In parti uguali di Cristina Bove
e
Semiviventi
in quanto a credenziali
saccenterie tra stipiti e stuoini
tra le mani vetrini scoloriti
e sulla testa zucchero filato
o lucidezze d’alopecia a chiazze
a un tavolo _di sbieco_
seduti fanti e santi protettori
e nella poca luce
sedimentate a vita, ombre platoniche
di cui niente si sa, niente si evince
se non la finitezza d’ogni sorte
dagli ibridi parlanti dalle parole obese
dalle follie discromiche
mi allontano _spossata_
vestita solamente del mio dire
ché preferisco tinte delicate
se proprio devo esprimere un pensiero

Ogni movimento ch’io faccio
m’allontana
dal rigore binario
sposto l’aria e le cifre si dispongono
in forme visionarie
tolgo il cappello delle feste
avallo l’ego di sillabe e capelli
al seno il declamare del respiro
baci mimati alla consolle
sottinteso di corde
annuvolato snodo di laringe
inversamente amabile
un sibilo che punge
tu mi dici
Con occhiali da luna a protezione:
un male mercuriale
ne reclamava gli occhi di bambina
_non c’era scampo dalla dea spettrale_
altrove grottesche pennellate
violentavano carte
la caduta dei gravi, i cedimenti
e corvi spettatori travisavano i fatti.
Per puro amore d’altre luci
supera volteggiando sulla rete
è troppo stanca ormai quella bambina
e le barriere tinte di vermiglio
trattengono la veste e il contenuto
è ferma al limitare della notte
aspetta il sole
per esserne abbagliata _senza occhiali_

I sentieri molteplici ad anelli
pluridimensionali,
disegnava formiche rigirate
les poissons, les nuages et l’escalier
mon bon Escher…
Domani? sarà lo stesso nastro e il suo rovescio
a recargli l’amore di cerbiatta
o un gioco d’anche.
E niente di esclusivo.
Avanzo, allora
le dita accoccolate nelle tasche.
Punto e a capo.
Colori di capelli seni e fianchi
eludo ancora
e chiedo al cielo un soprannome
per non essere penna che mi scrive.
Un nome da tenere nel segreto
con la fame di rose,
e con la sete
d’uno spicchio di cielo
metabolizzo il solco degli addii.
Come un piccolo geco in cerca d’aria
in bilico sul filo, lei vuole solo guadagnare l’ombra
per non morire di quell’ampio amare
05/10/2008
[…]
adesso qui
solo per dire che se siete soli
non siete soli ad esserlo
che la vexata quaestio ha intrappolato
cervelli in quantità (scatole vuote i crani di chi fu)
i nostri ancora pieni e labirintici __però__
“siamo sicuri d’esserci?”

