quando il morirsi (in apparenza)
degrada in balbettio di sillabe
per mancanza di logica
_i poeti trascrivono fantasmi_
e l’espediente che li fa apparire
è un cero acceso
a fare ombre di mani sull’altare
mentre di noi si perde l’avvenire
_il confine del nulla è il nulla ancora_
ed è così che navighiamo il vento
nuvole appesantite dalle ossa
che nell’inverno della vita
cadono in pioggia sulle strade morte
_fogli sgualciti in lingue indecifrabili_
il cerchio della vita è un io spezzato:
e nello spazio libero
si sta come qualcosa d’incompiuto
esseri umani
vissuti come meglio si poteva
in spazi angusti
__il corpo stringe fino a fare male__
nel panorama di quattro pareti
anime chiuse intorno al proprio cielo
un punto di cobalto
e un dio di carta che nasconde Dio
__si va per convenienze e convenzioni__
il tempo disfa ciò che si tramanda
voci e fiumi
se la vita è un ciclone
l’eternità è un silenzio senza fine
poi ci si può fermare
smettere il filo e a capo
nella stasi
abituarsi al bianco dell’assenza
e quindi stare
nell’invisibilità dei punti omessi
nell’abbagliare della sparizione
dismessa al movimento
essere il foglio
senza nessuna traccia di scrittura
senza
in una folle corsa al muro cieco
il palio ha l’inquietudine dei vinti
la brutale acquiescenza delle orde
un metacarnevale di viltà:
mascherati da bravi cittadini
moriamo fianco a fianco
coriandoli di melma
in apparente singolarità
siamo inclusioni fossili
d’un cielo screditato che simula il diamante
anime prigioniere
in questa densità così asfissiante
che ci costringe a vivere da ombre
e a non poterci amare
sul viso-lago sembra agonizzare
ogni livello, ma
chi sta morendo veramente è il tempo
si cancellano date e appuntamenti
si sta fuori da calendari e santincielo
in fondo
la vita è come un fiore di ciliegio
muore per dare vita a un frutto rosso
un nòcciolo nel centro
il cuore a spasso
ore tatuate sulla pelle
fingono il senso della rotazione
spariscono alle feste obbligatorie
finiscono in un pianto di parole
mentre un tergicristallo
passando e ripassando sui dolori
elimina ogni traccia dal quadrante
Siamo avvezzi al concetto dell’ineludibile conflitto tra Eros e Thanatos, ma forse è più realistico pensare che il vero conflitto è quello tra Hypnos e Thanatos.
Il sonno spegne quotidianamente l’azione e se non fosse per l’attività onirica, anche l’immaginario si disattiverebbe. L’immaginario che possiamo verificare solo al risveglio.
Ma nella morte questo risveglio non ci sarà, e quindi chi potrà testimoniare d’essere stato vivo?
Quelli che restano sperimentano l’assenza, chi è morto non saprà di essere assente.
Allora c’è da chiedersi in che cosa consiste la morte veramente.
Una disconnessione dal mondo degli eventi di chi sa e non può opporsi al disgregamento?
Un senso di inanità di chi assiste ma non può sapere di quel disfacimento?
Scriveva la mia amica Lucia Tosi:
“di che parla la poesia?
della morte.
solo della morte?
della morte, sicuro.
ma non è vero: c’è di tutto nella poesia.
c’è di tutto, sì: ma lei è sempre lì.
ci sono alberi e vento e acque…
…ma lei è sempre e ovunque: in quegli alberi in quel vento e nelle acque.
non posso pensare che i poeti mi parlino solo della morte.
se i poeti sono poeti ti parleranno sempre e soltanto della morte
che la nominino o la tacciano, la morte di tutti, la loro stessa morte
è sempre e ovunque.
non ci credo.
ora non lo pensi: ma poi lo penserai.
e quando?
quando incontrerai davvero un poeta. e lo incontrerai dentro di te e dentro
di te ti parlerà con parole che non si leggono che non si possono sentire.
e dietro gli alberi i volti le case la guerra l’amore sentirai che si nasconde lei.
ti prenderà un brivido una vertigine ti stringerà alla gola.
sarà terribile, sarà spaventoso?
sarà scoprire che si può amare la vita.”
E questa è l’acquisizione del poeta, che della finitudine ha la cognizione ma vede uno spiraglio oltre il mistero.
