Il poeta di strada

è un menestrello
che narra della vita e della morte
inflazionando le botteghe
tingendo case e muri
di nerofumo e ceralacca
uno che scopre il brutto e il bello
dove il divino tace
e condivide appieno l’esondare
dalla sorgente assidua e misteriosa
che gli alita nel cuore
un bel mistero

è un dicitore di leggende apprese
in cui non crede più
mostra le crepe
della licitazione del pensiero
edulcorando le sue stesse pecche
amare e contingenti
affabula di sogni e concretezze
e a chi gli dice: è troppo
risponde affabilmente:
si lesina soltanto se si ha poco

un’anima affollata che trabocca
scrive gli assortimenti di una vita
senza fini di lucro o di successo
e lascerà muraglie di parole
ritagli colorati in un pc

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Su “La poesia e lo spirito”

(2012)

questa

                           

 e qui altre cose

                                  

                      

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Filastrocca un po’ tocca

porta  -by criBo

                             

ritrovarsi senza fiato
dentro il bus sovraffollato
tra la gente che ti pressa
e ti schiaccia nella ressa
mentre pensi che alla fine
stanno meglio le sardine

si ritorna pensierose
verso case faticose
verso mille occupazioni
di routine e commissioni
spolverare nei cassetti
sbatacchiare scendiletti
sulla pentola che bolle
affettare le cipolle
ch’è una scusa con i fiocchi
quando lacrimano gli occhi
se per caso ci scottiamo
la patata ci mettiamo
e in attesa che ci passi
ci godiamo sui sargassi
qualche bel documentario
o riempiamo un questionario
per desumer dal punteggio
se stai male oppure peggio.

E così si giunge a sera
carezzando la chimera
che ministri e imbonitori
si portassero di fuori
come pesci senza voce
scivolare fino a foce
nella scia di logorrea
o piuttosto scialorrea
di zelanti sciolinanti
d’accattoni supplicanti

quanti ladri nel governo
che perfino il padreterno
non sa più che cosa fare
se sorreggere o lasciare.

Noi sfinite dal sospetto
ce ne andiamo allora a letto
con il libro da finire
prima di poter dormire

mentre c’è chi dorme già
stramazzato sul sofà
a sognare che la vita
è soltanto una dormita
con un sogno che ci spia
e la morte porta via.

 

scritta più di vent’anni fa
l’avevo intitolata “Rientro”

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riproposte

da M.A.M

la poesia del giovedì

http://miglieruolo.wordpress.com/2014/09/25/decostruzioni/

                           

__________________________

                                        

da Carla Bonollo

 la recensione a

“Una per mille” e “Mi hanno detto di Ofelia”

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Batracodisfagia

 

al di qua delle persiane  - by criBo

 

ruvidezza di versi negli stagni
fanghi annessi
tinte disordinate per enunciare il niente

il battito del sasso che non cade
il solcamento nella sabbia che
non lascia traccia in un giardino zen

piove la vita nei pantani e piove
la guazza dei colori da star male
_refugium peccatorum_ sconfessare
ogni disarmonia
disattivare l’audio a canti e cori
allontanarsi e chiudere finestre
altro non si può fare
e aprirne altrove, a mezzogiorno o quando
il cielo si rifugia nella stanza

 

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Originare mondi alternativi e crederci

luminosita 2 -by criBo

 

 
Universi-parole fatti esistere
vagabondando tra la terra e il cielo
residuati onirici
reminiscenze shakespeariane

il pragmatismo non fa per me

preferisco morire nel frastuono d’un sogno
anziché vivere nel costante silenzio della realtà
scrissi nei tempi in cui perfino l’aria
pareva mi gravasse

il sole è di per sé
l’ardente luogo della scintillanza
noi _col dovuto riguardo_
insieme di fotoni in movimento
di mille stelle suono e incandescenza

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Di rime balzane e interruzioni

il cuore a pezzi - by criBo

 

Stavo scrivendo una poesia d’amore
quasi mi stavo commuovendo, quasi
se la tastiera non avesse riso
anzi no, sghignazzato
e non m’avesse indotto a stropicciare
un foglio virtuale al perfido cestino
forse è più conveniente
scrivere di silenzi e di respiri (ché da morti
si è certamente più eleganti)
e di note barocche o di mazzocchi
il dentro e il fuori arrotolare ad arte.

