
Scrittori e poeti veicolano attraverso la parola gli aspetti dell’esistenza, registrano eventi e stati emozionali, elaborandoli in maniera personale, tuttavia universalmente riconoscibili.
La cognizione della realtà è la risultanza di schemi culturali che conformano le contestualità in una distorsione rappresentativa che si sovrappone alla percezione istintuale fino a farne perdere la naturale specificità, fino a trasformarla in un complesso di informazioni esteticamente plausibili e consolatorie.
Ed ecco che tutto ciò che riporterebbe la mente a stadi primari di percezione, viene reso evanescente, fissato in un lirismo poetico o in una esposizione narrativa che in qualche modo, anche quando è descrizione di bruttura, lo rivesta del fascino intellettuale socialmente e storicamente convenzionato.
Le nozioni accumulate dalla nascita alla morte, condizionano i rapporti, li cristallizzano in schemi dai quali è difficile liberarsi: la vecchiaia, ad esempio, viene temuta, derisa, esorcizzata, quasi apparentata con la malattia e la deformità fisica e mentale.
Gli aspetti culturali hanno la stessa matrice: assunti dai quali non ci si può sottrarre se non negando la propria identità e appartenenza.
Siamo specchio per gli altri che a loro volta ci fanno da specchio.
Ma chi siamo realmente in questo riflesso: strutture subatomiche a noi stessi invisibili e inspiegabili, o chi pensiamo di essere? L’uno e l’altro? Il percipiente e il percepito?
Resta il fatto che tutto quanto si frappone tra noi e l’alterità, ci fa apparire o sparire dal mondo secondo le immagini che ci rappresentano.
Si viene cancellati quando non si appartiene alla stessa etnia.
Si viene cancellati quando si è poveri e/o ammalati.
Si viene cancellati soprattutto quando si invecchia.
E si muore.
Ma il vero dramma è che l’idea della morte, invece di essere consapevolezza
finalizzata al rispetto della vita, sia compulsivamente occultata, in una sorta di infantile esorcizzazione che ben chiarisce (salvo le rare eccezioni) il livello mentale del genere umano.
In fondo temere la morte è temere la vita, perché il morire fa parte di essa.
Ciò che segue alla propria fine non è più competenza del corpo, del suo cervello e dei suoi elaborati mentali, è semplicemente Ignoto.
Niente di consolatorio, dunque.
La vita è fine a se stessa.