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da M.A.M.
Pubblicato in mam, riproposte, un blog fantastico
2 commenti
Protocollo
Passavo tra le mani
_sembravano magnolie_
il bianco era il confine tra le dita
il corpo rintanato in fondo agli occhi
mi registrava ch’ero già finita
mentre parevo appena cominciata
e m’intrattenni per amore, solo
per diventare una carezza e un bacio
sulla fronte dei figli e sulla bocca
del’irreale che vestiva un uomo
la strada andava ed era in viaggio il suolo:
correva sotto il premere dei passi
_a volte mi mostrava denti aguzzi_
ingranaggi serpenti
capelli di medusa nello specchio
ed io guardai
la pietra guadagnava vie traverse
cementava il mio sangue
nella laringe il suono della voce
ebbe l’ultimo accordo
la mia canzone già precipitava
-hai visto- disse il monte dalla vetta
-hai visto come cade giù la sera?-
Ma distolsi lo sguardo
misi il pensiero in stallo
vidi me stessa uscire dalla roccia
e fui soltanto un ruscellare d’acqua
Di me, di noi
del nostro essere terra e inconsistenza
e nel contempo
l’amore che ci addensa e ci colora
ed è mistero a oltranza
eternità e momento
il punto e l’infinito
il segno e il vuoto
la finitezza e l‘immortalità
ho una visione che mi dà conforto
nell’insostanza del pensiero:
che siamo forme ottenebrate d’ansia
nell’illusione della compattezza
eppure stelle
velate per nascondere a noi stessi
negli abissi dei cuori e delle fosse
lo splendore che non potremmo reggere:
il dio di luce che respira in noi
Pubblicato in poesie
Contrassegnato amore, caduta dei gravi, compattezza, eternità, illusione, infinito, luce, mistero, pensiero, segno, stelle, vuoto
2 commenti
Origami
vagabondare intorno ai propri passi
nel guscio della casa
o starsene sospesi
merli e cicogne in carta di sospiri
fatti di piegature e sortilegi
lasciandosi alle spalle
assurdità da paradisi paraventi
e sempre più distare
dai voli che finirono in sordina
svaniscono nel nulla le figure
__non si possono scrivere sul marmo
il fatto il sogno e il numero dei quanti__
si va restando immobili nel corpo
si sta mentre si spazia oltre il sensibile
nell’universo dell’iperesistere
“La vecchiaia non è roba da femminucce”

“La vecchiaia non è roba da femminucce”
(Bette Davis)
È come attraversare il proprio mare
senza cartografie senza sestanti
sé stanti al gioco delle vel(n)ature
inclinazioni di fiancate
il sottomondo invaso da teredini
__era una volta liscio ogni pensiero_
i segni fanno il dire
che si rispetti un faro o un’occasione
di qualche scalmanata aria follia
sotto una conca di malsano cielo
ci vuole forza a viversi incrinati
a simulare versi e fioriture
__le differenti strategie da sgombero__
viversi come foto senza sfondo
e tra una sigaretta accesa e l’altra
sparire da sé stessi
a fil di fumo
Allocazioni

Prima tracciavo _________linee
adesso spazi
sono una strada anomala
tratti di guardrail messi di
sgh
em
bo
…………………………puntini tanti
mi sposto nell’esilio calligrafico
intercetto -tra logiche apparenti-
un poco d’avanguardia
bando alle penne d’oca
giuliva lei
per altri versi anch’io
traslittero la casa
luglio 2012
Pubblicato in poesie
7 commenti
anni fa
Pubblicato in CriBo, poesie, riproposte
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Linea arancione lungo un ospedale
_Si faccia una ragione_
dissero con sussiego i portatori
di sacrosante verità
a chi diversamente instabile chiedeva
un bonus d’aria
pagabile in contanti alla gran_cassa
niente che spetti di diritto
ma è concesso
bersi le proprie lacrime
_Si metta il cuore in pace_
dissero piano i franchi detentori
dell’imparzialità
a chi aspettava immobile il verdetto
e allo sportello aveva già pagato
il dato e il tolto
niente che già non fosse preavvisato
ma è permesso
leccarsi le ferite
_Si accomodi sull’argine_
dissero dalle barche i vogatori
di specchiata virtù
che si traghetta quando è calma piatta
quando la terra chiude gli occhi
spegne lanterne e fari
rabbrividisce al tocco
e fa lo stesso
essere vivi o quasi
Riflessioni di una mente appollaiata su un ramo pericolante
Scrittori e poeti veicolano attraverso la parola gli aspetti dell’esistenza, registrano eventi e stati emozionali, elaborandoli in maniera personale, tuttavia universalmente riconoscibili.
La cognizione della realtà è la risultanza di schemi culturali che conformano le contestualità in una distorsione rappresentativa che si sovrappone alla percezione istintuale fino a farne perdere la naturale specificità, fino a trasformarla in un complesso di informazioni esteticamente plausibili e consolatorie.
Ed ecco che tutto ciò che riporterebbe la mente a stadi primari di percezione, viene reso evanescente, fissato in un lirismo poetico o in una esposizione narrativa che in qualche modo, anche quando è descrizione di bruttura, lo rivesta del fascino intellettuale socialmente e storicamente convenzionato.
Le nozioni accumulate dalla nascita alla morte, condizionano i rapporti, li cristallizzano in schemi dai quali è difficile liberarsi: la vecchiaia, ad esempio, viene temuta, derisa, esorcizzata, quasi apparentata con la malattia e la deformità fisica e mentale.
Gli aspetti culturali hanno la stessa matrice: assunti dai quali non ci si può sottrarre se non negando la propria identità e appartenenza.
Siamo specchio per gli altri che a loro volta ci fanno da specchio.
Ma chi siamo realmente in questo riflesso: strutture subatomiche a noi stessi invisibili e inspiegabili, o chi pensiamo di essere? L’uno e l’altro? Il percipiente e il percepito?
Resta il fatto che tutto quanto si frappone tra noi e l’alterità, ci fa apparire o sparire dal mondo secondo le immagini che ci rappresentano.
Si viene cancellati quando non si appartiene alla stessa etnia.
Si viene cancellati quando si è poveri e/o ammalati.
Si viene cancellati soprattutto quando si invecchia.
E si muore.
Ma il vero dramma è che l’idea della morte, invece di essere consapevolezza
finalizzata al rispetto della vita, sia compulsivamente occultata, in una sorta di infantile esorcizzazione che ben chiarisce (salvo le rare eccezioni) il livello mentale del genere umano.
In fondo temere la morte è temere la vita, perché il morire fa parte di essa.
Ciò che segue alla propria fine non è più competenza del corpo, del suo cervello e dei suoi elaborati mentali, è semplicemente Ignoto.
Niente di consolatorio, dunque.
La vita è fine a se stessa.
Pubblicato in poesie
Contrassegnato consapevolezza, cultura, etnia, genere umano, ignoto, mente, morte, narrativa, percezioni, poesia, schemi, società, vita
19 commenti
i miei figli

