Sapeva anche ascoltare
senza dar segno del pensiero indocile
che suo malgrado tendeva ad affiorare.
in notti dichiarate senza luogo
sperando in un miracolo _uno di quelli piccoli_
che al posto dei vestiti significasse un nome
l’indizio d’una qualche propensione
a trasformare un codice umorale
in un amore _la speranza era l’ultima a morire_
se guarda indietro
ha l’impressione d’essere restata
diventando se stessa una parola
per non sentirsi solo una metà
almeno con la mente, almeno un’ora
siccome il blog Viadellebelledonne non è accessibile
la riporto qua
Ero nel mio silenzio abituale
dopo aver conquistato lustri
in libertà di sangue e cartellini
cifre da disavanzi
avanzi da
ricucinare in maniera proponibile
ho risparmiato inesorabilmente
il fiato di accensioni
ho dato fondo agli anni cherubini
altre che andavano in carrozza, io no,
sempre appiedata.
e all’improvviso scalpita una voce
reclama l’attenzione
– noi che vestiamo nuvole d’inverno
e raggiere di sole nei capelli
dice
noi delle fisarmoniche francesi
noi?…
__sì proprio noi__
mi guardo intorno e vedo
l’ala della finestra a nord tremare un attimo
il lembo di una vita trattenuta
tendaggio approssimato
e dimmi, dimmi allora
si tratta dei conteggi usucapione
se l’hai dimenticato
siamo giunti agli sgoccioli, devi recuperare
ogni strappo ogni lingua ogni registrazione
((((sonora))))
e
non ti sembri strano, anche gli slip-triangoli
in quiescenza. Ma c’era poca cera
non feci in tempo a dare forma al cuore
che già vennero a prendermi le foglie
in veste di guerrieri
un autunno di neve precoce
__non hai occhi di verde, tu non hai
che gli occhi__ Infatti, chi se ne accorse mai?
restituisco tutto
ecco
riprendetevi il fondaco, il giardino
le masserizie e i davanzali a rose
loro fresche da dio
io che avvizzisco nottetempo e il giorno
mi spia dalle finestre
assassinandomi alle spalle
lentamente lentamente lentamente
ma poi chi siete voi?
sempre nei boulevards di foglie morte
a cantare d’incensi e di coriandoli, bautte
scontornate di visi_________ solo quelle
a me lontane come le piramidi
passavate nei vicoli festanti, voi che di voci
adesso sorprendete il mio silenzio
e vi pare che basti una promessa ancora
a farmi fessa. E no, basta con permute e riscatti
ho cicatrici fuori e dentro il corpo
e se non vi bastasse
ho fabbricato in anni taciturni la bandiera
del mio nulla a pretendere
bianca.
Ci si chiede, nel momento in cui si fa pressante la necessità di esporre il pensiero, quale sia il linguaggio che meglio lo esprima. Scaturiscono, allora, come se nascessero da un travaglio interiore, le parole nude, che la mente riveste di significati propri. Bisogna affidarsi completamente al sé creatore, lasciarlo libero di inventare ancora sogni, ancora forme, ancora tempi futuri da immettere nel presente. Il lessico acquista in tal modo una vitalità misteriosa, unisce o disambigua, controlla o lascia defluire, assecondando l’apparente insania polisemica del poeta.
e così ci può stare anche una cosuccia come questa:
mandava il cuore a farsi benedire
con le dovute ingiurie
pur di farlo tacere
come se allontanarlo dalle costole
lasciasse un posto libero
ubriacatura illuminante
ultimo sorso d’aria nel bicchiere
un gesucristo da osteria sbottona il petto
tatuato sopra l’anima scarlatta
Errante in ogni senso, vagante e passibile di errore. Sono trascorsi più di sette anni, da quando aprii il mio primo blog su splinder. Chiusa quella piattaforma, mi trasferii qui su wordpress, ma non avevo idea di quanto fosse stato, ed è tuttora, importante per me la condivisione di pensiero. E continuano a sorprendermi le vaste opportunità offerte da questo strumento ineguagliabile: viaggiare in tutto il mondo, imparare ogni giorno qualcosa, stringere legami con menti affini.
