Ho una lacuna di conforto
per chi piange d’amore andato a male
e cerco un’amarezza più incisiva
un pianto a farmi viva
magari senza troppa convinzione
o forse inadempiente
come un riparo di coperta corta
Sono parole astruse
quelle che sento battere alla porta
parole in una cesta abbandonata
orfane nella ruota degli esposti
La mia pietà è finita
e sono sola con le mie magagne
ma vorrei
quadrare cerchi nelle logoteche
disegnare diagrammi di certezza
essere un genio che trascriva il vero
in equazioni sopra una lavagna
dal fango alla fusione delle stelle
angeli prigionieri dell’argilla
nell’umido respiro che attraversa
lo sfolgorio del quarzo
tesi alla linea d’oltrecielo
la sete risvegliata nelle crepe
spinse la vita a nascere dall’acqua
amebe e dinosauri
homosistemi e memi replicanti
messi a dimora sulla terra:
nacquero i fiori i frutti e le magagne
i vivi e i morti
furono incluse luci nelle pietre
occultate le gemme nella carne
ma tutto ciò che replica e risorge
aspetta che si svelino i segreti
della pietra del sangue e del respiro
e che gli dei si stanchino d’arare
questi terreni concimati a sogno
Penso, dunque scrivo. Scrivo, dunque vivo. O viceversa.
Questo mi confonde; tuttavia la confusione è preferibile alla disperazione.
Nel piccolo caos quotidiano posso cercarmi tra le cose che dimentico e quelle che ricordo.
Essere sopravvissuta al suicidio, e a tanti altri malanni, mi ha permesso di vivere all’insegna della provvisorietà, la stessa che connota anche questi ultimi anni, ma in maniera profondamente diversa: è la cognizione inequivocabile della precarietà dei giorni e dell’avvicinarsi sempre più alla fine.
Per fortuna, o per qualsiasi altra ragione, ho l’opportunità di esternare in questo luogo le mie malinconie, di porgerle a chi legge e che, magari un po’, vi si riconosce.
Diventa necessario distogliere il pensiero dalle angosce, accettare che svapori e si dissolva, a beneficio della libertà: spostarsi di continuo dalle proprie ombre dà modo di muoversi verso chiarezze improvvise e inaspettate. Saltellare tra riflessioni e considerazioni lasciate in sospeso, permette di allontanarsi un po’ anche da sé stessi.
Per chi, come me, non ha fideismi di sorta, è facile sentirsi disgiunti dai contesti in cui si prospettano certezze d’oltre, e nel contempo è difficile adeguarsi alla propria finitezza.
E continuare a vivere malgrado il disorientamento che ne consegue: la logica è tiranna.
Per quanto mi riguarda, il solo valido appiglio è la scienza, che, proiettando nell’infinitamente grande l’infinitamente piccolo, dà la certezza del finire delle cose e la perenne loro trasformazione in altro.
Che dà la consapevolezza dell’incessante (si spera) acquisizione di ulteriore conoscenza, che persegue il miglioramento della vita su questo pianeta. Che non ne elimina ogni male ma ricerca il modo più efficace per alleviare il dolore.
La scienza, scandagliando la realtà ed esigendo prove e verità, è anche carità.
Penso a tutti i seguaci di questa o quella filosofia esoterica, che si infervorano per diete e cure alternative, ma che, se stanno veramente male, si precipitano al pronto soccorso, che sperano in un sollecito ricovero ospedaliero laddove ce ne fosse bisogno, e che si sottopongono a interventi di ogni genere mettendo la loro vita nelle mani del chirurgo. Eppure la ciarlataneria regna sovrana, fallace panacea o placebo, per distogliere la mente dalla nemesi che grava su ciascuno.
le poesie con il bollino blu
depositate in luoghi di raccolta
secondo il grado di maturità
stivate in caschi-versi nelle stanze
_un trapestio di piedi in sottofondo _
giungevano nei porti dei concorsi
su mercantili e navi da diporto
schivavano transenne e boccaporti
e senza credenziali
scaricate su metriche d’attracco
venivano smerciate
_alle dogane si chiudeva un occhio_
Sulla circonvallazione est
una stella dipinta a carboncino
nasconde fenditure ai senza casa
ai senza amore sogni e altre quisquilie
ai senza.