Di una realtà ignota e sconfinata in cui si manifesta l’universo, dalle stelle remote alla natura di questo nostro pianeta, trasmettere la vita ad altri esseri umani è l’evento che trasforma il corpo di una donna in atanor, artefice dell’alchimia misteriosa dalla quale ha origine ogni cosa. Ed è talmente naturale da essere straordinario!
Non mi è possibile descrivere le emozioni provate alla nascita di ciascuno dei miei figli, non trovo parole così significative da poter esprimere le sensazioni vissute nell’attesa, fino alla dolorosa, meravigliosa esperienza del parto. Ogni volta stupefacente, ciascuno è stato presente in maniera unica dentro di me e fuori di me.
Allevarli, accudirli, vederli crescere e diventare uomini: come racchiudere in poche frasi l’intensità di una vita trascorsa con loro?
Mi piacerebbe scrivere a ciascuno ciò che rappresenta per me, ma so che tutto quello che vorrei dire non potrebbe mai essere contenuto nelle parole.
Spero di essere riuscita comunque a comunicare loro il mio amore e la mia gratitudine per avermi reso importante come essere umano.
Sono le persone che più stimo al mondo, sono fiera di essere la loro madre.
Talvolta sono presa dallo sconforto al pensiero di averli esposti, facendoli nascere, a tutte le difficoltà e sofferenze che la vita comporta: malattie, abbandoni, vecchiaia, morte.
Tuttavia, dalle domande che non hanno risposta, ho imparato che è meglio affidarsi allo svolgersi naturale dell’esistenza, vivendo e affrontando il più serenamente possibile le avversità, il declino e la fine.
Considero la grandiosità di queste vite che mi abbracciano, che vorrei proteggere dal dolore ma che, invece, sono spesso loro a proteggere me.
Spero che sappiano trovare meglio di me la serenità e la chiarezza, che sappiano sempre cogliere l’intensa bellezza che la vita riesce a donare malgrado la tragicità del contesto.
A volte vorrei spiegare che il pensiero di non esserci più quale punto di riferimento nella loro vita mi fa soffrire di più che esistere ancora.
Spero che abbiano accanto chi sappia amarli e che a loro volta sappiano amare.
Che siano confortati nei momenti difficili, e che a loro volta sappiano confortare.
Pubblicato in Alchimia, figli e nipoti, riflessioni
Contrassegnato abbraccio, amore, corpi, cuore, dire, figli, gratitudine, madre, morte, parole, vita
15 commenti
In itinere
era discesa per un mezzo giro
sul mondo degli oggetti
ma perse ogni contatto
_la sua gente s’allontanava sempre più_
mentre cadeva e sprofondava
dentro le molecole
eppure un volo le testimoniava
d’un alfabeto senza le parole
suoni-luci dicevano colori
che vagamente ancora ricordava
malgrado l’incombente amnesia
braccata dalla nostalgia
si percepiva sempre più straniera
_ne verrai fuori_
dissero dalla luce sopra il pozzo
in cui precipitò
(credette fosse umana fantasia)
ma le visioni
segnali d’aria sulla via del tempo
indicazioni per tornare a casa
quando sarà il momento
come in un fermo-immagine
vede con gli occhi chiusi
luminose nonforme ad aspettare
sull’orlo dello spazio sconfinato
a braccia tese
il prossimo ritorno
questa magnificenza

questa tremenda cosa
che è una rosa
è una vigliaccheria consolatoria
nel dilagare della morte
questo tremendo essere vivi
meraviglioso respirare
tra la rosa e il dolore
Pubblicato in poesie, poesie dell'abbandono
2 commenti









