Nel duplice idioma
_la traduzione in differita_
iI ponte tra le rive di vocaboli
separa il sì dal no
nel mezzo il fiume
tra ciò che resta immobile
e ciò ch’è irraggiungibile
dal frontespizio alla parola fine
ci si ritrova a leggere di sé
su fogli d’acqua
_il marmo non fa storia_
l’eternità è soltanto una parola
vale meno d’un verso di civetta
in lingua universale
Disgiungere gli effetti dalle cause
sperimentare dissolvenze alchemiche
_licenze di volatili_ nei fumi di metallo
l’anima non ha gesti e non fa ombra
chiedere ai passi dove c’è l’intoppo
alle omissioni il senso del non detto
al letto il dono dell’eutanasia
e uscire dalle case disattese
testimoniando d’essere vissuti
_impropria mente_
per scantonare in tempo dalle rampe
e riposare sotto gli zerbini
particelle di polvere
incluso un DNA da sospettare
_privato del soggetto_
starsene senza riferirsi al dunque
senza motivazioni da inferire
essere l’invisibile dis_tratto
da tutte le diaspore
da tutto quanto nomina e contiene
stanarsi da universi microscopici
e riapparire quando ogni figura
ha smesso di fare ombra
e può ridisegnarsi in altra luce
sapersi insieme
nella forma umana
equidistanti e ricorrenti
_in apparenza sensi, abbracci, voci_
nel ciclo d’ogni giorno ed esistenza
avvincono espressioni materiali
l’ammiccare degli occhi, una risata
il tu per tu dei corpi
nell’avvicendamento della mente
_la fantasia di realtà asintotiche _
in singolarità specchiate
corpo e mente
la bellezza è sapersi raccontare
nell’invenzione d’altri mondi
_elfi e morgane_
nel rottamare tutti gli orologi
confortare le rette parallele
del non poter convergere
Le storie di vita, le storie di tutti
mi fanno microscopica _una fra tanti_ ma
ne sono avvolta
allora vivo mille volte e mille volte amo
a volte muoio _solo per poco_ mi
risorgo e quasi sembra strano
essere un io
se l‘aria è satura di noi
che ci respira il sogno
fregandosi dei nostri amari giorni
del rito mattutino di un caffè bevuto in fretta
_si va_
per strade sempre più affollate
si va per mari e cieli
a costruire bombe o coltivare rose
siamo l’umanità variabile
le varianti numeriche
potremmo essere pietre e siamo invece
corpi da macero
in quest’astruseria che ci fa soli
palpitanti negli amen d’ogni voce
disponibili a vivere _eterni recidivi_
l’insolubile arcano che ci coglie
in trasparenze inesplorate avvolta nell’ignoto _niente più cose da annotare_ viva nei quanti in suoni somiglianti e sconosciuti in libertà totale di pensiero forse immersa nel continuum oltre…
C’era un ragazzo
che aveva voglia di fermare il mondo
e se n’andava scalzo
quel ragazzo da musica di strada
l’eco che attraversava le montagne
la luna che tingeva i mar…
Come faccio a rapirti se ti adagi nel limbo del letto se non permetti alla furia del pianto di scioglierti a morte prima d’un qualunque modo d’esser vivo soffiarti il naso spremerti un foruncolo an…
Moli e ponti
stazioni pensiline strade
selciati marciapiedi gatti e tetti
distese di papaveri e giunchiglie
i profili dei corpi
hanno tendenza a sgretolarsi.
L’apparenza non porta storie vere
e nemmeno la morte è convincente
__scriversi nome e data sulla fronte
è come disegnarsi nel vapore
non sapendo di rivoli sul vetro__
scorrersi almeno nei risvolti
prima d’abbandonare la lettura
__la vicenda d’ognuno
è pubblicata sopra fogli d’acqua__
ma prima di sparire
amarsi un attimo
onda abbracciata all’onda
in trasparenze dello stesso mare
Correvano tutti per la strada in salita le sillabe dei nomi appiccicate addosso io qui io lì io su io giù leggimi e dimmi e battimi le mani ed io chi sono in questa scena dell’assurdo? io che sapev…
Scrivere per segnalare un termine, o per iniziare un tempo nuovo, solo apparentemente nuovo. Appare e scompare una teoria infinita di gente. Alcuni si stagliano dalle sopracciglia ai piedi, camuffati da uomini che sanno. Sembra che sia la legge dei cultori d’insidie lessicali, trovatori sospetti adusi al monocromatismo interiore.
