Registrazioni di bambina attenta
note di un carillon
stesso motivo ripetuto e poi
la madre che s’accascia
come la ballerina sul velluto
anni di guerre e di bellezza
gesti di sfacimento e ribellione
il divenire trasparente
la fuga dove il corpo del momento
spariva frantumato in mille me
sotto il coperchio d’ebano intarsiato
_ ma forse era un balcone_
racchiusi nelle scatole d’argento
noi fingitori che viviamo d’ore
di proroghe e scadenze
e degli addii bambini conserviamo le tracce
in orologi e calendari muti
noi non abbiamo fretta:
si perdono i contatti con le date
le sigle e i timbri apposti alle stagioni
sapendo che il conteggio dei minuti
è di chi è vecchio già da quando è nato
non appartiene a noi la decadenza
noi che vestiamo un corpo _in evasione_
ma in fondo lo sappiamo
che tutto si trasforma e niente muore
scivolano giù dal letto le scritture
formano una pozzanghera d’inchiostro
sullo scendiletto _ma se non hai mai avuto tappetini!_
è vero, non li ho avuti, ma soltanto per scelta
ché ho smesso da tempo d’abitarmi
e scrivermi graffiti dal seno alle caviglie
sei ripetitiva oggi, lo sai?
Sì lo so ma se dicessi che
non me ne importa un fico fresco _secco, si dice_
ah già, ma secco o fresco
non m’importa lo stesso
: io quella me che si fa bella con l’ombretto blu
non la conosco
o meglio, la incrocio qualche volta per la stanza
faccio finta di niente
c’è un semaforo piccolo da tavolo
tra i suoi pensieri e i miei col rosso fisso
quando chiude la luna nei cassetti
e vive in me la sua controfigura
pipistrello d’argento
si aggrappa ai miei capelli alle mie braccia
nel raccattare sillabe di quella stessa voce
respirata nell’attimo che accade
tutta l’ubriacatura del pianeta
le risate diventano un diaframma
tra donnapesce e l’uomo un po’ bambino che non sa
quanto si possa scrivere d’amore in filigrana
sui mille fogli che talvolta legge ma
non prova mai a guardare controluce
Terra verticale
spianata a gambe e braccia
lustrata dai destini degli uomini
arrampicati alle invenzioni
l’arte si rende a quote varie
_____ l’arte
del dire o divagare, credere
che sia lo scopo della storia
l’uomo
e del suo strazio
dei suoi fiori di sangue
lasciato sulla roccia
nudo a stringere in pugno le tempeste
se almeno sorvegliassero gli dei
un punto di contatto
un triangolo che per quanto effimero
risultasse d’appoggio
la cima di qualcosa è già qualcosa
e chi ci arriva
non ha vissuto per la sua vittoria
ma per quella degli altri.
Pioggia di mezze gocce
nella metà d’un quadro di minuzie
_l’amarsi a dosi minime_ quel tanto
che non imponga ripararsi il viso
a braccia alzate
e paga il dazio l’anima costiera
sperando nello sconto di burrasca
ma non si torna giù dagli altipiani
né si riemerge dagli abissi senza
aver smarrito la metà del cuore
nell’entroterra dei carteggi
al porto d’_elusione
rotte navali mappe e freghi neri
sulla carta d’imbarco per Citera
avvisano che l’isola è scomparsa
Siamo così condizionati a ritenere realtà soltanto ciò che percepiamo coi nostri sensi, che perfino le teorie filosofiche e religiose ne subiscono il limite.
Eppure, secondo la fisica quantistica, la materia non è altro che vibrazione di fotoni: luce.
Nella sperimentazione scientifica sulle particelle (quark e antiquark: bosoni, gluoni, muoni), di cui consiste l’atomo, ci si è dovuti arrendere all’impossibilità di osservare oggettivamente quelle infinitesimali, che non sono tracciabili, in quanto mutano secondo l’occhio di chi osserva, e la cui esistenza è deducibile soltanto intuitivamente da fattori ipotizzabili, talvolta prevedibili, ma non sempre dimostrabili.
I grandi filosofi (soprattutto Schrödinger, ricordate il suo”gatto”?), i pittori con la loro visionarietà, talvolta i mistici, i compositori, i poeti, gli artisti in genere, si avvicinano a questa intuizione di Realtà infinitamente poliedrica, e tentano di esprimerla ciascuno alla propria maniera, quasi profeticamente, come suggerimento all’umanità di non accontentarsi del tangibile, e tendere all’oltre.
Non piangerò ancora.
Non lo farò perché sarebbe inutile, perché nessuno asciugherebbe le mie lacrime.
Adesso come allora.
Mi hanno permesso di tenere il quadro, una riproduzione di Chagall.
Spicca sulla parete bianca.
Ed io ci vivo dentro: sono lì, sospeso su quei tetti, seduto un po’ di sbieco sulla sedia, dietro di me la luna in opaline, e le “sue” rose.
Al suono del violino giungono le allodole, una mi si posa sulla spalla ai primi accenni della Meditation fromThaïs, l’unica musica che eseguo senza sbagliare mai.
Anche lei l’ascoltava rapita, abbandonata nella sua poltrona, di fronte a me.
Ricordo i suoi occhi assorti, lo scintillio che mi parlava all’anima.
Ecco che arrivano. Dovrò stare attento a non tradirmi, basterebbe uno sguardo al violino per farli insospettire. Ma loro non osservano mai, fanno solo quello che devono fare, pillole, flebo, cambio di sacchetti. L’archetto è accanto a me, appena se ne andranno riprenderò a suonare. Sono tutti occupati a sistemare aggeggi, è il momento giusto.
