L’alba è un tranello in cielo
si fa giorno sui fuochi d’artificio
sulle questioni mai risolte
tra la vita e la morte
segnalazioni equivoche
portano i corpi a dichiararsi arresi
:noi che ci amammo quando dell’amore
non sapevamo niente _appena i nomi_
abbiamo retto il gioco delle parti
senza mai dirci niente
e siamo qui sospesi
a chiederci perché ci sembra strano
che non ci sembri strano
esistere per poco
vivendo con le spade sulla testa
ed agognando svelamenti e stelle
_non la virtute, mai la conoscenza_
siamo forse dei sogni
d’un dio che ad ogni suo risveglio
li ha già dimenticati
chiuderà i giorni del passato recente
nel lampo d’una veglia
forse l’ultima in fondo allo schedario
— un profumo di neve nella stanza —
immagino un destino che assomiglia
a frutti di lunaria
pagati alla dogana della mente
là dove si assottigliano i pensieri
in repentini varchi
una nottata
per sconfinare i piedi nel futuro
brindiamo al sovrapporsi delle sfere
sul bordo dell’annata____ e in un minuto
saremo già nel prossimo venturo.
senza cornici
esposte negli spazi delle trame
le scritture invisibili
non prevedono salmi per violini
o versi mammole
tendono le imboscate alle parole
sconfinano dai quadri belle époque
dimostrano sui muri e sulle strade
equazioni cruente: in segni ripidi
nascosti nel cloruro di cobalto
_si leggono al calore delle lampade_
sono per chi non teme il tramontare
né i battiti del cuore sulla porta
in procinto di uscire
scritture senza voli
mimetiche malate terminali
traverseranno l’acheronte
e pagheranno il transito
con l’obolo del tempo già vissuto
alla bellezza che lusinga il foglio
e poi lo uccide
Principalmente faccio finta
d’interessarmi a tutto quanto, ma
al posto mio c’è un ologramma:
se dovessi piacervi
ditelo pure al sostituto
_io latito_
Benché non sia di pubblico dominio
adotto sempre una controfigura
vestita come si confà vecchiasignora
proprio perché s’ignora
a volte solo un tocco di rossetto
e un po’ di fard
_non si sa mai che bussino alla porta_
io vesto invece la malinconia
di secoli vissuti ad aspettare
sensi che non capivo e se capivo
li cancellava prontamente il tempo:
e resto
come non fossi nata né vissuta
_in una sorta di standby_
lucina accesa
ad aggrapparsi
quando le mani di bambina non
stringono a sufficienza il vuoto
e la sua vita è già racconto
la donna stringe un fondo di giornata
con lo stupore di chi sta cadendo
dal basso verso l’alto
e scorre il grigio d’una cantilena
appena sussurrata
oscilla un’altalena senza corde
un’ombra intermittente sul balcone
e l’andamento
s’arresta all’improvviso ore di notte
che ci si cala via dalle lenzuola
e ci si lascia andare oltre le mura
lontano dalle strade e dalle corti
in assetto di volo
Avete bisogno di voi stessi
non di me _disse il maestro_
e della libertà da ogni catena
attenti sempre alle mistificazioni
la critica vi assista
e v’impedisca di cadere in trappola
_a cominciare dagli assolutismi_
siate la vostra religione umana
sapendovi divini
esiste solo una sacralità: l’essere vivi
guardate il mondo e chi vi siede accanto
come sono realmente
rifiutate romantiche illusioni
prigioni fideistiche
e tutto ciò che ha reso
le masse rassegnate e ammaestrabili
svilite dal lavoro e da ozi insani
ignave e ignare d’essere pastura
ai poteri insaziabili
rifuggite da facili astrazioni
siate chi nasce e chi vi partorisce
amatevi davvero
non ci siete che voi a essere voi
e serve solo crescere sinceri
non pappagalli ammaestrati ad arte
fruitori di centri commerciali
passivi spettatori
frequentate la scuola che abbia un cuore
e che v’insegni a detestare
la parola di chi vi vuole proni
che vi conduca nuovamente a voi
nella bellezza e nel silenzio audace
l’univoca visione
che travalichi il corpo e che vi mostri
di cosa siete fatti veramente: quanti
particelle coese
santuari di luce
Si nasce innocenti
si diventa colpevoli vivendo
prigionieri tutti della terra
dai primordi alle giungle di cemento
esposti alle catastrofi
costretti a ripararsi da ogni male
prede dei propri impulsi
vessati dal potere dei più forti
non si nasce malvagi
è poi la sorte a condannare gli uomini
terrorizzati dagli inferni postumi
costretti ad inventarsi paradisi
immemori che sotto ogni parvenza
si è tutti fatti d’ossa
e fingitori che non esista il tempo
né la condanna a morte.
