Trina

acrilico su multistrato cartaceo (1989)

                     

era la sua metà che andava
senza precisa meta e che pareva
distoglierla dai fatti di giornata
da percorrenze stabilite
           una lampada al neon che non funziona
           ticchetta senza tregua
           nessuno che le aggiusti il batticuore
l’altra metà sorvola con la flemma
di chi non rischia nulla
se porta il cielo a spasso tra le stelle
e non sa come avviene
           s’incontrano talvolta
           l’una che dorme arresa sulla soglia
           l’altra che la sorveglia
la terza che ne scrive osserva e tace
vede piegarsi a strane curve il tempo
e mantenere le distanze
le brave pietre grigie della strada

 

        

 

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Accogliere l’inspiegabile*

riflesso lampada e viso  - by criBo

Una non-casa
di quelle poco appariscenti
_nessuno a reclamarne usucapione_
e quando venne a viverci era inverno
il fiato raggelava

sembrò che una finestra poco incline
ad essere finestra
facesse sfoggio d’intrattenimento
un che di blu nel limitare scene
di sette vite tra pitture e smalti

la scarsa luce pronunciava un nome
appena percettibile nell’aria
_qualcuno s’affacciava al parapetto_
sopra un cavalcavia
prendeva qualche stralcio d’irreale
ne tesseva una storia di non-vita
e sul finale
una risata misteriosa senza
la bocca da baciare

assolo non-assolo
dirne di cose inafferrabili, seguire
una recita a braccio

chi s’accontenta di sognare un gesto
e chi si scrolla intriso di realtà
_qualunque sia_

                  

*
“[…] A chi può procedere malgrado gli enigmi, si apre una via. Sottomettiti agli enigmi e a ciò che è assolutamente incomprensibile. Ci sono ponti da capogiro, sospesi su abissi di perenne profondità. Ma tu segui gli enigmi.[…]”
(Carl Gustav Jung – Il libro rosso -)

                     

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Dirottamenti

oltre le macerie - by criBo

Ci saremo incontrati in un natale estivo
sotto gli eucalipti
pioveva intorno incenso
intersecati dalle foglie oblunghe
imparavamo il bacio dei maori

o forse ci saremo addormentati
sotto le palme del sahel mangiando datteri
oppure…

Qui siamo lampade già fioche
in postazioni occidentali
dove passano gli uomini distinti
ventiquattrore sottobraccio
riscendono e risalgono ascensori
di punta ai grattacieli
nei deserti feroci delle strade

tuttavia resistiamo alle macerie
spicchiamo voli dalle sabbie mobili
e quando sarà polvere ogni cosa
da lontananze siderali
sapremo che la luce

                   

                      

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da MAM

Circolare est di Cristina Bove

strada

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Come un ombrello

ombrello e foresta pluviale - by criBo

                          

Come un ombrello nella foresta pluviale
o un portagioie tra la bigiotteria
una bolla d’ossigeno nell’aria
una cellula epatica nel corpo
un moscerino tutto solo al polo
che si crede padrone della terra

si accapigliano in tanti
a primeggiare in chiacchiere biliari
inacidire la parola e il senno

resta così difficile informare
la propria mente all’idiozia d’eterno
la fama appollaiata sulle lapidi

una commedia, un’opera, una musica
un’edificazione faraonica
un viaggio intergalattico
cosa appartiene all’anima? Che cosa
connette mente e polvere?

Mi sposto da una parte
dimentico il passare di giornate
l’intessere e il volere
non essere alcunché di conosciuto
ma solamente un numero
di chissà quale ignota matematica

        

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Disallusione

 nuvole pistacchio - by criBo

Prendere a pugni il cielo, quello
osannato dalle carinerie d’occhi spavaldi
o scartocciare ricci di castagne
nella boscaglia triste
lei che non può competere di luci
starsene chiusa nel già visto
appesantita
e del compiuto diventato sciatto
inutilmente prediletto
_si potrebbe annoiare anche la noia_

e non sapeva più
come si fosse aperto quel discorso
così   t o c c a n t e
da restarci impaniata
per sete d’impossibile licenza

alla se stessa questuante
un pomeriggio ardente la rincuori
prima che faccia sera

                

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Immaginarmi altrove

firmamento - by criBo

in trasparenze inesplorate
avvolta nell’ignoto
_niente più cose da annotare_
viva nei quanti
in suoni somiglianti e sconosciuti
in libertà totale di pensiero
forse
immersa nel continuum oltre la forma
che mi ricopre e mi sconfessa

di leggerezza estrema sia
ciò che di me s’appressa a quel mistero
il tempo, gli anni
sono soltanto scie
: aprirono sentieri tra le luci
nell’oscillare che
rendeva audaci mente e cuore

e tutto è pace in me
_non più rassegnazione ma coraggio_
il viaggio che intrapresi
vestì di compattezza un io finito
lo rese commovente nel suo dire
di conforto le braccia

ma l’armonia del firmamento chiama
a sinfonie divine
alla sintassi delle stelle
al sole oltre ogni sole.
 