Non guardo verso il basso, in quella casa blu c’è ancora la sua voce.
Prima o poi si affaccerà, lo sento. Esattamente dall’ultima finestra a destra.
È per questo che vivo.
E suono per lei.
E per le allodole.
Una volta l’ho udita, ripeteva il mio nome, implorante, ma io non potevo smettere, l’archetto era come incollato alla mia mano e traeva dalle corde suoni ineffabili, fluidi come miele, aguzzi come lame. Ne erano pervase anche le nuvole.
Avrei voluto dirle di aspettare, ma già la sua voce si spegneva, ed il mio pianto silenzioso accompagnava gli ultimi accordi. Ma lei non c’era più.
Ora non smetterò, non mi inganneranno più le loro promesse, scenderò finalmente da quel cielo e se precipiterò tanto meglio.
E suonerò tutte le musiche, non sbaglierò una nota.
Atterrerò proprio sul davanzale.
Dentro la stanza, lei, come sempre ad aspettarmi.
domandi come stai
cosa fai dove vai
il letto sta virando al blu cobalto
piccolo cielo a domicilio
taccio
perché parolenuvole potrebbero
addensare risposte necessarie
se fossero a difesa
della mia età che inesorabilmente avanza
la promessa di fuga, rimandata
è diventata uno spergiuro
nel dirottare ai sensi
l’appartenenza all’anima
e nessuna ragione potrebbe mai convincerti
che adesso
è soltanto paura d’esistermi per gioco
anche questo rispondere improprio
dai balconi di un foglio
nulla rivelerà di me
L’olivo dalla chioma d’argento mi somiglia
solo che esisterà ancora
quando delle mie ossa nemmeno la polvere
potrà nutrirne le radici.
E lo saprò
che il tempo di una vita
sia tralcio foglia o frullare di ali
è soltanto un momento, irripetibile.
Dauer
Der Olivenbaum mit silberner Krone sieht mir ähnlich,
nur wird er noch bestehen,
wenn von meinen Knochen nicht einmal der Staub
seine Wurzeln ernähren kann.
Und das werde ich wissen,
dass die Zeit eines Lebens,
sei es Ranke, sei es Blatt, sei es Flügelschwirren,
nichts anderes ist als ein unwiederbringlicher Augenblick.
Cristina Bove, da Attraversamenti verticali
Übersetzung ins Deutsche: Anna Maria Curci
il gioco di parole a fine danza
snocciolato nei versi come viene
ve l’assicuro _proprio come viene_
e non mi curo delle bacchettate
dell’accademia degli eletti
(ne ricevetti tante da bambina
da invermigliare i palmi)
invece mi è spontanea una capriola
dentro la testa
e mani tese per un girotondo
_ma quante belle figlie madama doré_
eh, sì, in effetti
anatre mandarine
mimetizzate tra le colocasie
ballano sulle note di Čajkovskij
al pari d’altri nobili lacustri
anatidi eleganti bianchi o neri
al lago
chi starnazzando e chi piroettando
si muore tutti infine
in un plié
Veniamo tutti noi dall’infinito
respirati dagli alberi e dai cieli
siamo la vita che dà vita al mondo
e siamo il mondo
inseparati nello stesso fiato
siamo la ricordanza delle stelle
_senza di noi chi le vedrebbe ancora_
perfino quelle estinte?
Ma forse è solo un mucchio di sciocchezze
scrivere qualche segno sulla carta
andare a capo
farmi qualche illusione di certezza
finché c’è vita _a parte la speranza_
c’è la raccolta dati: il rendiconto delle banche
a cui
della farfalla che
batte l’ala a Pechino
e provoca monsoni a Timbuctù
non gliene frega un frego
e mi rifletto addosso
piegando appena un po’ la testa
: cos’è sta roba sul divano? un corpo
dicono che sia mio
che se respira provoca
la nascita di un dio, la primavera,
il piatto dello chef
l’annientamento delle falde acquifere
il capriccio dei re
la morte di stilisti (il dolce del gabbare)
e giù di lì…
all’improvviso ho voglia di sparire
per risparmiare almeno
il prossimo giudizio universale
Qui
del continuo andare
configurazioni che ignoriamo se
oniriche o fiorite mutevolezze in grembo
antica vita _un suono di celesta la scandisce_
nei ricorrenti addii
dove ti sei fermato e quando hai smesso
d’essere l’arco rifiorente, il tralcio di reseda?
Il profumo di tutte quelle cose
che fanno rettilinei e vie traverse
per giungere spogliati di parole
oltre il significato _ vivi _ separati per caso_
ecco
mi fermo anch’io
ho giusto il tempo di tradirmi ancora
scrivere
è l’esatto contrario di _non scrivere_
un atto volontario e che sia chiaro:
non scrivere è possibile
solo se si può scrivere
e mi diffido io stessa dal trattare
formulari da tavola _periodica o da surf?_
chiede la tizia
una di quelle che mi vive a fianco
esperta d’elementi e vuoti d’aria
ma piccoli
più o meno onde bonsai
del resto essermi viva è stare dentro
continue interpunzioni temporali
numeri ed algoritmi
a pagaiare immersa in acque ripide
salvandomi da rapide e tsunami
poi tutte quante al vento, le parole
piegate da una parte come steli
sottili e orizzontali come linee
tendere all’invisibile
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