Sulla comune vacuità l‘immenso zero
presente tra deserti e grattacieli
l‘implosione del sacro e del profano
compresi panorami ed invenzioni
discettazioni di filosofia, l’arte impostura
sotto gli occhi di tutti
si è circondati dalla fine esplicita
ma nella cecità saramaghiana
assecondando le necessità coatte
ci s’improvvisa a vivere
sconoscendo la fine
Dire luna come verità dimezzata nel silenzio di prova declinante fasi e frasi luna come viola del pensiero minuscolo chiarore tra le pagine d’un libro abbandonato lo troveranno nel solaio della casa tra i tetti :la città rinasceva intorno al mare il dopoguerra s’affacciava ai muri da finestre divelte, da palazzi a metà ma la sirena d’allarme aveva smesso di concitare i morti e preservare i vivi _la bambina custodiva presepi_ Nella piazza s’aprivano voragini i decumani venivano scoperti Partenope narrava la sua storia. Alle pendici del vulcano sorgevano le case l’odore dei vigneti si mescolava all’acre dello zolfo ci si faceva l’abitudine. Tornata con la luna d’un settembre avanzato nella stagione adatta ai testamenti rivela il manoscritto apocrifo _può essere di tutti_ di sé non vuole che rimanga il segno d’essere stata un corpo ma solo il suo pensiero
Mi distanzio da sotto il mio balcone
mi faccio uno sberleffo
e giù il cappello m’inchino all’ovvietà
_la piuma cade ai piedi di Cyrano_
ai sensi della legge la risposta
è ancora una domanda
d’altronde non ho più necessità
d’essere al centro
recitando la parte di Rossana
_potrei precipitare in un bicchiere_
quasi una mosca
sull’angolo più angusto del proscenio
attori e capocomico
imparano a girare finte scene
come pupazzi di cartone
hanno cartelli con su scritto io
e sono tutti sopra il palcoscenico
nella platea c’è un solo spettatore
che assiste alla sua vita contraffatta
e sa che morirà sulla poltrona
quando si spegneranno i riflettori
e calerà il sipario dal loggione.
È uno scompenso tra mattina e sera
questa voce che vive nei miei panni
e che non vuole smettere
dice che sono storia tramandata
benché mi rida addosso
dipinta sulla bocca
una tristezza scritta col rossetto
un’eco dai soppalchi alle cantine
la voce è un’evasione dalla righe
trasforma ogni parola in bolle d’acqua
diventeranno nebbia _dice_
e non t’accorgerai d’essere muta
nella livrea sbiadita,
a rimediare segni d’orizzonte
orme su spiagge amiche
mentre t’inventi bella
e lentamente affondi nei detriti
Di buono c’è che la tastiera
fa risparmiare gli alberi
caro amico ti scrivo e quando sbaglio
appallottolo fogli virtuali
_voglio davvero eliminare?_ sì.
Lo so che mi ripeto, ma il cestino
è magico divino ultraterreno
correttore di bozze.
