in casa d’altri

giovedì “controverso” a casa di mam

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  un bel racconto dii Renzo Montagnoli,  e altre interessanti segnalazioni

QUI

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Non più mi vesto a fiori

sovrapposizioni cromatiche - by criBo

da quel giorno che morii lontano
in prati brulli
e ancora adesso che mi sfoglio d’argento
fa lo stesso
che mi diriga al faro
o mi dipinga il viso di tramonto

quanti si va con abiti molesti
angoli ripiegati e sottogonne d’archi
intere orchestre e musicisti al giogo
ed è un alloggio che non si ripara
il golfo mistico

potrei segnare tutte le distanze
mappare consuetudini
l’arrabattarsi a starsene nascosti
nulla comproverebbe
se non che tutti gli abiti _di notte_
avvolgono di nero

non si può dare torto a chi scompiglia
il tempo e gli orologi
a chi s’appiglia a un tocco di colore
che forse più d’un cielo ne distoglie
dalla cattiva sorte
e l’abito di scena ormai inservibile
va scomparendo insieme ai suonatori

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Mea culpa

tra le onde anche i miei versi

https://cartesensibili.files.wordpress.com/2014/02/sotto-il-cielo-di-lampedusa.jpgDalla prefazione di Erri de Luca: “…i versi di questa raccolta somigliano a onde, stanno in una corrente che accompagna. Mettersi è il verbo di chi deve andare allo sbaraglio di un’emigrazione: mettersi nel viaggio. E’ carovana, pista nel deserto, in mani di mercanti di persone. Sono i peggiori: di qualunque altra mercanzia avrebbero premura di custodia e consegna.
Il corpo umano è diventato la più redditizia delle merci. Occupa poco spazio e pure se non sbarca, non arriva a destinazione, ha pagato lo stesso.
Naufraga da invincibile. Non può essere fermata la spinta di chi ha smesso di aspettare. Ogni persona delle miriadi che si mettono nel viaggio, si stacca da un’oppressione e si sporge sul vuoto. Questi versi plurali, irregolari, non possono riempirlo, ma vogliono tenere compagnia alla vita sospesa dei viaggianti.”

                    
               
Mea culpa

Questo è quanto posso dire
stando nel mezzo di due mondi
il mio e il loro
con le parole messe in fila _un poco
addolorate_
ché non posso saperlo quel tormento
delle carni bruciate
o quanta acqua salata nei polmoni
prima d’essere morti

ma so della quietudine
che vivo a mio discapito _perché
sto qui nel pianificio
che tutto resetta ed infiocchetta_

provai quel gelo
non ne temetti la scadenza ma l’inizio
ebbi terrore
e ricondussi il corpo alla presenza
il cuore al gioco_Lila lo chiamano gli indù_

però nei tempi prorogati
in cui cambia l’assetto delle sorti
e di quei morti senza nome e senza voci
solo l’adeguamento delle cifre
il mio stupore
è come io possa starmene in salotto
o qui seduta ad una scrivania
a scrivere risibili dolenze

per dire in fondo che?
L’essere viva in quest’inferno non
richiede altro conforto
e la desolazione d’un momento passa
ed io mi accuso
ma con la noncuranza di chi sa
d’essere _almeno momentaneamente_
in salvo

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stiamo annegando tutti

la zattera di Gericault

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versi del giovedì

mam-blog

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La gradita intervista

alle interessanti domande di Carla Bonollo

mi è stato facile  dare risposte, spero, altrettanto mirate e gradevoli.

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Sgombero

finestre - by criBo

Finito il vento forte
quello che passa per le storie
che non cancella sangue e tantomeno
impronte. Lo sapeva
chi stava alla tastiera della vita
quasi passate invano cose estreme
al tocco delle dita
_ i criminali con ombrelli a fiori_
i morti nelle cripte delle chiese

ma il bagaglio di scorie
nel colloquiare in angoli desueti
un bicchiere di vino e una finestra
aperta sui dissolti muri
_solo fantasmi in vista_
e la figura
prendere un po’ di luce, appena un po’
nel divagare assolto

                           

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il Giardino dei poeti

Riapre con la poetessa Valeria Serofilli

per gardino

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Racconti collettivi

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Considerazioni da chaiselongue

chaiselongue

Non devo far chilometri per arrivare all’acqua
il deserto non soffoca i miei piedi
non mi uccidono se guardo in faccia un uomo
__tuttalpiù mi violentano per strada__
non porto anelli al collo
e non ho il sesso tagliato e ricucito
reco però le ingiurie alla mia età
di chi si crede giovane ed è vecchio.

