le strade in cui ci siamo sparpagliati
e tante volte ritrovati e persi
tra vuoti e pieni: misure insufficienti a farci eterni
_l’altrove ha i suoi quadranti da scoprire_
il mito e la domenica a venire
le saghe degli eroi non hanno fine
mentre per noi
ch’è sempre la vigilia di partenza
ci sono avvertimenti sui confini
_non separate il cielo dalla terra_
tanto si arriva tutti a quel traguardo
straccioni o miliardari
e nell’attesa dissertiamo a vuoto
di valori celesti e trascendenti
dimenticando d’essere accerchiati
da tutti i mali dell’umanità
mosche cocchiere in groppa agli ippogrifi
galli e galline
in corsa per olimpi transitori
mentre finisce il mondo
Gente che s’alza ogni mattina
e va a timbrare giorni sempre uguali
gente che salva vite in ospedale
o che ci muore
gente che va per mare
pescatori di pesci e di tempeste
gente che annega prima d’arrivare
nella disperazione d’ogni porto
migranti o malfattori
gente che cresce figli in solitudine
che va al mercato all’ora di chiusura
vecchi che vivono di niente
_la pensione sociale è un’irrisione_
gente che si fa in quattro per campare
e quando è giunta l’ora di morire
non può nemmeno dispensare i cari
dalle spese dei propri funerali
gente che si conosce in ogni umano
che libero da culti e religioni affronta il mondo
senza officianti e senza mediatori
ciascuno consapevole ed ignaro
nella follia dei tanti
spaziando le parole
adattandole ai margini di pietra
_l’amore è un’ombra bidimensionale_
e mentre fuori il mondo
gravita come sempre
monologhi che sembrano dialoghi
fanno sparire l’interlocutore
_ci si ritrova incorniciati a vuoto
sulla parete d’una moltitudine
a parlare da soli_
Siamo già ritornati
da tutte le partenze
e delle case non sappiamo più
se sono i souvenirs
a tenerci in ostaggio
o se noi stessi
ci siamo imprigionati nel tran-tran
siamo romanzi senza lieto fine
accatastati nelle vie di polvere
sgualciti su ipotetici scaffali
insufficientemente vivi
per essere presenti
insufficientemente morti
per essere ammucchiati
tra gli assenti
forse non basta muoversi di lato
sguardarsi dagli specchi
_i volti nudi e i corpi_
per finire d’inverno
forse si muore solo per provare
come si nasce e si rinasce _vecchi_
Ha perso la sua falce nei dintorni
di casa mia, qualunque fosse
ne ha perdute a decine
penso che m’abbia presa a benvolere
se continua a tenere le distanze
dagli annessi e connessi
_le azioni di routine, casse comprese
e cappellini con velette nere_
sembrano diversivi
per guadagnare giorni ai calendari
e forse programmare scorciatoie
di fienagione nottetempo
magari le smarrisce di proposito
per rinnovare quelle arrugginite
e sta aspettando al parco
con una nuova luna, affilatissima
Sta cucinando un polpo
lei
sbucciando l’aglio ha dei pensieri striduli
_versi come ventose che si staccano_
il tappo è una risorsa medioevale
dicono i grandi chef
basta che cuocia a fuoco lento
e fatto raffreddare nel tegame
però non è plausibile
andare a farsi un giro
e ritornare dalle zone aperte
quando è finito il cielo e l’acqua non c’è più
versi defunti in pentola
carbonizzati insieme all’octopus
nei prati di lanterne
disseminate tra gli archi di pietra
o per abissi-mare
nottiluche in contrasto permanente
e tu rubi la stella che pensai
fissa nel cielo o infissa nel soffitto
spostandomi di fianco nella stanza
_mi fingevo parete ad acquerello
morta e risorta ad ogni pennellata_
non eri un tu
nemmeno un noi per sbaglio
s’era di sera a tingere finestre
perché l’inganno c’insegnasse il buio
o perlomeno un timido chiarore
quale varco per fughe temporali
_anime allo sbaraglio, ammutolite
scritte e disdette mille e mille volte _
mille che sa d’eterno: una non cifra
che s’espande e s’adatta
all’universo dei concetti astratti
_numero che non termina nei versi
ma s’immortala in infiniti zeri
Magari poi ci rivedremo là
_non so con precisione_
per dare un senso a tutta la distanza
fuori misure temporali
comunicando senza le parole
_anche questo non so con precisione_
ma faremo di noi cose speciali
tipo saltare da un pianeta all’altro
se avremo corpi senza densità
senza più nomi
o vesti a farci ancora prigionieri
ma se rifletto
non posso ipotizzare proprio niente
_paradisi ed inferni così umani
non li vorrei davvero_
quindi mi arrendo all’anima del mondo
al sogno di chi s’anima di noi
dei nostri brevi amori e dei dolori
dei tentativi di avvicinamento
e mai ci dice
dopo l’arrampicata a mani nude
le dita stanche lasciano la presa
ma invece di cadere
planiamo inversamente verso il cielo
sopraffatti da mezze verità
non ci appartiene la sapienza intera
__l’apparenza è dei minimi sistemi
i massimi risultano infiniti__
e dunque veleggiamo in espansione
dalle regioni ombrose a quelle chiare
sorpresi di far parte del mistero
Confido anche qui, a quei pochi amici che non frequentano facebook e che ogni tanto si affacciano a questa mia dimora di solitudine: è la malinconia che mi sbiadisce.
