
un po’ di conoscenza autoctona
assecondare ricorrenze e date
nel discettare in pubblico.

Attenti assorti immoti
soltanto la lalique e i soprammobili
_nessuna referenza a garanzia
se mentre scrivi ignori
che stai scrivendo epifore e sintagmi_
se la parola s’improvvisa spina
e tra “le quattro carabattole in disordine”
mette un suo proprio arguire

Genealogia sparuta d’artigiani
posso vantare ma
nessuno mi ha trasmesso biblioteche
le ho costruite tutte nella testa
custodite alla buona, traballanti
si rendono visibili
quando vengono estratte dal cappello
dal giocoliere matto
che m’abita il cervello



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Continuum

fiorebianco - by criBo

Fioriscono le cose
e sono buone tutte le stagioni
per tingersi di luna nei capelli

davanti a noi l‘eterno ha vesti bianche
vallate di narcisi in festa
e margherite con il sole al centro

siamo respiri d’universo
benché assuefatti alla testarda pietra
(ma ci tradiamo a sogni)
lasciamo che la vita ci attraversi
e ci sorprenda d’ogni suo mistero

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