Stavo scrivendo languide carezze, quando
un guizzo alla nuca _un lieve scappellotto
e mi si è acceso un testo ? tasto
da ripiegare a uncino, forse un amo mimetico
inizio mascherato (il resto m’ancia)
a questo punto è inutile il prosieguo
le parole che allappano, i tapini bacidanotte
(ma che ti viene in mente?) mentre fuori
siedono in parlamento i malfattori i vecchi
ammanicati gli assassini _ferma, non cancellare_
gli omuncoli da quattro soldi d’anima
arringatori d’alvei pusillanimi, fiumi di feci
__che parole, signora, lei che il lutto
nemmeno le si addice, elettr(onic)a__

Così persi qualunque ispirazione e dell’amore mio
smisi di scrivere, misi da parte lune inseparabili
stagnole di cioccolatini (quando mai!)
stelle inabilitate a trascrizioni di…
eh no, che non si può tradurre il cuore.

 

 

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da M.A.M.

Di tanti abbagli – Cristina Bove

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Il punto e la parabola

punto e parabola -  by criBo

Voci del primo sole
ti vestiranno a festa
avrai il profumo della malvarosa
imparerai da subito a salvarti
_sarà meglio tacere_

più tardi avrai gli avvisi
delle condanne in fase di condono
e vecchie cicatrici
iridescenti come le conchiglie
_saranno il tuo tesoro_

ti affideranno il compito di stare
dentro gli occhi dei vecchi
quando affiorano sguardi da bambino
per insegnarti a vivere d’assurdo
_una pantera o un merlo_
essere in tutto

ti sapranno le cose del mattino
e tu saprai l’andata e il nonritorno

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Noncompiersi degli anni

 

E sono ancora qui.

Non è che mi consideri immortale, ma in fondo potrei crederlo

Se in altre dimensioni mi stessero aspettando, suggerirei di abbattermi, ché sono diventata poco collaborativa in tal senso.

Forse perché, essendomi attestata su posizioni antinomiche del mio stesso pensiero, in  perenne lotta tra una me che vorrebbe accucciarsi nell’immobilità atarassica, e un’altra tendente al divenire, ho creato lo stallo…

Figli, amici, tutti voi che siete complici del mio persistere, giuro che testimonierò a vostro favore.

Intanto spartiamoci la torta.

 

 

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Una serie di O

La tastiera ha perso l’o
e quindi chiedo al tasto ballerino
che ti costa completarti da solo?
Mica è un precipitato insolubile
è soltanto un’ipotesi fluida ooooooooo
nove per l’esattezza
______poi insomma
fossero pure novemila
se una scimmia che batte sopra i tasti
all’infinito
finirebbe per scrivere l’opera omnia
di Shakespeare
______ figuriamoci io senza la o
                                             
sai che ti dico, o?
che se ti estranei troppo dai miei scritti
dvrei prtare a ripararti
per sstituirti
capisci bene, no?
che non posso nemmeno compensarti
con uno zero
quindi
cerca di compassarti, o
almeno tenta
d’arrotondarti un po’                
                        
(10/08/2011)

                                            

 

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Il mondo è noi

contrasto - by criBo

 

I nostri passi
tra le rive del sogno e le consegne
guadandoci nei corpi
per mantenerci a galla quando il fondo
non ci consente l’attraversamento

amori e amori inadeguati al salvataggio

imparammo a nuotare nell’informe
le percorrenze dalla testa ai piedi
dentro noi stessi e il magma

e siamo un dio che si sentiva solo
talmente solo da inventare noi
e tuttavia _spericolato alquanto_
per sfuggire alla propria solitudine
ci divenne infinito e inconoscibile

uno sberleffo a sé nel navigare
vene profonde e l’anima di rosso

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da M.A.M.

