da M.A.M.
D’involontaria veglia
dall’una all’una e un quarto
trascorse tutta la mia vita
in un compresso vuoto indicativo
un tramite invisibile _reale come il nulla_
a fibrillare in petto
il verdelume a vigilare gli angoli sommessi
fossero mai nascosti corvi e affini
quel diverso
per convenienza taciturno cuore
prestato agli anni ma
restato per fiducia un po’ bambino
non si dimette dalle sue mansioni
_circola una versione singolare_
escluso il salto quantico
potrebbe
un’altra volta almeno scandagliare
un abissale cielo di visioni
dall’una e un quarto in poi
ripresero i minuti a cadenzare
_sull’orologio dei respiri_ il fiato
L’estrema risorsa
Intorno c’era solo sabbia, un colore indefinito anche l’aria, giallastra.
Ansimava.
Lo aveva trascinato per ore, lasciando una scia su quella che doveva essere stata un’autostrada, e adesso si era accasciata, esausta.
L’uomo sembrava immobile, lo osservò attentamente e si accorse con sollievo che respirava ancora.
Si liberò dello zaino da cui estrasse la lattina di bibita trovata in un frigorifero sventrato sommerso dalla polvere, l’aprì e ne bevve qualche sorso, il resto glielo fece scivolare tra le labbra screpolate.
Disorientata, senza alcuna cognizione temporale, ricordava soltanto la terribile scossa che aveva fatto tremare e crollare ogni cosa.
Aveva perso i sensi. Al risveglio si era alzata a fatica e guardata intorno senza riuscire a mettere a fuoco nulla.
C’era un odore strano che la soffocava, sembrava che invece d’aria entrassero bolle di fango nei polmoni.
Come un automa, a tentoni, aveva imboccato una sorta di canale, una strettoia tra pareti calcinose in cui avanzò tossendo, dopo aver tirato fuori dalla tasca un fazzoletto che tenne sulla bocca nel tentativo di filtrarla. Quando inciampò nel corpo riverso.
Il viso era incrostato di polvere. Con gesto automatico accostò l’orecchio: respirava, seppure debolmente, era vivo.
Mentre tentava di liberarlo dalla sabbia e lo adagiava sul fianco, lo sentì gemere.
Dovette sedersi ancora per riprendere forze.
Si guardò intorno, distingueva a malapena grovigli di pali, strutture pencolanti, dune che dovevano essere stati palazzi. Ogni cosa era dello stesso colore sulfureo. Il chiarore uniforme non dava ombre.
L’uomo si mosse, mormorò qualcosa, forse un nome.
Lei gli cercò la mano e gliela strinse, d’impulso.
Il cervello pareva impantanato in quella immobilità senza sonoro.
Cosa è successo, chiese più che altro a se stessa, forse sto sognando, è un incubo. Ma non riuscì a concentrarsi su questo pensiero.
Il silenzio era denso, occupava ogni spazio. Gravava sulla continuità di avvallamenti e dossi dai quali spuntavano spettrali, obliqui o verticali, oggetti vagamente riconoscibili, resti di cartelloni, travi, spuntoni, ante di finestre, copertoni di camion.
Rovistò nello zaino e ne trasse un involto che scartò lentamente, i resti di un panino, provò a masticarli, scricchiolavano di sabbia sotto i denti.
Ma lo stomaco reclamava e mandò giù le ultime briciole.
Guardò l’uomo, i lineamenti regolari, malgrado lo strato ocraceo rappreso nei capelli e sulla faccia, ne tradivano la bellezza.
Pensò che avrebbero avuto bisogno entrambi di una doccia, di qualcosa di pulito da indossare, di procurarsi cibo e acqua.
Lo scosse, si agitò appena. Lo sollevò dalle ascelle per metterlo a sedere.
“Sai dove siamo?” gli chiese
“A casa” rispose con affanno.
“Cosa vuol dire, a casa?”
“Siamo dove eravamo”
“Vuoi dire che sto sognando, vero? Che sono nel mio letto e tu sei nel mio sogno”.
“No, siamo vivi e svegli.” E aggiunse a stento: “Grazie”
“Perché ti ho trascinato fuori dal cunicolo?”
Assentì debolmente con la testa. “Ho sete”.
Lei allargò le braccia.
“Se riesci a camminare potremmo andare alla ricerca di un riparo, magari troviamo anche da bere e da mangiare.”
“Non credo” bisbigliò. Aveva esplorato i dintorni prima di svenire: polvere, solo quella maledettissima polvere gialla a ricoprire ogni cosa.. Non esisteva più nulla che somigliasse a una città, non un’ anima viva. E poi, quasi in un rantolo “Ho sete, diomio!”