Ci si può accontentare? Ci si deve.
il sonno ci conduce sul confine
quasi una morte in prova
_ poi si torna_
ma quando resteremo addormentati
in un mattino che non ci vedrà
che non vedremo
avremo perso il giorno
e non sapremo della nostra assenza
_né che non si ritorna_
nell’indeterminato è da s-piazzisti
vendere sottobanco gli ideali
di eroi da videogame e da fumetti
i giochi bellicosi
per meglio allontanare i tempi neri
le valli delle lacrime
i mari opposti ai cieli
il buio dei cuori
ti erigeranno un monumento
soldato che uccidesti altri soldati
ti eleggeranno martire e leggenda
avrai la storia dei sopravvissuti
una medaglia
così non saprai mai
che sei anche tu una vittima di guerra
e le armaturemaschere
faranno da esoscheletri in musei
a ricoprire il nulla che rimane
delle battaglie vinte
la storia è scritta a sangue dai potenti
l’alloro è uno specchietto per allodole
i corpi vuoti a perdere
Sotto i portici della città bianca
guizzavano pesci venuti dal mare
_ avevano appreso a volare da soli_
non sapevano che
l’insidia può essere un concavo azzurro
dipinto da un folle pittore
un’esca nell’arco
nel varco dei suoni
un coro di uccelli
diretti a paesi lontani
diceva di vita oltre muri e bastioni
oltre fumi d’incenso e colonne di chiese
mezzelune di sangue
_di pinne o di ali si va controsole_
si cade, si sale, si muore
i pesci non hanno mai sete
non sanno il sapore dell’aria
e annegano in volo
*Abbiamo un modo così particolare
di scriverci la vita addosso
certificati d’esistenza in cui pezzi mancanti
più o meno visibili
ci sottraggono peso (dimagrimento garantito)
ci squalificano fino a dimostrare
che non siamo più stelle dipinte belle
Il tempo fa strani scherzi
a chi si dona e a chi si nega
senza dare segnali
_ un bip d’avvertimento, anche via mail_
pertanto ci si adatta a fare finta
che tutto vada ben (signora mia)
un muro di caselle
o colombari
a mettere un po’ d’ordine
_un frego nero sopra il cuore_
per barattare amore con la morte
e poi tradirsi di comune accordo
leggere storie travisate
(signora mia, che ridere)
mentre chi tace sa
che tutto andava fatto
tutto vissuto perché niente dura.
Un decennio da ricordare è tanto
è più di una costanza fatta corpo
è l’intimo che viene rivelato
il tempo abbia riguardo
per questa pietra incisa
e mi sorprenda
smettendo di restarsene alla porta
siamo rossi
rose imperfette dalle spine tante
_non ne faranno un fascio_
nell’onda di bitume che dilaga
custodiamo memorie
forse verranno giorni come allora
che si credeva nella libertà
a poco a poco
tradendoci la vista
sono precipitate nuvole di fumo
_sembravano d’organza_
e adesso piove il cielo
le stelle son cadute nelle fogne
il verde vira al nero
e nei roseti mangiano le foglie
milizie di tentredini assetate
di potere e di sangue
ma l’anemia non appartiene al sole
e una falce di luce
sventolerà sulle città risorte
a un refolo scarlatto
quel numero assassino
contato alla rovescia
ti ridisegna a ghirigori ciano
_una bellezza strana, disarmante_
e una follia d’inverno
ti ricompatta per non farti andare
prima dell’ora ics
comunque andrà
la mietitrice cieca avrà i tuoi occhi
punterà il dito in un registro d’ombre
_in una scelta a caso, o forse no_
ti falcerà di netto
poi scriverà il tuo nome sulla sabbia
verrà l’alta marea
e sparirai nell’onda di risacca
Avremmo visto il luogo
in cui si nasce dalla propria morte
e si continua a vivere in esilio
_quando inventammo il cielo_
ciascuno immerso nelle proprie nuvole
con la testa al di là delle montagne
un santo scalatore
o un imbecille
ma non si può guardare oltre le stelle
per noi soltanto punti luccicanti
noi che sfidiamo il danno e l’impostura
percorrendoci a tratti di matita
in un quaderno squinternato
i fogli allo sbaraglio
a leggerli saranno angeli imbelli
caduti dalle sfere e tratti in salvo
da noi mortali indottrinati a morte
_ geni o decerebrati_
figli di qualche nume intestardito
illusi da un Noè
che ci fa stare in piedi sulla tolda
per poi buttarci tutti quanti giù
Mi mancano le ore strampalate
i gesti noti
le confidenze amene su quelli di là fuori
_ascoltavo per ore_
le sospendevo ai margini
e le dimenticavo
ponevo l’attenzione ad altre cose
sfilavano ritratti singolari
di amori, non amori, amori meno
_non lo sapranno mai_
ed io non tradirò questo silenzio
nemmeno ad occhi spenti
anni che riparavano l’esilio
della ragazza morta e poi rinata
con tenera allegria
“si merita un autunno d’altre rose”
veglie di capodanno giorno e notte.
Scritture in anteprima
_le ho conservate tutte_
alcune rimarranno a me soltanto
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