E se davvero esisti, dio, riprenditi il respiro a primavera

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D’involontaria veglia

riflesso lampada e viso  - by criBo

dall’una all’una e un quarto
trascorse tutta la mia vita
in un compresso vuoto indicativo
un tramite invisibile _reale come il nulla_
a fibrillare in petto
il verdelume a vigilare gli angoli sommessi
fossero mai nascosti corvi e affini

quel diverso
per convenienza taciturno cuore
prestato agli anni ma
restato per fiducia un po’ bambino
non si dimette dalle sue mansioni
_circola una versione singolare_
escluso il salto quantico
potrebbe
un’altra volta almeno scandagliare
un abissale cielo di visioni

dall’una e un quarto in poi
ripresero i minuti a cadenzare
_sull’orologio dei respiri_ il fiato

                      

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L’estrema risorsa

 

città di sabbia

Intorno c’era solo sabbia, un colore indefinito anche l’aria, giallastra.
Ansimava.
Lo aveva trascinato per ore, lasciando una scia su quella che doveva essere stata un’autostrada, e adesso si era accasciata, esausta.
L’uomo sembrava immobile, lo osservò attentamente e si accorse con sollievo che respirava ancora.
Si liberò dello zaino da cui estrasse la lattina di bibita trovata in un frigorifero sventrato sommerso dalla polvere, l’aprì e ne bevve qualche sorso, il resto glielo fece scivolare tra le labbra screpolate.

Disorientata, senza alcuna cognizione temporale, ricordava soltanto la terribile scossa che aveva fatto tremare e crollare ogni cosa.
Aveva perso i sensi. Al risveglio si era alzata a fatica e guardata intorno senza riuscire a mettere a fuoco nulla.
C’era un odore strano che la soffocava, sembrava che invece d’aria entrassero bolle di fango nei polmoni.
Come un automa, a tentoni, aveva imboccato una sorta di canale, una strettoia tra pareti calcinose in cui avanzò tossendo, dopo aver tirato fuori dalla tasca un fazzoletto che tenne sulla bocca nel tentativo di filtrarla. Quando inciampò nel corpo riverso.
Il viso era incrostato di polvere. Con gesto automatico accostò l’orecchio: respirava, seppure debolmente, era vivo.

Mentre tentava di liberarlo dalla sabbia e lo adagiava sul fianco, lo sentì gemere.
Dovette sedersi ancora per riprendere forze.
Si guardò intorno, distingueva a malapena grovigli di pali, strutture pencolanti, dune che dovevano essere stati palazzi. Ogni cosa era dello stesso colore sulfureo. Il chiarore uniforme non dava ombre.
L’uomo si mosse, mormorò qualcosa, forse un nome.
Lei gli cercò la mano e gliela strinse, d’impulso.
Il cervello pareva impantanato in quella immobilità senza sonoro.

Cosa è successo, chiese più che altro a se stessa, forse sto sognando, è un incubo. Ma non riuscì a concentrarsi su questo pensiero.
Il silenzio era denso, occupava ogni spazio. Gravava sulla continuità di avvallamenti e dossi dai quali spuntavano spettrali, obliqui o verticali, oggetti vagamente riconoscibili, resti di cartelloni, travi, spuntoni, ante di finestre, copertoni di camion.
Rovistò nello zaino e ne trasse un involto che scartò lentamente, i resti di un panino, provò a masticarli, scricchiolavano di sabbia sotto i denti.
Ma lo stomaco reclamava e mandò giù le ultime briciole.
Guardò l’uomo, i lineamenti regolari, malgrado lo strato ocraceo rappreso nei capelli e sulla faccia, ne tradivano la bellezza.
Pensò che avrebbero avuto bisogno entrambi di una doccia, di qualcosa di pulito da indossare, di procurarsi cibo e acqua.