Tutto grazie a questo stupefacente mondo interattivo che dà modo di conoscere, avvicinare, abbracciare, seppure virtualmente, persone meravigliose, tante che mai potrei avvicinare nella vita reale, nemmeno se campassi duecento anni. Scambio di pensiero, di parola, di amicizia, che nessun mezzo di comunicazione avrebbe potuto consentire a tal punto.
Quando mi chiedo se non sia preferibile un blog di pura critica letteraria, non propenso a divagazioni personali, la risposta è che preferisco mediare, e stabilire rapporti umani oltre che artistici. Forse non sempre siamo in grado di orientarci nella valutazione di un’opera, che si tratti di poesia, di prosa, musica e quanto altro; tuttavia, ciò non avviene anche nella scelta di uno spettacolo teatrale, un film, un concerto, una mostra di pittura? O nell’acquisto di un libro? Credo che sia una decisione altrettanto autonoma frequentare un blog anziché un altro.
Abbiamo preferenze, e in base a queste scegliamo. E dunque perché non apprezzare gli elogi e le esternazioni affettuose? Visto che comunque non manca la critica costruttiva, sempre bene accetta. Infine, essendo libero ciascuno di frequentare o no un sito, perché soffermarsi se il contesto non interessa o non è gradito?
Si ha la libertà di girare in queste stanze, se non piace si può uscire e andare altrove.
Errare: vagabondare, anche sbagliare. Cambiare direzione.
O far notare l’errore. Con garbo, però.
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S’aggirano fantasmi al verderame
intorno alla giacenza di connotati fuori uso
discariche di vasi e d’inevasi
di tutto ciò che fosse stato troppo
compreso il sacrificio
_talvolta imperdonato, anzi indigesto_
e può sembrare l’oggi un sacrilegio
se non ricade subito il domani
a porre fine
scriverne non assolve l’esistenza
:si sta dove l’incerto che accompagna
è convivente malaccorto
ché se fosse più sveglio andrebbe a capo
tenendo bene a mente che un vocabolo
sarebbe meglio definirlo termine
restarsene seduti
è la beffa dei tempi discordanti
_l’essere stati a danno di sé stessi_
tanto da non saperlo definire
l’amore e le sue immagini distorte
e fermi nell’attesa che si compia
il ciclo delle proprie competenze
(dicasi morte se non fa paura)
ci si perdoni almeno d’esser vivi
scritta per chi s’andava cancellando
e si scoprì due donne in una
a raccontarsi come mai era stata
profeta sprovveduta di se stessa
continuerebbe a scriverle
: è lì che sei rimasta, passandoti attraverso
indenne
così ti vidi nella scia del volo
cadere tra i gerani e adesso il velo
che ti sfigura e quasi ti cancella
ha il senso che ti diedi _parve una foto in ombra_
tuttavia
raccolsi ogni tuo modo di morire
non potevo sapere
quanto ti avrebbe consentito il vivere
e ancora le direbbe
: quella che non amai fu la resa dei conti
il decadere che non volli mai
ti appartenesse _un concordato vale poco
se non rispetti i termini (nel senso temporale)
e un gioco è bello a patto che finisca
in un modo o nell’altro.
