l’aria che avvolge i corpi
è il calco d’ogni forma
_ una fusione a cielo perso_
l’antimateria ha il suo marchio di fabbrica
siamo scavati nelle nuvole
abbiamo l’elemosina del sogno
a farci vivi nella dissolvenza
_le variazioni sono effetti labili_
il dentro è della stessa consistenza
dell’aria che ne sagoma i contorni
anime confinate nei minuti
_lo spazio un vuoto a rendere_
siamo prova tangibile d’un Dio
che si diletta a nascere e morire
a nostra immagine
Sogniamo d’esser svegli
in un mondo di carta da sfogliare
in libricase riletti tante volte
dalle finestre confidenze angeliche
annunciano alla stirpe le spirali
_sarete madri e figli di voi stessi_
la voce che declina verbi e foglie
promette nuovi fiori alle sterpaglie.
Ed ecco che si fischia dai balconi
un alleluia di circostanza
ma ai nascituri inermi
non si rivela il furto della vita
mille comete sulle città morte
occultano il degrado e lo sfacelo
dall’uroboros ai nati nella paglia
l’astro tagliente sulle pietre alchemiche
spande la luce sua terribile
_saranno annichiliti figli e nomi_
Sogniamo d’esser svegli
nella speranza del chissà se poi
d’acqua, di terra, d’etere e di fuoco
nell’atanor del Dio dell’universo
si possa ancora vivere di noi
Strato su strato diventare antica
di sedimenti spesso inconciliabili
trasparenti per attimi e poi spenti
una torta di buon noncompleanno
anzi di buon noncedimento
_alta concertazione culinaria_
chi cuoce a fuoco spento se ne intende
certe volte mi assaggio per errore
vedo un aspetto che mi sembra bello
e scopro che se tutto è andato a male
sono una cuoca che non sa dosare
né glassature né zucchero a velo
presto subentrerò nella vetrina
dopo lo straccio delle pulizie
_sarò piatto d’argento ma vacante_
un tavolo infantile sparecchiato
e nessun altro dolce da spartire
non un suono pronuncia il disordine
il vedere chiassoso impagina murales
_nel disimpegno lungomare_
strade con solo un margine
dall’altro non finisce e non si va
ci si trattiene a viversi di lato
tralasciati da punti in sospensione
in un bizzarro ritenersi astanti
le superfici espongono palazzi
come fossero veri
_le pareti si fingono distanti_
e non si appare che vestiti vuoti
appollaiati alle finestre
vapori a fil di vento
a tessere giornate in spazi assenti
città dipinte nei colori onirici
intorno a tutti i sé temuti e amati
_ci si può stare in tanti_
suggeriscono strade sul confine
oltre le cose conosciute e solide
varchi da cui si possa intravedere
un altro esistere _forse_
Mi tengono buona le risate
le battute sornione basculanti
_in mezzo scorre il tempo accelerato_
e sono ostaggio delle conseguenze
il fiato arruffa le malinconie
le parolemacerie fanno il resto
l’anima si ritrova nel cortile e l’oca loca
riporta dati freschi da quaqua
scrive delimitando incisi tra
lineette basse
_lo sanno anche le pietre del giardino_
affetta da malsane pertinenze
in fil di vita
invece di lustrare soprammobili
racconta a gufi e affini
le battute di faccia
_non uno smile di troppo_
e il riso necessario a scomparire
Sta occupando il mio spazio dalla fronte
alla punta dei piedi
pietrose lische
contamina di piombo isole agglomerate
liquefacendo vita
mi divento metallica, cromata
E fredda
pelle congela i miei vapori
All’apparenza simulo una forma
braccia d’avorio
perimetri di sangue e di respiro
ma dentro è lei che avanza
con precisione e squame
di cemento
sotto il vestito
una marmorea coda
sentirò l’onda battermi sull’orma
cancellare i miei piedi
Il mondo in un rettangolo
appare l’Arte e l’arte della guerra
il cibo per chi ingrassa e per chi impara
