Magari poi ci rivedremo là
_non so con precisione_
per dare un senso a tutta la distanza
fuori misure temporali
comunicando senza le parole
_anche questo non so con precisione_
ma faremo di noi cose speciali
tipo saltare da un pianeta all’altro
se avremo corpi senza densità
senza più nomi
o vesti a farci ancora prigionieri
ma se rifletto
non posso ipotizzare proprio niente
_paradisi ed inferni così umani
non li vorrei davvero_
quindi mi arrendo all’anima del mondo
al sogno di chi s’anima di noi
dei nostri brevi amori e dei dolori
dei tentativi di avvicinamento
e mai ci dice
dopo l’arrampicata a mani nude
le dita stanche lasciano la presa
ma invece di cadere
planiamo inversamente verso il cielo
sopraffatti da mezze verità
non ci appartiene la sapienza intera
__l’apparenza è dei minimi sistemi
i massimi risultano infiniti__
e dunque veleggiamo in espansione
dalle regioni ombrose a quelle chiare
sorpresi di far parte del mistero
Confido anche qui, a quei pochi amici che non frequentano facebook e che ogni tanto si affacciano a questa mia dimora di solitudine: è la malinconia che mi sbiadisce.
Mi sto perdendo nella polvere.
Assisto con grande stanchezza all’intermittenza di una mente: il mio compagno ha guizzi di memoria che lo restituiscono un attimo al presente, in una illusoria normalità che subito sparisce nelle pieghe della sua intontita abulia.
Dieci anni di cancellazioni: prima il suo volto, ne distolgo lo sguardo, è come se gli fosse stato sottratto e sostituito con una maschera dagli occhi inabissati tra palpebre e gonfiore, la bocca ride su quel che resta dei denti (la protesi non la mette mai) e in quel suo modo grottescamente infantile mi chiede l’attenzione.
Mi defilo, lo confesso. Non riesco ad accogliere questo sconosciuto ebete il più del tempo, lucido solo a sprazzi, quei pochi bastanti all’insostenibile alternarsi in me di sentimenti di pietà e disagio.
Il deterioramento della mente si accompagna a una devastante trasformazione fisica: è orribile assistere alla graduale sparizione di una persona che stento a ricordare giovane, quasi non appartenesse più alla vita trascorsa tanto a lungo insieme.
Non la vecchiaia, che già sottrae naturalmente forze e speranze, induce a revisioni della proprie aspettative, obbliga all’accettazione del proprio cambiamento fisico, e tuttavia è accettabile serenamente se l’intelletto assiste, se la voglia di conoscere e capire tiene desta l’attenzione su tutto quanto accade dentro e intorno a sé; nemmeno la malattia, che può indebolire il corpo e obbligare a difendersi. È la malattia della mente che uccide prima della morte.
Morire è conseguenza della vita, anzi la finalità ultima e ineludibile, e la più sicura via di fuga, ma la morte di chi è ancora vivo è straniante, porta al disconoscimento della persona, all’impossibilità di interagire se non in forma di doverosa assistenza.
Soltanto la tensione verso l’Armonia e la Bellezza può salvare, pur nella consapevolezza della disarmonia e del Male.
Potrebbe sembrare un volontario esilio (in effetti lo è) se ho la sensazione di vivere in una bolla, presente soltanto all’amore dei miei figli e delle loro famiglie, e alle preziose amicizie che mi sostengono sapendo che questo è il mio unico modo per sopravvivere.
Il pensiero è il reale rifugio in cui posso rintanarmi per resistere al continuo sdoppiamento tra cemento e tentativi di volo.
Il prossimo rifugio sarà tondo
avvolgerà come una bolla d’aria
il suo contorno
_nessun Pierrot sugli argini lunari_
segnalazioni assenti
nella sfera si finge di dormire
amplificati da visioni d’acqua
e il pesce rosso ha un nome che s’adatta
a superfici riflettenti
nell’indeterminato
fuori da cerchi e circhi
altra bellezza affiora in espansione
una bellezza incauta
che non s’arrende a spiegazioni logiche
e disambigua armoniche tonali
_l’ancia del vento riproduce suoni
innevicando stelle_
finiscono montagne e sabbie mobili
ma i cuori imprigionati nella terra
aspettano che il dio degli infiniti
finisca di soffiare
e buchi palloncini ed universi
Di lei resta uno spettro che s’aggira
in abiti di stretta clausura
__finì che c’era l’ultima occasione
per indossare un po’ di primavera__
una fantasma stanca
che dal display del mondo
ha cancellato tutte le visioni
della donna sorpresa ancora donna
e l’addormenta smemorata e bianca.