                

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I corpi non s’incontrano al bar

ma i versi sì

da Mam

I corpi non s’incontrano al bar, di Cristina Bove

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Tradizioni crudeli

dal blog lunanuvola di Maria G. Di Rienzo

http://miglieruolo.wordpress.com/2013/06/25/tradizioni-crudeli/

 

……………

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Così reale da sembrare vero (o viceversa)

mano lampada e pc  - by criBo

Non calcolavo gli anni,  i mesi,
al massimo giornate ora per ora
e mi pareva prodigioso esistere

nel non avere tempo ho avuto il tempo
d’essere ancora donna
d’avere ancora una sembianza, e un cuore
che si faceva i fatti suoi ma poi
mi perdonava un battito di troppo.

_della paura di morire sarei morta_
se non avessi accolto quella mano
se non mi fosse stata porta

adesso dico alla me stessa in bianco
sulle scene di minimi riquadri
repliche così brevi
da sembrare faville
_sei la donna dell’attimo mancante_
sei la figura priva di sostanza
ma forse qualche gesto e una risata
_secondo la speranza_
sarà memoria scritta nella mente
di

            

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Tatuaggi

tempo (tecnica mista) - by criBo

                

C’era un ragazzo
che aveva voglia di fermare il mondo
e se n’andava scalzo
quel ragazzo da musica di strada
l’eco che attraversava le montagne
la luna che tingeva i marciapiedi.
Era un cigno selvatico
assetato di fiori di corallo
di mare nel bicchiere d’un bistrot

E c’era una ragazza
sopravvissuta alla sua lunga vita
nascosta sotto ombrelli traforati
che domandava a gesti
_ahimé, ahimè! chi ha visto la mia voce?_
Aveva un nome inciso in mezzo al petto
il nome del ragazzo
che scriveva di note e di spartiti
ma non sapeva leggere l’amore.

              

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Chez Mam

Le cose come rappresentazione 

 

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Che sia la vita scritta

(Dagli Inediti, 2011) su “la dimora del tempo sospeso”

(uscita- criBo)

 Non ho finestre normali, dalle mie
si vedono mosaici scomposti e ricomposti
frecce direzionali
solo che non è il vento ma le pulsazioni
dell’etere, lo scompiglio di frange
esistenziali (se mi sentisse il mio maestro
mi metterebbe alla lavagna a scrivere
tremila volte esistenziali)
ma tant’è, l’ho fatto

ho maestri severi io, mi rimandano a ottobre
che poi ci siamo quasi, se dicembre chissà…
e poi non ho imparato ancora i tempi
i luoghi e i fatti. Inutile discutere
::::::::::::::::::: girati, dice, e guarda
ti risulta che qualche santincielo ti protegga?

ahimé, di quel cenacolo so poco
io vivo già in maniera marginale
immersa in tanti miei silenzi
o versi che forse hanno sbagliato residenza

sono scritti sui vetri, a volte
nelle luci di un albero riflesso o nella messinscena
d’una stanza sommersa, capovolta
___________ prima di farsi amare, questi versi
scompigliano abitudini, disertano fornelli
trascinano con sé la poca voce
a dirsi piano.

                       

                         

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Sorgente

ali d'acqua -by criBo

 

chiara di chiare nuvole piangenti
necessaria parola
per non morire rastremate foglie
e dissetare almeno gli occhi
di quell’amore
che inabissa e tace

chiara di_chiara luce sulla terra
stille di baci piccoli e rotondi
sugli argini di sponde temporali
talvolta ama nascondersi per gioco
in rivoli amnesie
l’anima solitaria della fonte.

                     

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L’Arcagatto

per sorridere un po’
un raccontino di  qualche tempo fa

arcangatto

“Buongiorno a te – disse il gatto – sono l’arcangelo Gattriele”.
?
“Sono qui per annunciarti la prossima rottura dello scaldabagno”
“E che razza di annuncio sarebbe, questo?”
“Fossi in te non lo prenderei sottogamba.”
“Signor Arcangelogatto, potrebbe spiegarsi meglio?”
“Certo, ti sarebbe caduto sulla testa. Controlla pure, ma fai alla svelta”