Ho scritto per chilometri d’addio
tutti gli appunti
_sembravano importanti_ ma
le frasi vive sono state erase
nel secchio c’è rimasta qualche lettera
lasciata al suo destino annientatore
Il sortilegio
il fuoco dei miei occhi quando
c’era scritto il tuo nome dentro
_si stupivano i fermi delle porte_
e tu pensavi fosse già finito
l‘attimo consenziente
ti liberavi dalle coordinate
con il respiro corto
forse pensavi
che ti bastasse andare
per farmi scomparire
_io che morivo lenta_
restavo senza farmi più vedere
fabbricando una casa di parole
: scrissi d’amore tutte le pareti
ma tu ti dichiarasti analfabeta
ora che sono pietra
mi stanno ricoprendo muschi e rovi
ho superfici inutili
_non sapevo di specchi_
e sono l‘antro della mia gorgone
prigione e prigioniera
attenta a non riflettere il mio sguardo
e fatalmente ritornare donna
ho scritto ancora e non
mi rende la certezza della fine
c’è bellezza nel sale
la cruna da cui passano cammelli
lo scuotere di sassi in un barattolo
_tossire della ghiaia dicendo impronte _
sembra un nonsense
biancore d’anni sopra rami spogli
ho detto ancora e non
saprei ridire quale fosse il senso
o ipotizzare un fuori senza un dentro
la scuola dei miracoli
permette un viso che non corrisponde
_a distanza di secoli sorprende_
essere viva
sfogliando calendari senza giorni
ho amato ancora e non
sapevo che l’avrei dimenticato
la catarsi del corpo
come si trema quando si è felici.
Nel giardino d’inverno resto sola
a contrastare l‘incombente notte
_malgrado inaspettate profezie_
verrà la morte e avrà forma di rosa
confesso al tribunale degli dei minori
d’essere il muro arreso alle tempeste
che nel disintegrarsi
perde l’assetto verticale
il tempo delle feste
quando lo rivestiva il tralcio d’edera
e muschi intenerivano le pietre
mi confesso perché non altro vive
di me stesso
_ho smesso le mansioni di ricovero_
sono ad un punto morto
un muro senza pianto
senza pretese di contenimento
vivo sembrando intatto
alle quattro colonne al cui riparo
combatto la mia lotta di mattoni
ma confesso
a questo tribunale di semidei ed eroi
d’essermi opposto sempre ai venti forti
anche se adesso
per sgretolarmi fino alle radici
m’è sufficiente il soffio d’una brezza
A quelle donne di meraviglie e fiori
quelle che silenziose fanno andare
casupole e favelas, figli portati sulle
spalle chine, lana pungente sulla pelle
dita affondate negli inverni
donne dismesse a ricamare perle
e chatouches per quelle fortunate.
Donne dai pianti occulti per i figli perduti,
donne dalle carezze rassegnate
sulle deformità dei loro nati e quelli d’altre.
Vanno con passo celere
più avanti della vita
più pietose del quadro sugli altari
che spiega nel suo ebete sorriso
quanto non fu mai loro e di quei figli abnormi,
l’opposto dei bei riccioli dipinti
e lineamenti rosa.
Donne delle catene di montaggio
recluse per un tralcio di mimosa
donne dei mille passi nel deserto
per un una goccia d’acqua
donne a scacciare mosche dai sorrisi
dei loro figli condannati a sete.
Donne vendute
donne vilipese
Qui ci piangiamo addosso
per uno specchio rotto, una sedia tarlata
solitudine in versi che dovrebbe
consacrarci poeti
roba che non soccorre i derelitti
che non reclama l’equità dovuta
e niente fa per togliere al potente
quello che ruba ai miseri.
Donne di ceri e cere
prigioniere d’inganni, occhi cuciti,
che al prete per figliare e per morire
pagano sempre il truogolo e l’ingrasso.
Spossessate del corpo, incubatrici
di vittime innocenti.
Madri di stupratori e santi
donne comunque e sempre.
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