Non li addolcisce mai lo sfioramento sottocosta, hanno bisogno di marosi per sentirsi ripetere il valore. Due euro e un cappello bucato, privilegiando il marciapiede. Ha senso?
Vieni a dirmi che no, che non ha senso ch’io l’abbia pensato. Anzi che non ha senso il pensiero.
E tu ne scrivi?
La parola si pone galleggiando sulla madeleine di Proust (ahahaha ho citato, mi si perdoni), o sugli scavi gaddiani (mai ne raggiunsi il fondo).
Una tazza di tè. A me piace il caffè.
Le vie del dicitore sono finite, quelle dell’ascoltatore pure. Sentite il rombo?
La torre di Babele ha piani inclinati su cui scivolano idiomi. E mentre la vertigine della caduta strappa i significati, nessuno traduce l’abisso.
Muti dovremmo tutti imparare a volare, infischiandocene finalmente d’ogni dato, lato, rato, nato, dotto sotto motto rotto ecc.
Eh no, non si può fare. Sarebbe come stendere l’enfleurage sullo strato di grasso a Grasse e ottenere istantaneamente il sapone di Marsiglia.
In caduta l’essenza del precipitare, odore di smarrimento, non di paura.
Si cade senza accorgersene, mescolando allo scibile i calzini e le mutande degli eroi.
Lontano all’orizzonte, una nave che accelera nodi si stacca dalle zattere su cui si sbracciano i caduti dal mondo, lividi e dissenterici. La Méduse non ama peripli e attracchi.
Cominciò da così lontano il farfugliare delle lingue, glossolalia da truffatori anzi da tuffatori, concedetemi il gioco di parole, una erre val bene una nuotata.
Mi sto appellando, vedo. Però non me la prendo se non mi date udienza. O un battito di chiglia. Certo, si paventa il naufragio.
Ma poi vado sicura, nessuno mi potrà accusare di furto di nozioni, al massimo per usucapione, potendosi accertare che è da più di cinquant’anni che risiedo in pianto instabile in una casa eugrafica della quale mai nessuno ha rivendicato la proprietà.
Mi dovranno prosciogliere per mancanza di dove (o di bove).
cristallo liquido
splash
tuffo tra mille facce
il viso in iati ialini
ai
ei
oi
dugonghi (scema, dittonghi!)
oui
d’altronde anche i sirenidi hanno vocabolari
suono di vetro o
soffio d’armonica
gli stessi fulminanti scacciapensieri degli umani
Ictus?
No!
Nel petto un microscopico
iceberg
fluttua da solo
basterà un cavatappi o
quella specie di riccioloforchetta
per estrarre dal guscio l’escargot
ma
non parlavamo di cristalli e
suoni divini?…
No
noi si rideva nelle rompighiaccio
verso i mari del nord
Andare via
per non andare via
un disguido di lettere
una buca nel cielo delle poste
una sosta sull’albero di fronte
e me ne vesto di malinconia
ci morrò dentro.
I consigli degli uomini
sono come granaglie per i passeri
hanno tutti ragione d’imbeccare
il solito se vuoi
l’una di luna al mare
l’ora di notte al davanzale
e tutto il male e tutto il bene
a voi il proscenio.
Se sapessi perché tra le parole
cerco e non trovo scampo
avrei l’ardire di non dire
il senso del silenzio.
Non si può percepire la metà del tempo, né la metà del buio.
Entrambi sono interi.
Si sperimentano inoltrandosi in essi, facendosene avvolgere.
Chiamavo i minuti prigionieri e ultimi, solo così potevo immergermi tra i cerchi di fuliggine e le stelle.
Non lo sapevano i dèmoni né gli angeli, potevano sospettarlo le mènadi, ma non avrebbero parlato, mai.
I luoghi oscuri sono quelli dove le parole sono scritte sul nero e si leggono a stento, vi si racconta di amori e umori in simmetrie carnevalesche. La realtà, il vivere quotidiano, è gesto e abbraccio, occhi nel giorno.
Non un solo momento ero distante, il mio pensiero ritornava a te, pur non essendomi chiara la motivazione.
Fu il rispetto a fermarmi. Io che non ho rispetto di me stesso. Che altrove nuoto, mitridatizzato, in lunghe notti liquide, toccato, amara mente, alle consegne e cambi di staffetta. In contorsioni che tu non puoi nemmeno immaginare.
Bisogna che riascolti i miei silenzi, le mie muraglie assorte, la mia cetra.
Lo farai.
Ma non avrai il sospetto della verità nuda, tu non potresti reggerla, ed è per questo che mi sono fermato. Tra coloro che invano cercheresti di capire, nei transiti in corridoi ipogei: normalità acquisite, per me. Per te l’inconcepibile.