“Anch’io” gli rispose, mentre con lo sguardo tentava di scrutare lontano, di scorgere un minimo spiraglio d’orizzonte.
Un attimo dopo si rese conto che altra polvere scendeva lentamente dall’alto e stava riempiendo le cavità ancora distinguibili.
Si voltò a guardarlo, aveva gli occhi chiusi e si passava la lingua sulle labbra gonfie.
“Bisogna trovare dell’acqua, assolutamente” pensò.
Fece per alzarsi, ma un lamento la trattenne.
“Se non ci sbrighiamo saremo seppelliti dalla sabbia” Lo strinse a sé per sorreggerlo.
“Non posso” La voce fu come un sospiro sulle labbra riarse.
Lei tentò di sollevarlo ancora, ma il corpo dell’uomo si era fatto pesante come marmo.
Nell’ultimo tentativo, un frammento d’acciaio le penetrò nella mano, lacerandone il palmo. Dalla ferita cominciò a sgorgare un filo di sangue. Fu d’istinto che fece gocciolare quel liquido caldo tra le labbra di lui.
In quel preciso momento un che di azzurro, un varco minuscolo, si aprì da qualche parte, in alto. Si allargò sempre più, e nuvole grigie si addensarono sull’apertura.
Poi le prime gocce cominciarono a cadere, si fecero fitte, sempre più fitte, fino a trasformarsi in una pioggia scrosciante.
un altro giovedì
Dis-trazioni

Apripersona
metallico
seghettare il coperchio
dito tagliato a sangue
succhia e risputa goccia
sul pavimento in cotto
tirate ____ pei capelli
due sillabe passate in giudicato
disgiungere di mani
o rami
o propaggini che
distanziano da sé
decorticate
le tre madri nel sacro del cervello
esposta alle fratture
la memoria ritorta fil di ferro
è un cavallo di frisia
noi lo sappiamo ad ogni corpo aperto
ad ogni contenuto andato perso
che la cenere attesti
sincopate
le morti e le omissioni
così da questa mia cucina in ombra
fascio la mano
e sfascio quel tuo dire
fatto di niente eppure
spiegavi di equazioni mi leggevi
Spinoza e non capivo
che cercavi la strada per andare.
agosto 2011 (inediti per Rebstein – La dimora del tempo sospeso)
Zona franca
un piede per andare
sulla soglia
e l’altro trattenuto tra i battenti
ma basta una parola disegnata
un bacio tra due virgole e si resta
per non tradire quella voglia insana
di prendere una nuvola d’assalto
e si sta insonni
nell’aldiquà _sperando di partire_
mentre deflagra il mondo
da M.A.M.
A dare retta al tempo
Registrazioni di bambina attenta
note di un carillon
stesso motivo ripetuto e poi
la madre che s’accascia
come la ballerina sul velluto
anni di guerre e di bellezza
gesti di sfacimento e ribellione
il divenire trasparente
la fuga dove il corpo del momento
spariva frantumato in mille me
sotto il coperchio d’ebano intarsiato
_ ma forse era un balcone_
racchiusi nelle scatole d’argento
noi fingitori che viviamo d’ore
di proroghe e scadenze
e degli addii bambini conserviamo le tracce
in orologi e calendari muti
noi non abbiamo fretta:
si perdono i contatti con le date
le sigle e i timbri apposti alle stagioni
sapendo che il conteggio dei minuti
è di chi è vecchio già da quando è nato
non appartiene a noi la decadenza
noi che vestiamo un corpo _in evasione_
ma in fondo lo sappiamo
che tutto si trasforma e niente muore
L’acquiescenza delle carte
scivolano giù dal letto le scritture
formano una pozzanghera d’inchiostro
sullo scendiletto _ma se non hai mai avuto tappetini!_
è vero, non li ho avuti, ma soltanto per scelta
ché ho smesso da tempo d’abitarmi
e scrivermi graffiti dal seno alle caviglie
sei ripetitiva oggi, lo sai?