è un menestrello
che narra della vita e della morte
inflazionando le botteghe
tingendo case e muri
di nerofumo e ceralacca
uno che scopre il brutto e il bello
dove il divino tace
e condivide appieno l’esondare
dalla sorgente assidua e misteriosa
che gli alita nel cuore
un bel mistero
è un dicitore di leggende apprese
in cui non crede più
mostra le crepe
della licitazione del pensiero
edulcorando le sue stesse pecche
amare e contingenti
affabula di sogni e concretezze
e a chi gli dice: è troppo
risponde affabilmente:
si lesina soltanto se si ha poco
un’anima affollata che trabocca
scrive gli assortimenti di una vita
senza fini di lucro o di successo
e lascerà muraglie di parole
ritagli colorati in un pc
ritrovarsi senza fiato
dentro il bus sovraffollato
tra la gente che ti pressa
e ti schiaccia nella ressa
mentre pensi che alla fine
stanno meglio le sardine
si ritorna pensierose
verso case faticose
verso mille occupazioni
di routine e commissioni
spolverare nei cassetti
sbatacchiare scendiletti
sulla pentola che bolle
affettare le cipolle
ch’è una scusa con i fiocchi
quando lacrimano gli occhi
se per caso ci scottiamo
la patata ci mettiamo
e in attesa che ci passi
ci godiamo sui sargassi
qualche bel documentario
o riempiamo un questionario
per desumer dal punteggio
se stai male oppure peggio.
E così si giunge a sera
carezzando la chimera
che ministri e imbonitori
si portassero di fuori
come pesci senza voce
scivolare fino a foce
nella scia di logorrea
o piuttosto scialorrea
di zelanti sciolinanti
d’accattoni supplicanti
quanti ladri nel governo
che perfino il padreterno
non sa più che cosa fare
se sorreggere o lasciare.
Noi sfinite dal sospetto
ce ne andiamo allora a letto
con il libro da finire
prima di poter dormire
mentre c’è chi dorme già
stramazzato sul sofà
a sognare che la vita
è soltanto una dormita
con un sogno che ci spia
e la morte porta via.
scritta più di vent’anni fa
l’avevo intitolata “Rientro”
da M.A.M
la poesia del giovedì
http://miglieruolo.wordpress.com/2014/09/25/decostruzioni/
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la recensione a
“Una per mille” e “Mi hanno detto di Ofelia”
ruvidezza di versi negli stagni
fanghi annessi
tinte disordinate per enunciare il niente
il battito del sasso che non cade
il solcamento nella sabbia che
non lascia traccia in un giardino zen
piove la vita nei pantani e piove
la guazza dei colori da star male
_refugium peccatorum_ sconfessare
ogni disarmonia
disattivare l’audio a canti e cori
allontanarsi e chiudere finestre
altro non si può fare
e aprirne altrove, a mezzogiorno o quando
il cielo si rifugia nella stanza
Universi-parole fatti esistere
vagabondando tra la terra e il cielo
residuati onirici
reminiscenze shakespeariane
il pragmatismo non fa per me
preferisco morire nel frastuono d’un sogno
anziché vivere nel costante silenzio della realtà
scrissi nei tempi in cui perfino l’aria
pareva mi gravasse
il sole è di per sé
l’ardente luogo della scintillanza
noi _col dovuto riguardo_
insieme di fotoni in movimento
di mille stelle suono e incandescenza
Stavo scrivendo una poesia d’amore
quasi mi stavo commuovendo, quasi
se la tastiera non avesse riso
anzi no, sghignazzato
e non m’avesse indotto a stropicciare
un foglio virtuale al perfido cestino
forse è più conveniente
scrivere di silenzi e di respiri (ché da morti
si è certamente più eleganti)
e di note barocche o di mazzocchi
il dentro e il fuori arrotolare ad arte.
Stavo scrivendo languide carezze, quando
un guizzo alla nuca _un lieve scappellotto
e mi si è acceso un testo ? tasto
da ripiegare a uncino, forse un amo mimetico
inizio mascherato (il resto m’ancia)
a questo punto è inutile il prosieguo
le parole che allappano, i tapini bacidanotte
(ma che ti viene in mente?) mentre fuori
siedono in parlamento i malfattori i vecchi
ammanicati gli assassini _ferma, non cancellare_
gli omuncoli da quattro soldi d’anima
arringatori d’alvei pusillanimi, fiumi di feci
__che parole, signora, lei che il lutto
nemmeno le si addice, elettr(onic)a__
Così persi qualunque ispirazione e dell’amore mio
smisi di scrivere, misi da parte lune inseparabili
stagnole di cioccolatini (quando mai!)
stelle inabilitate a trascrizioni di…
eh no, che non si può tradurre il cuore.
Voci del primo sole
ti vestiranno a festa
avrai il profumo della malvarosa
imparerai da subito a salvarti
_sarà meglio tacere_
più tardi avrai gli avvisi
delle condanne in fase di condono
e vecchie cicatrici
iridescenti come le conchiglie
_saranno il tuo tesoro_
ti affideranno il compito di stare
dentro gli occhi dei vecchi
quando affiorano sguardi da bambino
per insegnarti a vivere d’assurdo
_una pantera o un merlo_
essere in tutto
ti sapranno le cose del mattino
e tu saprai l’andata e il nonritorno

E sono ancora qui.
Non è che mi consideri immortale, ma in fondo potrei crederlo
Se in altre dimensioni mi stessero aspettando, suggerirei di abbattermi, ché sono diventata poco collaborativa in tal senso.
Forse perché, essendomi attestata su posizioni antinomiche del mio stesso pensiero, in perenne lotta tra una me che vorrebbe accucciarsi nell’immobilità atarassica, e un’altra tendente al divenire, ho creato lo stallo…
Figli, amici, tutti voi che siete complici del mio persistere, giuro che testimonierò a vostro favore.
Intanto spartiamoci la torta.

I nostri passi
tra le rive del sogno e le consegne
guadandoci nei corpi
per mantenerci a galla quando il fondo
non ci consente l’attraversamento
amori e amori inadeguati al salvataggio
imparammo a nuotare nell’informe
le percorrenze dalla testa ai piedi
dentro noi stessi e il magma
e siamo un dio che si sentiva solo
talmente solo da inventare noi
e tuttavia _spericolato alquanto_
per sfuggire alla propria solitudine
ci divenne infinito e inconoscibile
uno sberleffo a sé nel navigare
vene profonde e l’anima di rosso
versi in transfert
Un'antologia permanente a cura di Sonia Caporossi
letteratura, filosofia, arte e critica globale
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sogna la vita, mentre la vivi, intatta. uno sguardo sul mondo, a cominciare da quello vissuto, per continuare con quello vissuto e sognato.
[è necessario che la poesia divenga un sintomo della realtà]
La poesia non ha rimandi . La consapevolezza d'essere poeta è la stessa spontanea parola che Erode. Stermino io stesso il verso.
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