Avremo forse pace
quando inciampando nelle terre d’ombra
incontreremo lo straniero-io
sabotatore delle traversate
lì sulla costa giunto
sconosciuto alla gente del paese

e ci proclameremo smemorati
c’inventeremo un essere diverso
mangeremo l’ortica per sfamarci
e dalla lingua esangue germineremo bolle di parole

un gran falò
faremo d’ogni lingua e d’ogni glossa
tanto che ce ne viene
da lettere ranocchie orizzontali
alcune imbalsamate come santi
altre lisciate tra le messimpieghe
laccate di carminio e di bon ton

in premio una garrota ad personam
avvitamento ad hoc

o la condanna a vivere da bruti
orfani a vita d’ogni conoscenza

                       

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da M.A.M.

http://miglieruolo.wordpress.com/2013/09/26/7573/

 

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Come gardenia

fiorebianco - by criBo

                         

Cinque petali d’avanzo
sul bavero dell’abito da notte
essenza rara (qui riporto un nome)
l’uomo scopriva il viso dito a dito

nello scandire dei pensieri
al centro
pareva fosse il gran segreto. Invece
morivano i minuti
senza una vera storia da narrare
o un rimasuglio di vaghezza. Niente
che fosse testimone di un vissuto
niente che trapanasse il muro della fronte.

Senti
diceva il giocoliere affranto
risposte non ne avrai se dai pensieri tronchi
si staccano parole come foglie:
autunno incombe.

S’era perduto il nesso
a volte il senno a volte
il senso ripiegato nell’armadio
sottochiave i riflessi rubati alle ametiste
il viola tace
ha spine e crepe longitudinali
un cappello di feltro sopra gli occhi
con mosse da gitano si sottrae
alla carezza minima. A rigore di logica
traspare
il niente ch’era l’ombra d’una mano.

(3/10/2010)
                        

                

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Scrivere o non scrivere

bluewoman-by-cribo

Forse tutti noi che scegliamo di comunicare attraverso blog, social network, ecc., tentiamo di conformarci a un mondo di amicizie ondivaghe, alcune gratificanti, altre meno, e in qualche caso ci troviamo in difficoltà a comprenderne schieramenti occulti e discontinui.
A volte si vorrebbe fuggire, chiudere questa finestra sul mondo. Per poi scoprire che rinunciare equivarrebbe quasi a un autoesilio.
Il web offre possibilità di conoscenze impensate, rende la comunicazione immediata e universale. Si vorrebbe restare in contatto con tutti e ci si rende conto che non è possibile. Che la vita conduce dove vuole e non sempre si può stare alla finestra.
E continuiamo a scrivere di tutto ma forse, ancora forse, ciascuno vorrebbe dire solamente: guardami, esisto.
Lapalissiano e banale, dirà qualcuno. Sì, lo è. Come la vita. Come nascere, crescere, apprendere, amare, invecchiare, morire. E cosa mai davvero ci è appartenuto? La Storia? la Bellezza? l’Armonia? la Grandezza? la Scienza? la Famiglia?
Nulla, nulla ci appartiene, la nostra nudità è assoluta, e abbiamo freddo, sempre, anche nel caldo più torrido, perché l’unico vestito di cui avremmo bisogno è un vero abbraccio.
L’amore potrebbe tesserlo, l’amore disinteressato, ma chi ne è davvero capace?

Ed è per questo che io scrivo, perché, malgrado tutto, sono convinta che la parola conduca oltre noi stessi, e che la poesia appartenga a dimensioni imperscrutabili dell’essere.
Scrivo per tentare di conoscermi attraverso ciò che scrivo, perché sono la prima ad esserne sorpresa.

cb

                   

                        

Di seguito il commento molto interessante di Luciana Riommi, che ringrazio per aver reso ancora più comprensibile il mio dire, e perché credo che possa essere illuminante anche per gli amici lettori.