Sì lo so ma se dicessi che
non me ne importa un fico fresco _secco, si dice_
ah già, ma secco o fresco
non m’importa lo stesso
: io quella me che si fa bella con l’ombretto blu
non la conosco
o meglio, la incrocio qualche volta per la stanza
faccio finta di niente
c’è un semaforo piccolo da tavolo
tra i suoi pensieri e i miei col rosso fisso
quando chiude la luna nei cassetti
e vive in me la sua controfigura
pipistrello d’argento
si aggrappa ai miei capelli alle mie braccia
nel raccattare sillabe di quella stessa voce
respirata nell’attimo che accade
tutta l’ubriacatura del pianeta
le risate diventano un diaframma
tra donnapesce e l’uomo un po’ bambino che non sa
quanto si possa scrivere d’amore in filigrana
sui mille fogli che talvolta legge ma
non prova mai a guardare controluce
settembre 2013
da Rebstein
questa che segue e altri inediti
Free climbing
Terra verticale
spianata a gambe e braccia
lustrata dai destini degli uomini
arrampicati alle invenzioni
l’arte si rende a quote varie
_____ l’arte
del dire o divagare, credere
che sia lo scopo della storia
l’uomo
e del suo strazio
dei suoi fiori di sangue
lasciato sulla roccia
nudo a stringere in pugno le tempeste
se almeno sorvegliassero gli dei
un punto di contatto
un triangolo che per quanto effimero
risultasse d’appoggio
la cima di qualcosa è già qualcosa
e chi ci arriva
non ha vissuto per la sua vittoria
ma per quella degli altri.
da M.A.M.
Perseidi
stelle curiose da lassù
indifferenti al vivere e al morire
ci annegano negli occhi
e se non fosse fuggitivo
il cuore
scivolerebbe in zone melittuose
in lingua dal sapore di stagnola
per vicoli di versi e cul de sac
un vuoto ci sovrasta
noi capovolti al sole in
associazioni a qualunquere
.
da M.A.M.
Cristina Annino
recensisce UNA PER MILLE
http://intervistevarie.blogspot.it/2014/08/recensione-di-cristina-annino.html
Meta_fisica
Siamo così condizionati a ritenere realtà soltanto ciò che percepiamo coi nostri sensi, che perfino le teorie filosofiche e religiose ne subiscono il limite.
Eppure, secondo la fisica quantistica, la materia non è altro che vibrazione di fotoni: luce.
Nella sperimentazione scientifica sulle particelle (quark e antiquark: bosoni, gluoni, muoni), di cui consiste l’atomo, ci si è dovuti arrendere all’impossibilità di osservare oggettivamente quelle infinitesimali, che non sono tracciabili, in quanto mutano secondo l’occhio di chi osserva, e la cui esistenza è deducibile soltanto intuitivamente da fattori ipotizzabili, talvolta prevedibili, ma non sempre dimostrabili.
I grandi filosofi (soprattutto Schrödinger, ricordate il suo”gatto”?), i pittori con la loro visionarietà, talvolta i mistici, i compositori, i poeti, gli artisti in genere, si avvicinano a questa intuizione di Realtà infinitamente poliedrica, e tentano di esprimerla ciascuno alla propria maniera, quasi profeticamente, come suggerimento all’umanità di non accontentarsi del tangibile, e tendere all’oltre.
Il violinista blu

Non lo farò perché sarebbe inutile, perché nessuno asciugherebbe le mie lacrime.
Adesso come allora.
Mi hanno permesso di tenere il quadro, una riproduzione di Chagall.
Spicca sulla parete bianca.
Ricordo i suoi occhi assorti, lo scintillio che mi parlava all’anima.
Dovrò stare attento a non tradirmi, basterebbe uno sguardo al violino per farli insospettire.
Ma loro non osservano mai, fanno solo quello che devono fare, pillole, flebo, cambio di sacchetti.
L’archetto è accanto a me, appena se ne andranno riprenderò a suonare.
Sono tutti occupati a sistemare aggeggi, è il momento giusto.
Prima o poi si affaccerà, lo sento. Esattamente dall’ultima finestra a destra.
È per questo che vivo.
E suono per lei.
E per le allodole.
Avrei voluto dirle di aspettare, ma già la sua voce si spegneva, ed il mio pianto silenzioso accompagnava gli ultimi accordi. Ma lei non c’era più.
E suonerò tutte le musiche, non sbaglierò una nota.
Atterrerò proprio sul davanzale.
Dentro la stanza, lei, come sempre ad aspettarmi.
da M.A.M.
Intanto che
domandi come stai
cosa fai dove vai
il letto sta virando al blu cobalto
piccolo cielo a domicilio
taccio
perché parolenuvole potrebbero
addensare risposte necessarie
se fossero a difesa
della mia età che inesorabilmente avanza
la promessa di fuga, rimandata
è diventata uno spergiuro
nel dirottare ai sensi
l’appartenenza all’anima
e nessuna ragione potrebbe mai convincerti
che adesso
è soltanto paura d’esistermi per gioco
anche questo rispondere improprio
dai balconi di un foglio
nulla rivelerà di me




