un tourbillon di meraviglie e orrori
balli di terra e cuochi da vetrina
gare di chi non sa di non sapere
Con incauta pazienza
si coltivano campi di parole
sperando in fioriture di stagione
ma nei palazzi di ruffianerie
si fabbricano maschere antilogos
_un buco nero senza stella intorno_
si sfrattano dai marmi gli abusivi
_ospiti in ossa e ossa da traslare_
bisogna sgomberare dalla polvere
restituire il letto di granito
ai rispettivi proprietari
e noi, che tumuliamo amori nelle nuvole
sparpagliandoli in cenere e memoria
ci dedichiamo a siti da gestire
per incontrarci vivi anche a distanza
Ho una lacuna di conforto
per chi piange d’amore andato a male
e cerco un’amarezza più incisiva
un pianto a farmi viva
magari senza troppa convinzione
o forse inadempiente
come un riparo di coperta corta
Sono parole astruse
quelle che sento battere alla porta
parole in una cesta abbandonata
orfane nella ruota degli esposti
La mia pietà è finita
e sono sola con le mie magagne
ma vorrei
quadrare cerchi nelle logoteche
disegnare diagrammi di certezza
essere un genio che trascriva il vero
in equazioni sopra una lavagna
dal fango alla fusione delle stelle
angeli prigionieri dell’argilla
nell’umido respiro che attraversa
lo sfolgorio del quarzo
tesi alla linea d’oltrecielo
la sete risvegliata nelle crepe
spinse la vita a nascere dall’acqua
amebe e dinosauri
homosistemi e memi replicanti
messi a dimora sulla terra:
nacquero i fiori i frutti e le magagne
i vivi e i morti
furono incluse luci nelle pietre
occultate le gemme nella carne
ma tutto ciò che replica e risorge
aspetta che si svelino i segreti
della pietra del sangue e del respiro
e che gli dei si stanchino d’arare
questi terreni concimati a sogno
Penso, dunque scrivo. Scrivo, dunque vivo. O viceversa.
Questo mi confonde; tuttavia la confusione è preferibile alla disperazione.
Nel piccolo caos quotidiano posso cercarmi tra le cose che dimentico e quelle che ricordo.
Essere sopravvissuta al suicidio, e a tanti altri malanni, mi ha permesso di vivere all’insegna della provvisorietà, la stessa che connota anche questi ultimi anni, ma in maniera profondamente diversa: è la cognizione inequivocabile della precarietà dei giorni e dell’avvicinarsi sempre più alla fine.
Per fortuna, o per qualsiasi altra ragione, ho l’opportunità di esternare in questo luogo le mie malinconie, di porgerle a chi legge e che, magari un po’, vi si riconosce.
Diventa necessario distogliere il pensiero dalle angosce, accettare che svapori e si dissolva, a beneficio della libertà: spostarsi di continuo dalle proprie ombre dà modo di muoversi verso chiarezze improvvise e inaspettate. Saltellare tra riflessioni e considerazioni lasciate in sospeso, permette di allontanarsi un po’ anche da sé stessi.
Per chi, come me, non ha fideismi di sorta, è facile sentirsi disgiunti dai contesti in cui si prospettano certezze d’oltre, e nel contempo è difficile adeguarsi alla propria finitezza.
E continuare a vivere malgrado il disorientamento che ne consegue: la logica è tiranna.
Per quanto mi riguarda, il solo valido appiglio è la scienza, che, proiettando nell’infinitamente grande l’infinitamente piccolo, dà la certezza del finire delle cose e la perenne loro trasformazione in altro.
Che dà la consapevolezza dell’incessante (si spera) acquisizione di ulteriore conoscenza, che persegue il miglioramento della vita su questo pianeta. Che non ne elimina ogni male ma ricerca il modo più efficace per alleviare il dolore.
La scienza, scandagliando la realtà ed esigendo prove e verità, è anche carità.