Cristina cara, questa tua pagina di oggi e la poesia di ieri  mi comunicano dolore. Ma nella mia lunga vicenda personale e professionale ho imparato che il dolore, per chi non lo nega in primo luogo a se stesso, per chi non lo sfugge fobicamente come fosse un nemico inaccettabile, oltre che essere un elemento ineliminabile dell’esistenza è un’occasione (forse l’unica) di riflessione e per alcuni (questa non è retorica né tentativo di consolazione) un’opportunità di accesso a quella dimensione imperscrutabile che ci abita e in cui hanno casa tutte le nostre possibilità creative, la nostra capacità di “guardare con gli occhi azzurri”, come ti ho detto una volta, guardare in trasparenza dietro la banalità e la lettera delle cose, che non ci basterebbero per vivere. Per vivere realmente da essere umani. Per conoscere e per conoscersi. E’ vero quello che dici: la parola conduce oltre noi stessi, come qualunque forma di espressione che non si limiti a “fotografare” la percezione illusoriamente oggettiva dell’immediato, o l’assoluta certezza di una percezione soggettiva sentita e imposta come criterio di verità. La parola è mediazione, tra sé e l’Altro, in tutti i sensi in cui possiamo intendere il nostro sé e l’altro, dentro e fuori di noi. Dunque anche comunicazione e relazione, ma hanno bisogno dell’amore per realizzarsi : amore disinteressato, dici giustamente, che è ascolto, accoglimento, riconoscimento, confronto (nel senso di poter stare l’uno a fronte dell’altro nel rispetto delle differenze): è solo questo che produce il calore di un vero abbraccio, non il fuoco della passione. Ma questo cara Cristina è il vero problema dei rapporti umani: il cosiddetto “amore” è troppo spesso contaminato da bisogni personali non metabolizzati da un “io” troppo piccolo per poter veramente “abbracciare” l’alterità, se non in risposta alle proprie necessità, spesso del tutto inconsce, e per questo caratterizzate dalla stessa obbligatorietà incontrollabile di un istinto, che nel perseguire il suo scopo passa sopra a ogni cosa.

Da circa due anni mi sono affacciata (un po’ titubante e sospettosa) sul web, ma devo dire che nel mondo “virtuale” non ho trovato nulla di diverso, quanto alle relazioni tra esseri umani, rispetto a quello che vedo nel mondo cosiddetto “reale”:  non si può essere in contatto con tutti, non si può stabilire con tutti quella sintonia che sentiamo solo con alcune persone (quelle che ben presto cessano di essere “avatar” e diventano presenze reali nella nostra vita) e soprattutto non si può partecipare a quello sconcertante balletto di “schieramenti occulti e discontinui”, in un ambito come quello (letterario) che frequentiamo, dove ci aspetteremmo assenza di quelle dinamiche di potere, rivalità, invidia, che caratterizzano, purtroppo (per loro!), la nostra vita ordinaria, non si può infine accettare una sorta di “gara” per stabilire non solo chi è più bravo, ma addirittura chi è poeta e chi no.  E senza nessuna attitudine reale all’ascolto, senza nessun sano atteggiamento di critica (costruttiva) quando se ne senta l’opportunità e la si proponga con un gesto di amicizia.

Sinceramente sono rimasta molto colpita dall’acrimonia e dalla frequenza con cui si parla (dis-traendo da cose più utili un sacco di energia) dei cosiddetti “poeti della domenica”, quasi fossero un pericolo:  ma a volte metterli in ridicolo, sottolinearne il dis-valore sembra servire semplicemente a magnificare il proprio valore, che nella realtà di oggi ha scarse probabilità di essere sancito dal successo in concorsi letterari o prestigiose pubblicazioni. Ho avuto anche l’occasione di assistere, profondamente disgustata, a un vero e proprio attacco (che considero “criminale” e imperdonabile) del tutto gratuito, volgare, violento e rabbioso contro la persona che era stata scelta come bersaglio, e che, tra l’altro, non solo a mio parere non era affatto un “poeta della domenica”. A volte, invece, il narcisismo patologico segue, nella sua ricerca di consenso, le vie della seduzione… e purtroppo fa presa, con esiti talora devastanti, su anime troppo sguarnite e ingenue. Una vecchia storia.

Scrivere o non scrivere…? sì, Cristina, continuare a scrivere e a dare parola a quello che altrimenti soffrirebbe il suo stesso silenzio… questa è poesia, questa è “therapeia”: mettersi al servizio dell’invisibile e dargli visibilità.

Proporsi o non proporsi in questa strana “casa” piena di finestre…? sì, Cristina, perché anche qui capita di affacciarsi e incontrare uno sguardo libero da finzioni o comunque disposto a incrociare il nostro, a entrare in dialogo e a farne motivo di scambio e di reciproco arricchimento personale, sul piano intellettuale e su quello affettivo.

Inutile dirti che sono felice di averti incontrata e conosciuta.

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Di rime balzane e interruzioni

 Elsinore - by criBo

Stavo scrivendo una poesia d’amore
quasi mi stavo commuovendo, quasi
se la tastiera non avesse riso
anzi no, sghignazzato
e non m’avesse indotto a stropicciare
un foglio virtuale al perfido cestino
forse è più conveniente
scrivere di silenzi e di respiri (ché da morti
si è certamente più eleganti)
e di note barocche o di mazzocchi
il dentro e il fuori arrotolare ad arte.