L’altra che sta nascosta nello specchio
nel tentativo di sfuggire ai clik
__gli amori di famiglia conservano memorie
di ruderi e disfatte__
si chiede quando finiranno i flash
e se potrà concedersi l’oblio d’essere un corpo
ora che tutta lei
vorrebbe essere solo il suo pensiero
Sospingo la parola
giù per le strade piatte delle regole
finché s’arresti alla metà del dire
mentre la mente va per fatti suoi
in atmosfere algide
_meglio ignorare il muscolo battente_
e stazionare nei vestiboli
diventa l’abitudine
di stanchi viaggiatori da sofà
e diciamolo pure
a cosa serve avere un’emozione
che t’improvvisi giovane
quando hanno spento già tutte le luci
e sei nel libro dei sopravvissuti?
aveva chiuso gli occhi e niente fiori
che dicessero cose da far male
_vieni che ti saluto oltre le ciglia_
l’Aria di Bach svolgeva il suo conforto
in larghe spire
da perdersi con tutte le giunture
tempie serrate tra le mani
_vedi che sporge il sole tra le dita_
in circolo le case fanno storie
d’intonaco invecchiato e muri afflitti
Per non sentirsi inutile
poteva stilizzarsi in qualche linea
un profilo senza nessun account
lasciando che si affili
fino a completa sparizione
_tracce non se ne avranno_
e spariranno insieme con gli amici
i suoni i volti i desideri implosi
e via morendo senza far rumore
Scivola in tondo
sull’ansa di una bolla
un solitario schizzo
che apparteneva al cielo
prima di liquefarsi nella pioggia
ha immagine d’un essere
disperso
un fantasma dell’acqua
senza aggettivazioni e connotati
che il vapore d’un attimo di sole
avvince con un guizzo
indi scompare
senza lasciare traccia
così sospesa al margine del mondo
asintoticamente
un solo sprazzo
punto d’incontro involontario
ed unico
fantasma anch’io
visibile soltanto per un attimo
Fossimo sabbia
granelli tutti dell’addio alla pietra
saremmo limite alla terra
depositari di carezze d’acqua
esposti al vento
ciascuno un sé di riva planetaria
siamo di sangue e linfa
soltanto per un po’
in passi alterni sulle gambe
in movimento sempre
anche se ci fermiamo
l’aria ci avvolge
la gravità trattiene dal volare
e siamo
esseri d’apparenza corporale
ologrammi trasmessi oltre le soglie
del quantuum temporale
sempre noi stessi e mai
dalle origini fossili
alla frammentazione in pixel
veicoli di quanti e cromosomi
geni geniali
immersi nella polvere degli avi
Sapeva anche ascoltare senza dar segno del pensiero indocile che suo malgrado tendeva ad affiorare. in notti dichiarate senza luogo sperando in un miracolo _uno di quelli piccoli_ che al posto dei vestiti significasse un nome l’indizio d’un…
Penso vicino e tutto s’allontana
e si fa sera sulle tazze sporche
lasciate nell’avello
era lavello _la mente va di suo
puntualizzando frasi impronunciate
con quelle adatte al luogo ed al bon ton_
tanto è lo stesso
la morte accoglie i corpi e le stoviglie
io resto
con una mezza verità placebo
fintanto che resiste l’ologramma
passando dal divano alla poltrona
col bagaglio d’un libro tra le mani
_prima però
recupero gli occhiali_
un gene con disturbi elicoidali
irresoluto per fusioni insolite
_ la volpe rossa nella luna bianca _
in equilibrio tra l’avere e avere
sostava nella pergola del cru
Da prestazioni in vista di rigetto
una giovenca prese le distanze
chiuse le stalle e recintò le vigne
il gene aspira all’immortalità
per strade piane
ha il guscio come l’uovo di Colombo:
rimane ritto per rottura inversa
sul fondo della propria vacuità
sale per vie traverse
in doppio avvitamento virtuale
sperando di raggiungere le alture
_celebrità da cromosomi doc_
per poter dire che
l’uva era acerba
conosce il serpeggiare della luce
l’ora inesatta della pietra
il raggio che sparisce nella sera
la morte di ogni notte
_il sonno è tregua_
e tutto il mondo è un sogno persistente
dal sognatore all’infinito
in assenza di sole un fiore giallo
fa giravolte su se stesso
_uomo di contorsioni e smarrimenti_
all’alba
l’emicrania balugina negli occhi
visioni intermittenti
donna di poca fede: casa e casa
datata nel cerchietto all’anulare
quasi erasa
ha bagliori soltanto e un sonno alterno
foriero di scompensi nevralgici
sibille alternative rimescolano il cielo
qualcuna è una fontana
di versi esposti al sole
ispirazioni da tovaglie a quadri
tazzina di caffè, la sigaretta
e una partita persa a tu per tu
malgrado l’asso nella metrica
un antisolonifico per l’anima
una prosa bagnata sulla fronte
allontanarsi da prosopopee
e traghettare le parole altrove
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