Passanti che non hanno più riparo
guardano muri di costellazioni
ridotte a manifesti ingannatori
ma
riprenderanno fiato
sapendo che i disegni sui mattoni
non hanno passaporto e credenziali
e che si viaggia tutti quanti insieme
verso una sola direzione
assenza di cartelli indicatori
nei bassifondi cosmici
un’ombra nera gravita sui muri
nasconde assenze nelle intercapedini
ripropone l’amore e i suoi scenari
a spettatori di tragedie e farse
si recita a soggetto
insieme tutti: pubblico e dilettanti
per evitare di pensare troppo
noi senza casa, impreparati a esistere
speranzosi, chissà
che non si vive per davvero
e che nessuno muore
Isole senza sponde
nel mareggiare di relitti
sassi e merli di torri diroccate
il faro è morto
ci stanno a guardia procellarie stanche
sopravvissute al naufragare intorno
noi che imparammo a vivere a strapiombo
aggrappati alle cose irrilevanti
custodi e prigionieri delle ombre
non indichiamo porti ai naviganti
siamo profili d’isole pietrose
senza moli d’attracco
si soccombe lo stesso
anche se ci si esercita in poltrona
da guerrieri in pantofole
a vincere battaglie tra fantasmi
ci si veglia di notte
compagni d’arti ingenue
disadattati a viversi di giorno
perché incapaci d’arraffare il mondo
_ci coprono armature di cristallo_
e siamo soli
benché ci sembri d’essere affiancati
in questa moltitudine sommersa
Che se ne voglia dire bene
è il desiderio pio dei noncuranti
che pensano sia tutto regolare
se sulle gradinate e sugli scranni
siedono giovinastri arruffapopoli
vecchiacci ridanciani imbalsamati
illusionisti e illusi _pravi e ignavi_
Che se ne voglia dire bene
è desiderio pio dei disarmati
di chi non ha più forze per combattere
di chi può solo assistere impotente
a cannonate d’imbecillità
sparate a fiori col silenziatore
dal bastimento con bandiera nera
sulle scialuppe prossime al naufragio
per non dare nell’occhio
perché parlo di morte e carnevale
della bellezza della vita andata
di come la vecchiaia sia una schifezza
_questa parola allappa i benscriventi_
io me ne infischio e penso ai casi miei
d’altronde chi può mettersi nei panni
che cadono già male a chi li veste?
Forse “la vita è bella”
per chi sgranocchia favole e popcorn
bevendo alla tv messaggi e film
false promesse e varie amenità
di malavita e malamorte
_anch’io mi ottundo con le serie e i quiz_
e più che mai mi sento estranea ai fatti
desiderosa di finire in fretta
per smettere di stare sulla breccia
inutilmente logora e loquace
a scrivere di mille superfici
schivando abissi di natura logica
sulla barca che affonda in mari equivoci
senza nemmeno un dio per salvagente
Una casa da viverci d’inverno
talvolta riluttante a essere casa
spifferi alle finestre
tra pareti dipinte a cianofiori
e nomi pronunciati a bassa voce.
Un che d’inafferrabile nell’aria
rallenta gesti _qui l’imprecisione_
sospende nell’esilio dei pensieri
una richiesta d’ore.
Avviene che le regole sbiadiscano
al progredire della confusione
_lallazioni gergali incomprensibili_
pensieri di bambini in corpi stanchi
sorpresi dentro gli abiti appassiti
e poi si muore
le farse e le tragedie
nel rovesciarsi della rappresentazione
_il mondo come volontà, spietata_
perduta la ragione
restano impronte di filosofia
sul tavolato
capovolta la scena
tutti gli attori stanno giù in platea
mentre gli spettatori
riversi tra le quinte e sui fondali
presi dal sonno che genera mostri
ricalcano copioni
Ancora ci stupiamo
per minuscole storie-scorie
come bambini in corpi troppo vecchi
che nelle macchie vedono profili
e draghi sputafuoco nei tramonti
ce ne stiamo
quasi al di fuori di noi stessi
pareidolie scomposte come nuvole
gravati alle caviglie
dalle catene della consuetudine
siamo muri gremiti di ritratti
senza cornici _arresi allo scompiglio_
assuefatti al dolore
assorti nei ritorni di memoria
eppure attratti dalla vita ancora
S’illuminò di senso
l’interruzione obbligatoria
con tutte quante le combinazioni
dei tempi addizionali
_non si finisce la partita
se non ci si assicura del ritorno_
disse il guardiano della vita
e allontanò la nuvola d’ingombro.
Regalavano scorte di sentenze
massime trite e qualche déjàvu
ma la candela non valeva il gioco
il buio nel piatto era un suadente invito
a consumare gli ultimi bocconi
_ma fu concesso fare la scarpetta_
Tutte le ragioni
e nessuna ragione
in mezzo l’io
che non è più questo o quello
buono e cattivo in merito o demerito
un io confuso e nel contempo arreso
al suo mutare. Infine attento
alle propriocezioni, alle derive del sentire
angelo e diavolo in mille sfumature
un io che si contorce nel pensiero
e che per sopravvivere si manca
_cercai la soluzione nello schianto_
mi avrebbe reso libera
e come una meteora innocente
avrei brillato un attimo e poi più
ora che sono tutto il mio vissuto
fluttuo nel mare dell’indefinito
un io che a volte
è quello che non è
quando dubbi e inquietudini
sembravano senza via d’uscita
e un repentino volgere di spalle
di maggiordomi e primedonne
divenne un fiume che allagò il giardino
sprangò porte e finestre della casa
fuori pioveva il buio
passavano giullari e cantastorie
in cerca di ribalte e di platee
più compiacenti
immemori del tempo che cancella
programmi e cartelloni
mentre il fiume cresceva e dilagava
in una sarabanda d’acqua
il giardiniere
restò in attesa che fiorisse l’alba
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