Ed in quell’altro modo ch’è restare
sfogliandosi di tutte le risposte
scriversi un colorato ricordare
pieghe di un mondo straccio
monosillabi lunghi _anamorfosi di loquela_
dicerie scivolate sulla strada
punti di vista obbligatori
a starsene in disparte può finire
che il mare si riduca a una pozzanghera
una linea tortuosa il proprio nome
e tutti i nomi sparpagliati in lettere
denudati di quanto li vestiva
_abiti e abitazioni di ventura_
smettersi prima d’essere dismessi
e si andrà spogli
a suicidarsi in massa come lemmings
_il pifferaio già suona_ in fuga allo strapiombo
giornate cateratte
nessun appiglio entusiasmante, i corpi
ridursi fino al punto
così che mille secchi di vernice
dipingano le false prospettive
sguinzagliando campane ai propri morti
il ponte piange a varchi aperti
nelle sue luci scorrere attraverso
l’acqua che va ma non ritorna indietro
nel rito di passaggio _ci si viveva in piena_
le onde sulle spalle e gli occhistelle
perduti in prospettive di golena
il cuore nelle rapide, sommerso
quando si arriva in fosse lagunari
pesci volanti stanchi sfuggiti alle lampughe
(“il vecchio pescatore portò a riva
la grande lisca appesa alla fiancata
_la traduttrice prese un granchio
e trasformò in delfino un dolphinfish)
chi_usa parentesi
quando si giunge al dunque, si diceva
si resta come assorti in un ristagno
e tutto si confonde _alberi e vette
pinnacoli e mangrovie
in un assetto che non è più casa
Repubblica, Città del Sole, Castalia, luoghi del “buon governo”, dove le leggi sono concordate dalla saggezza di illuminati e dove il tempo scandisce non solo gli eventi ma anche l’evolversi degli stessi fautori nella sua realizzazione, il che logicamente determina la non prevedibilità dell’elemento inaspettato: una singolarità divergente che potrebbe sconvolgere i piani della ragione.
Utopia, Giuoco delle perle di vetro, Caverna platonica, contestualizzano politiche fondate sull’incremento sociale dell’intelletto e dell’autocoscienza, sull’accettazione di regole e categorie cui riferirsi; tuttavia non considerano quanto l’animo umano sia suscettibile di mutamenti radicali, e quanto questi possano essere indotti da reazioni individuali ad eventi inaspettati, nel bene e nel male.
Che la discrepanza tra la bontà dei principi ispiratori di un sistema governativo saggio e la sua incongrua realizzazione, risieda nell’ipotesi inconscia dell’elemento imponderabile?
Nel concetto castale ci sono gerarchie da rispettare e categorie sottoposte all’elemento dominante. In fondo è ancora la legge del più forte, seppure sottilmente e abilmente celata nel contesto idealistico, spesso elitario, in cui l’essere umano è il massimo predatore di tutto quanto sia fruibile (risorse naturali, manovalanza, storia dei popoli, scienza, arte e spettacolo), con i potenti mezzi di sopraffazione: banche, religioni, imperi, manipolazioni politiche, perfino gestione del tempo.
Il Tempo lineare, quello in cui l’individuo, ponendosi in canoni astratti, concettualizza se stesso secondo il proprio grado di attenzione nel relazionarsi a ciò che lo circonda.
Se questa attenzione si esplicasse nel Tempo circolare, la percezione di sé e delle cose sarebbe completamente diversa da quella sperimentata attraverso i cinque sensi: l’occhio, che rileva la superficie delle cose, se indagasse a raggi ics, ci mostrerebbe solamente scheletri. Se avesse un cristallino potente quanto un microscopio, ci vedremmo scansioni cellulari, strutture elementari e subatomiche.
Se la coesione molecolare dell’epidermide fosse simile a quella delle materie con cui viene a contatto, non si differenzierebbe da esse: la mano affonderebbe negli oggetti entrandone a far parte.
Per il suono altre caratteristiche determinerebbero “essere suono” anziché “udire suoni”.
Per il gusto e l’olfatto potremmo nutrirci d’aria fritta, così per dire, e inebriarci di profumi subliminali.
Quindi, è soltanto nel continuum lineare che l’essere umano può materializzarsi e avere coscienza storica di sé?
E nel quantuum spazio-temporale si estinguerebbe la propria singolarità nel Tutto, senza più di-vergere, né di-vertere?
Allora anche il concetto di Utopia, polis irrealizzabile ma cara agli idealisti e ai sognatori, perderebbe il suo fascino.
E se le regole che tentiamo di darci, leggi, canoni, codici, ecc… non fossero altro che espedienti funzionali alla propagazione della specie, perché ne sia perseguito il compimento naturale e siano preservati i geni per la sua sopravvivenza, al pari del senso di orientamento dei piccioni, della aggressività dei leoni o del canto delle megattere?
Nell’ universo in espansione, nel numero incommensurabile di sistemi galattici, spariremo dalla scena del cosmo in un pulviscolo senza memoria?
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