Ti ho respinta, con l’inganno di chi non può che lasciare, essendo questo l’unico gesto somigliante all’amore.
Non potrai seguirmi nei luoghi dove l’anima si arrende e chiama stelle i bulbi delle calle.
E non mi volterò. Ti condurrò lontano da questo mondo di traffici e menzogne che ci convoglia sempre più veloce nei depositi foschi della mente.
Mi dimenticherai per altre mille eternità, in terre parallele e capovolte, in dimensioni sconosciute.
Non sarai tu a morire, mia Euridice, ma io, che non mi sono più voltato, che ho preferito farti strada e, vincendo il desiderio di guardarti, sono fuggito, affranto, all’apparire delle prime luci, affidandoti all’alba.
Io resterò per sempre qui, nell’ombra.
Ma tu sarai nel sole.
il lago non si adatta se di qua
l’anseriforme passa e fa quaqua
mentre galleggia allegra e dal canneto
tra mandarine e mestoloni qua
quaqualunquismo d’acqua che ristà
chi la vorrebbe più giuliva, chi
l’accusa di schiamazzo e s’indispone
vorrebbe darle un calcio nel codione
allora qua
si lascia trasportare dalla rima
tanto per non passare da…
vorrei scrivere il sole
gli steli di genziana
per non sentire il cappio della notte
i monti scesi a valle
hanno passi chiodati sui crinali
nel cielo un occhio aperto
batte le ciglia e provoca tempeste
qui si sta come nomi alla consolle
pronunciati di lato
e senza andare a capo
un gesto di protesta in fondo al rigo
il giorno un disco al piede
tornano amici i fiumi
e le parole sradicate e i volti
apparsi in sogno
dimmi ancora che il gesto di un amore
ha destini d’eterno
e che i ritorni
hanno passi di muschio
nella babele priva di sintassi
Sapeva fare nodi alla marinara
cazzare rande e ripassare bugne
non sapendo di nuvole
quel tanto da imparare le tempeste
errava di bolina
per scontare miracoli
così da poter essere acclamata
santa dei giorni dispari.
Resse il fasciame ma la velatura
fu divelta coll’albero maestro
e le sirene
ebbero gambe a dipartire il mare
i pesci quando piangono
hanno lacrime d’aria
le polene si arrendono agli abissi
non sanno camminare.
fingerò che sia un quadro
privato dei contorni e delle linee
di fuga
terrò soltanto qualche punto di
riferimento
giusto per dire che sia un po’ dipinto
scriverò forse le mie cifre
in braille
così che nottetempo
fossero luci da sfiorare piano
e resterò in ascolto
del mormorio di fondo passeggero
padrona dei miei sensi
e dei miei anni
a guardare pulviscoli incolori
credersi arcobaleni.
parlavo ai muri
_hanno le orecchie agli angoli
e frasi digitate nei mattoni_
nominativi di crepuscolo
espirazioni brevi
in confidenza, ma si sa
che i muri hanno l’intonaco sugli occhi
eppure sanno assolvere chi piange
fui vista ripiegata sul mio seno
_conteneva l’incerto che avanzava_
non mi chiesero il nome
: potevo essere un’altra, era lo stesso.
Lo scrissi lungo distrazioni che
finivano all’incrocio delle tende
un segreto da niente
incorniciato
_divenni una memoria da parete_
Allo scoccare delle annate
spariscono le porte
e chi faceva ombra non la fa
e non appare nel Cheshire: la bocca
è una cerniera senza più cursore
a denti nudi
una risata in sospensione _il resto assente_
si sfoltiscono gli ospiti
basta distrarsi un attimo e la sedia
rimane muta e vuota
un trapasso di forbici su seta
o uno stridore su carta vetrata:
l’inverso dell’anagrafe si svela
impalcature d’insostanza
eufemismi per sciogliere la gola
_il lascito d’un grido impronunciato_
la domenica incombe e le altre feste
di trasgressione dalla trasgressione
dimenano giornate fino a sera
quando _nascosti a noi_
ci addormentiamo
Questa opera è distribuita con licenza Creative Commons Attribuzione - Non commerciale 2.5 Italia.
___________________________
Ogni scritto o immagine qui pubblicati appartengono esclusivamente all'autore, salvo diversa indicazione. Si diffida chiunque a diffondere gli stessi scritti, interi o parziali, senza citare la fonte e l'autore oppure a fini di lucro. (Legge 22.04.1941 n. 633)