Penso a tutti i seguaci di questa o quella filosofia esoterica, che si infervorano per diete e cure alternative, ma che, se stanno veramente male, si precipitano al pronto soccorso, che sperano in un sollecito ricovero ospedaliero laddove ce ne fosse bisogno, e che si sottopongono a interventi di ogni genere mettendo la loro vita nelle mani del chirurgo. Eppure la ciarlataneria regna sovrana, fallace panacea o placebo, per distogliere la mente dalla nemesi che grava su ciascuno.
le poesie con il bollino blu
depositate in luoghi di raccolta
secondo il grado di maturità
stivate in caschi-versi nelle stanze
_un trapestio di piedi in sottofondo _
giungevano nei porti dei concorsi
su mercantili e navi da diporto
schivavano transenne e boccaporti
e senza credenziali
scaricate su metriche d’attracco
venivano smerciate
_alle dogane si chiudeva un occhio_
Sulla circonvallazione est
una stella dipinta a carboncino
nasconde fenditure ai senza casa
ai senza amore sogni e altre quisquilie
ai senza.
Passanti che non hanno più riparo
guardano muri di costellazioni
ridotte a manifesti ingannatori
ma
riprenderanno fiato
sapendo che i disegni sui mattoni
non hanno passaporto e credenziali
e che si viaggia tutti quanti insieme
verso una sola direzione
assenza di cartelli indicatori
nei bassifondi cosmici
un’ombra nera gravita sui muri
nasconde assenze nelle intercapedini
ripropone l’amore e i suoi scenari
a spettatori di tragedie e farse
si recita a soggetto
insieme tutti: pubblico e dilettanti
per evitare di pensare troppo
noi senza casa, impreparati a esistere
speranzosi, chissà
che non si vive per davvero
e che nessuno muore
Isole senza sponde
nel mareggiare di relitti
sassi e merli di torri diroccate
il faro è morto
ci stanno a guardia procellarie stanche
sopravvissute al naufragare intorno
noi che imparammo a vivere a strapiombo
aggrappati alle cose irrilevanti
custodi e prigionieri delle ombre
non indichiamo porti ai naviganti
siamo profili d’isole pietrose
senza moli d’attracco
si soccombe lo stesso
anche se ci si esercita in poltrona
da guerrieri in pantofole
a vincere battaglie tra fantasmi
ci si veglia di notte
compagni d’arti ingenue
disadattati a viversi di giorno
perché incapaci d’arraffare il mondo
_ci coprono armature di cristallo_
e siamo soli
benché ci sembri d’essere affiancati
in questa moltitudine sommersa
Che se ne voglia dire bene
è il desiderio pio dei noncuranti
che pensano sia tutto regolare
se sulle gradinate e sugli scranni
siedono giovinastri arruffapopoli
vecchiacci ridanciani imbalsamati
illusionisti e illusi _pravi e ignavi_
Che se ne voglia dire bene
è desiderio pio dei disarmati
di chi non ha più forze per combattere
di chi può solo assistere impotente
a cannonate d’imbecillità
sparate a fiori col silenziatore
dal bastimento con bandiera nera
sulle scialuppe prossime al naufragio
per non dare nell’occhio
perché parlo di morte e carnevale
della bellezza della vita andata
di come la vecchiaia sia una schifezza
_questa parola allappa i benscriventi_
io me ne infischio e penso ai casi miei
d’altronde chi può mettersi nei panni
che cadono già male a chi li veste?
Forse “la vita è bella”
per chi sgranocchia favole e popcorn
bevendo alla tv messaggi e film
false promesse e varie amenità
di malavita e malamorte
_anch’io mi ottundo con le serie e i quiz_
e più che mai mi sento estranea ai fatti
desiderosa di finire in fretta
per smettere di stare sulla breccia
inutilmente logora e loquace
a scrivere di mille superfici
schivando abissi di natura logica
sulla barca che affonda in mari equivoci
senza nemmeno un dio per salvagente
Una casa da viverci d’inverno
talvolta riluttante a essere casa
spifferi alle finestre
tra pareti dipinte a cianofiori
e nomi pronunciati a bassa voce.
Un che d’inafferrabile nell’aria
rallenta gesti _qui l’imprecisione_
sospende nell’esilio dei pensieri
una richiesta d’ore.
Avviene che le regole sbiadiscano
al progredire della confusione
_lallazioni gergali incomprensibili_
pensieri di bambini in corpi stanchi
sorpresi dentro gli abiti appassiti
e poi si muore
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