Lo scosse, si agitò appena. Lo sollevò dalle ascelle per metterlo a sedere.
“Sai dove siamo?” gli chiese
“A casa” rispose con affanno.
“Cosa vuol dire, a casa?”
“Siamo dove eravamo”
“Vuoi dire che sto sognando, vero? Che sono nel mio letto e tu sei nel mio sogno”.
“No, siamo vivi e svegli.” E aggiunse a stento: “Grazie”
“Perché ti ho trascinato fuori dal cunicolo?”
Assentì debolmente con la testa. “Ho sete”.
Lei allargò le braccia.
“Se riesci a camminare potremmo andare alla ricerca di un riparo, magari troviamo anche da bere e da mangiare.”
“Non credo” bisbigliò. Aveva esplorato i dintorni prima di svenire: polvere, solo quella maledettissima polvere gialla a ricoprire ogni cosa.. Non esisteva più nulla che somigliasse a una città, non un’ anima viva. E poi, quasi in un rantolo “Ho sete, diomio!”
“Anch’io” gli rispose, mentre con lo sguardo tentava di scrutare lontano, di scorgere un minimo spiraglio d’orizzonte.

Un attimo dopo si rese conto che altra polvere scendeva lentamente dall’alto e stava riempiendo le cavità ancora distinguibili.
Si voltò a guardarlo, aveva gli occhi chiusi e si passava la lingua sulle labbra gonfie.
“Bisogna trovare dell’acqua, assolutamente” pensò.
Fece per alzarsi, ma un lamento la trattenne.
“Se non ci sbrighiamo saremo seppelliti dalla sabbia” Lo strinse a sé per sorreggerlo.
“Non posso” La voce fu come un sospiro sulle labbra riarse.
Lei tentò di sollevarlo ancora, ma il corpo dell’uomo si era fatto pesante come marmo.
Nell’ultimo tentativo, un frammento d’acciaio le penetrò nella mano, lacerandone il palmo. Dalla ferita cominciò a sgorgare un filo di sangue. Fu d’istinto che fece gocciolare quel liquido caldo tra le labbra di lui.

In quel preciso momento un che di azzurro, un varco minuscolo, si aprì da qualche parte, in alto. Si allargò sempre più, e nuvole grigie si addensarono sull’apertura.
Poi le prime gocce cominciarono a cadere, si fecero fitte, sempre più fitte, fino a trasformarsi in una pioggia scrosciante.

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un altro giovedì

a casa di M.A.M.

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Dis-trazioni

Apripersona
metallico
seghettare il coperchio
dito tagliato a sangue
succhia e risputa goccia
sul pavimento in cotto

tirate ____ pei capelli
due sillabe passate in giudicato

disgiungere di mani
o rami
o propaggini che
distanziano da sé
decorticate
le tre madri nel sacro del cervello

esposta alle fratture
la memoria ritorta fil di ferro
è un cavallo di frisia

noi lo sappiamo ad ogni corpo aperto
ad ogni contenuto andato perso
che la cenere attesti
sincopate
le morti e le omissioni

così da questa mia cucina in ombra
fascio la mano
e sfascio quel tuo dire
fatto di niente eppure
spiegavi di equazioni mi leggevi
Spinoza e non capivo
che cercavi la strada per andare.

da I(o)sola 

agosto 2011 (inediti per Rebstein – La dimora del tempo sospeso)

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Da un mondo a (forse) un altro

spicchi di sole - by criBo

 

sono rimasta qui_______lama del mio coltello
e sia
che mi sorprenda un graffio sulla pelle
o che sappia d’esistere a metà
nei giorni in cui l’indulgere  dei sensi
indotti all’immanenza___ _ e delle cose morte
farsi gioco per volontà di tradimento____vivo
consunta________  _sono soltanto un lembo
di me stessa

vedi
come la veste ci ricopre appena_____e come
sia risicato il rigo____________e la menzogna
insufficiente_______poi_______dimenticanza
oltre gli incastri temporali_____________oltre
la vanità__________________delle arroganze
un qualche dio senza dimora azzurra_ _ un dio
da bar__da catapecchia__da moncherini__da
violenze inferte
un dio che preghi l’uomo di salvarlo
dal suo trono di gloria

 

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Zona franca

  luminosita 1 -by criBo

 

un piede per andare

sulla soglia

e l’altro trattenuto tra i battenti

 

ma basta una parola disegnata

un bacio tra due virgole e si resta

per non tradire quella voglia insana

di prendere una nuvola d’assalto

 

e si sta insonni

nell’aldiquà  _sperando di partire_

mentre deflagra il mondo

                                     

                                      

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da M.A.M.

il giovedì di C.B.

 

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