Il boiler stava al suo posto, in alto, tra il soffitto e la vasca da bagno.
I ganci, alquanto fuori dal muro, stavano per cedere.
Il gatto osservava in tralice, alternativamente, le sue grinfie e me.
Lo guardai in cagnesco.
Si limitò ad arruffare pelo e ali.
“Allora?”
“Ho visto”
“Ti ho salvato la vita”
“Me ne sarei accorta”
“No, ti saresti immersa come al solito nell’acqua e…  paf, dopo due minuti ti sarebbe crollato addosso”
“Ok, mi hai salvato la vita”
“Mi devi qualcosa in cambio: devi dirlo in giro, voglio essere l’arcagatto più votato del Felidiso”
“È una richiesta stravagante, nessuno mi crederebbe mai”
“Basta che ci credano in tre. La prima  sei tu.  Dovresti tovarne ancora due,  ma che siano famosi! Hai tempo fino a mezzogiorno di domani”

Restai perplessa a riflettere e a chiedermi a chi potessi raccontare il tutto, ma scartavo velocemente conoscenti e amici.
Poi mi sovvenni di Quinto il matto, che era famoso eccome! Tutto il paese ne parlava.
Lo sorpresi davanti al recinto del pollaio, assorto al chiocciare delle galline.
“Ehi, Quintino, vieni qui che ti devo dire una cosa”
Si avvicinò dinoccolato esibendo il sorriso sdentato.
“Stamattina si è presentato un gatto a casa mia dicendo di essere l’arcangelo Gattriele”
“Ssì è venuto pure da me a chiudere il gass. Ha detto che sse non era per lui, morivo.  Gli ho sstretto pure la zampa per salutarlo! Però nesssuno mi crede”
“Be’ io ti credo”
“Ssei matta pure tu.”
E si allontanò ciondolando la testa.

Rimaneva da trovare il terzo.
“Ehi!”
Qualcuno mi chiamava, guardai in basso, era il gatto del custode.
“Io ci credo – disse – l’ho visto e sentito, ero sotto il letto”
“Però tu non sei famoso!”
“Dici? Chiedilo un po’ alle gatte del vicinato”
“Vabbe’, allora siamo in tre a credere alla sua esistenza, e così l’ho ricambiato”
“Adesso però devi cercare altri tre, anche non famosi, che credano che io ti abbia parlato”.

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Stanza come un teatro greco

mix opere di Walter Piretti

mix opere di Walter Piretti – by criBo

                         

Se per un giorno
uno soltanto che sono ancora bella ma non tanto
– ché le finestre specchiano il domani
in profezie di cedimenti –

se per un giorno
scrivessi a piuma d’oca le mie spalle quel tanto
da dirsene uno strano
settembre mai raggiunto

se per quel giorno
dovessi confessare un nome lancinante
usa ancora una maschera
ma sceglila che pianga nell’arena
come un dio disperato
un dio che muore

                 

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Da Mam

http://miglieruolo.wordpress.com/2013/06/13/sulla-rivista-illustrati-

e

Perdonami cielo di Cristina Bove

 

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Traduzione simultanea

l'orologio delle stagioni

                             

La scrivo, questa cosa-segno
definita parola
un cerchio stretto di signficanza
_ditemi voi se il sole è contenibile in due sillabe_
o se l’abisso della commozione
possa venire circoscritto

nemmeno un punto può segnare il punto

che me ne faccio dunque di quest’ansia
d’esprimere il mio centro
e il conseguente raggio
costola di ventaglio
in un intorno che non ha mai fine?

ah, se potessi pronunciare musica!

invidio chi si esprime in lingua melica
io che non so tradurre pentagrammi
m’accontento d’amarla, specialmente
quando mi fa morire
di quel non so
che mi sconvolge l’anima
e mi sconcentra per anelli in fuga
perpetua

                   

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Mantelli, gusci, rivestimenti chitinosi, scaglie ed altre amenità zoologiche

tronco troncato by criBo

              
Nei tempi che le bussole orientavano
capitani oltreoceano
fossero muti i pesci eccetto uno
lo storione, che pare blaterasse
mentre arrancando risaliva il fiume

le volpi in terraferma
rimbalzavano sotto i pergolati
e mai giungendo all’uva
sostenevano fosse ancora acerba

i ricci scarmigliati
d’acuminate sillabe
lanciavano parole
e nel frattempo
processionarie, anellidi, termìti
dissestano giardini e sottosuolo

si sta coi piedi sopra turbolenze
navigatori d’una terra ondosa
siamo soltanto di passaggio, eppure
ci crediamo stanziali
in cima al mondo

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Con la caparbietà della parola

vie di fuga by Cristina Bove

               
il mio malanno l’ho addomesticato
sceso dai giorni
l’ho riportato in strada

oltre la curva
gente che porta i piedi in processione
che salmodiando invoca
il dio delle grancasse e dei miracoli

_non resta che deviare_

la sacra voce che ci parla dentro
tra le macerie del dolore
si fa preghiera di misure umane
non l’umano concetto del divino

e nell’ascolto
quel senso d’ineffabile c’immensa

                  

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