Stavo scrivendo languide carezze, quando
un guizzo alla nuca _un lieve scappellotto
e mi si è acceso un testo ? tasto
da ripiegare a uncino, forse un amo mimetico
inizio mascherato (il resto m’ancia)
a questo punto è inutile il prosieguo
le parole che allappano, i tapini bacidanotte
(ma che ti viene in mente?) mentre fuori
siedono in parlamento i malfattori i vecchi
ammanicati gli assassini _ferma, non cancellare_
gli omuncoli da quattro soldi d’anima
arringatori d’alvei pusillanimi, fiumi di feci
__che parole, signora, lei che il lutto
nemmeno le si addice, elettronica__

Così persi qualunque ispirazione e dell’amore mio
smisi di scrivere, misi da parte lune inseparabili
stagnole di cioccolatini (quando mai!)
stelle inabilitate a trascrizioni di…
eh no, che non si può tradurre il cuore.

                 

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Dell’ignota suadenza e del già detto

tra le onde - by criBo

 

l’ombra tracciata dalla meridiana
la non_ora disposta ad allungarsi
seguendo increspature liquide
assecondando il sole
in segni dove alloggiano domande
imprecisioni
sospetti di presenza
indefiniti vuoti dell’assenza

                 pescatrice di nebbia
mi definì il poeta _ed a ragione_
: appare il luogo della mia memoria
in un carteggio
tra me che vado scandagliando e me che annoto
sapendo che l’azzardo è sempre un’esca
_talvolta in acque torbide e profonde_

nella rete riemersa
anime di sirena e voci sparse

                      

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nel blog di M.A.M.

Ci scandisce la vita

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Invito all’incompiuto

castelli nel blu - by criBo

castelli nel blu – by criBo

                    

Vieni, ti mostro il mondo
un mondo che però non è lo stesso
che si possa vedere
girevole su un perno
illuminato dentro oscuro fuori

che tu conosca tempi di mimose
in stretta connessione rifiorire
nel corpo e nel pensiero
quando tentiamo di spiccare il volo
come uccelli di passo
complici d’abbandoni e di ritorni

ci camminano dentro i grandi amori
gli eventi che sembravano impossibili

ti mostro il mutamento
così che tu non possa mai sapere
dove finisci e dove ricominci
che tu non possa mai raccapezzarti
dislocandoti in ere ed in minuti
riconoscerti uno

e mentre ci perdiamo in ogni dire
tu che giochi col sorgere del sonno
io che mi arrendo alle mie mille vite
rinasciamo nel sole ogni mattino

e questo è il mondo

                           

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Su Neobar

http://neobar.wordpress.com/2011/11/01/cristina-bove-per-tutto-quellazzurro/

 

 

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Concedersi la sera

oltre la finestra - by criBo

una pausa dall’essere dismessi
ritrarsi a troppa luce _a fianco girasoli_
e portarsi sul retro di sé stessi
guardaspalle
per raccogliere gli ultimi barlumi
levigate accortezze: superfici perdenti
             e ancora il corpo tiene ____cederebbe
             se non fossero solo dei fantasmi
             di qua e di là dai vetri ad incontrarsi
un’allegria portata bene
malgrado il non conoscersi degli occhi
il fiato che s’attarda nella bocca
il cavo intiepidito delle mani
se si potesse impietosire il tempo!
            _solo parole avranno_   ogni speranza d’altro
            è già riposta. Una casa sprovvista degli arredi
            è una scatola fatta di visioni.
Darebbe volentieri una manciata d’anni
per un’ora di piena giovinezza
e per oltrepassare quel diaframma
ma resta solo una finestra aperta
            e fuori neve.

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Settima dimenticanza

impermanenza - by criBo

Ci voleva proni
fummo lesti a fuggire sulla terra
_mal ce ne incolse_
insieme agli ippopotami
superammo le acque (grandi e piccole
l’I Ching fu testimone al libro rosso)
e nei diagrammi ci stavamo stretti
pure ci confortammo  con il sesso

almeno ricordassi
se si trattò di feste tra le amebe
o precursori di cefalocordati

non ci lasciò spiragli
solamente frattaglie e per gradire
peli superflui dolori reumatici
ci concesse però d’alzarci sulle gambe
mica ci aveva fatti a palla
che a rotolarci l’avremmo scorto, il cielo
di tanto in tanto

e no, l’argilla non fu sufficiente
: dopo elefanti e balenottere
un grumo anzi due grumi insalivati
alito a conduzione temporale
cuore in affidamento provvisorio
denti
_ma guai a mangiare mele_

stiamo scontando i torsoli

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