Mi sto perdendo nella polvere.
Assisto con grande stanchezza all’intermittenza di una mente: il mio compagno ha guizzi di memoria che lo restituiscono un attimo al presente, in una illusoria normalità che subito sparisce nelle pieghe della sua intontita abulia.
Dieci anni di cancellazioni: prima il suo volto, ne distolgo lo sguardo, è come se gli fosse stato sottratto e sostituito con una maschera dagli occhi inabissati tra palpebre e gonfiore, la bocca ride su quel che resta dei denti (la protesi non la mette mai) e in quel suo modo grottescamente infantile mi chiede l’attenzione.
Mi defilo, lo confesso. Non riesco ad accogliere questo sconosciuto ebete il più del tempo, lucido solo a sprazzi, quei pochi bastanti all’insostenibile alternarsi in me di sentimenti di pietà e disagio.
Il deterioramento della mente si accompagna a una devastante trasformazione fisica: è orribile assistere alla graduale sparizione di una persona che stento a ricordare giovane, quasi non appartenesse più alla vita trascorsa tanto a lungo insieme.
Non la vecchiaia, che già sottrae naturalmente forze e speranze, induce a revisioni della proprie aspettative, obbliga all’accettazione del proprio cambiamento fisico, e tuttavia è accettabile serenamente se l’intelletto assiste, se la voglia di conoscere e capire tiene desta l’attenzione su tutto quanto accade dentro e intorno a sé; nemmeno la malattia, che può indebolire il corpo e obbligare a difendersi. È la malattia della mente che uccide prima della morte.
Morire è conseguenza della vita, anzi la finalità ultima e ineludibile, e la più sicura via di fuga, ma la morte di chi è ancora vivo è straniante, porta al disconoscimento della persona, all’impossibilità di interagire se non in forma di doverosa assistenza.
Soltanto la tensione verso l’Armonia e la Bellezza può salvare, pur nella consapevolezza della disarmonia e del Male.
Potrebbe sembrare un volontario esilio (in effetti lo è) se ho la sensazione di vivere in una bolla, presente soltanto all’amore dei miei figli e delle loro famiglie, e alle preziose amicizie che mi sostengono sapendo che questo è il mio unico modo per sopravvivere.
Il pensiero è il reale rifugio in cui posso rintanarmi per resistere al continuo sdoppiamento tra cemento e tentativi di volo.
Il prossimo rifugio sarà tondo
avvolgerà come una bolla d’aria
il suo contorno
_nessun Pierrot sugli argini lunari_
segnalazioni assenti
nella sfera si finge di dormire
amplificati da visioni d’acqua
e il pesce rosso ha un nome che s’adatta
a superfici riflettenti
nell’indeterminato
fuori da cerchi e circhi
altra bellezza affiora in espansione
una bellezza incauta
che non s’arrende a spiegazioni logiche
e disambigua armoniche tonali
_l’ancia del vento riproduce suoni
innevicando stelle_
finiscono montagne e sabbie mobili
ma i cuori imprigionati nella terra
aspettano che il dio degli infiniti
finisca di soffiare
e buchi palloncini ed universi
Di lei resta uno spettro che s’aggira
in abiti di stretta clausura
__finì che c’era l’ultima occasione
per indossare un po’ di primavera__
una fantasma stanca
che dal display del mondo
ha cancellato tutte le visioni
della donna sorpresa ancora donna
e l’addormenta smemorata e bianca.
L’altra che sta nascosta nello specchio
nel tentativo di sfuggire ai clik
__gli amori di famiglia conservano memorie
di ruderi e disfatte__
si chiede quando finiranno i flash
e se potrà concedersi l’oblio d’essere un corpo
ora che tutta lei
vorrebbe essere solo il suo pensiero
Sospingo la parola
giù per le strade piatte delle regole
finché s’arresti alla metà del dire
mentre la mente va per fatti suoi
in atmosfere algide
_meglio ignorare il muscolo battente_
e stazionare nei vestiboli
diventa l’abitudine
di stanchi viaggiatori da sofà
e diciamolo pure
a cosa serve avere un’emozione
che t’improvvisi giovane
quando hanno spento già tutte le luci
e sei nel libro dei sopravvissuti?
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