https://ancorapoesia.wordpress.com/2012/08/17/co_gitanti/
Traduzione e lettura di Anna Maria Curci
Durata
L’olivo dalla chioma d’argento mi somiglia
solo che esisterà ancora
quando delle mie ossa nemmeno la polvere
potrà nutrirne le radici.
E lo saprò
che il tempo di una vita
sia tralcio foglia o frullare di ali
è soltanto un momento, irripetibile.
Dauer
Der Olivenbaum mit silberner Krone sieht mir ähnlich,
nur wird er noch bestehen,
wenn von meinen Knochen nicht einmal der Staub
seine Wurzeln ernähren kann.
Und das werde ich wissen,
dass die Zeit eines Lebens,
sei es Ranke, sei es Blatt, sei es Flügelschwirren,
nichts anderes ist als ein unwiederbringlicher Augenblick.
Cristina Bove, da Attraversamenti verticali
Übersetzung ins Deutsche: Anna Maria Curci
il gioco di parole a fine danza
snocciolato nei versi come viene
ve l’assicuro _proprio come viene_
e non mi curo delle bacchettate
dell’accademia degli eletti
(ne ricevetti tante da bambina
da invermigliare i palmi)
invece mi è spontanea una capriola
dentro la testa
e mani tese per un girotondo
_ma quante belle figlie madama doré_
eh, sì, in effetti
anatre mandarine
mimetizzate tra le colocasie
ballano sulle note di Čajkovskij
al pari d’altri nobili lacustri
anatidi eleganti bianchi o neri
al lago
chi starnazzando e chi piroettando
si muore tutti infine
in un plié

Veniamo tutti noi dall’infinito
respirati dagli alberi e dai cieli
siamo la vita che dà vita al mondo
e siamo il mondo
inseparati nello stesso fiato
siamo la ricordanza delle stelle
_senza di noi chi le vedrebbe ancora_
perfino quelle estinte?
Ma forse è solo un mucchio di sciocchezze
scrivere qualche segno sulla carta
andare a capo
farmi qualche illusione di certezza
finché c’è vita _a parte la speranza_
c’è la raccolta dati: il rendiconto delle banche
a cui
della farfalla che
batte l’ala a Pechino
e provoca monsoni a Timbuctù
non gliene frega un frego
e mi rifletto addosso
piegando appena un po’ la testa
: cos’è sta roba sul divano? un corpo
dicono che sia mio
che se respira provoca
la nascita di un dio, la primavera,
il piatto dello chef
l’annientamento delle falde acquifere
il capriccio dei re
la morte di stilisti (il dolce del gabbare)
e giù di lì…
all’improvviso ho voglia di sparire
per risparmiare almeno
il prossimo giudizio universale
.
Qui
del continuo andare
configurazioni che ignoriamo se
oniriche o fiorite mutevolezze in grembo
antica vita _un suono di celesta la scandisce_
nei ricorrenti addii
dove ti sei fermato e quando hai smesso
d’essere l’arco rifiorente, il tralcio di reseda?
Il profumo di tutte quelle cose
che fanno rettilinei e vie traverse
per giungere spogliati di parole
oltre il significato _ vivi _ separati per caso_
ecco
mi fermo anch’io
ho giusto il tempo di tradirmi ancora

scrivere
è l’esatto contrario di _non scrivere_
un atto volontario e che sia chiaro:
non scrivere è possibile
solo se si può scrivere
e mi diffido io stessa dal trattare
formulari da tavola _periodica o da surf?_
chiede la tizia
una di quelle che mi vive a fianco
esperta d’elementi e vuoti d’aria
ma piccoli
più o meno onde bonsai
del resto essermi viva è stare dentro
continue interpunzioni temporali
numeri ed algoritmi
a pagaiare immersa in acque ripide
salvandomi da rapide e tsunami
poi tutte quante al vento, le parole
piegate da una parte come steli
sottili e orizzontali come linee
tendere all’invisibile
Ad ogni temporale
a vele aperte
vestiti del colore della pioggia
quando la notte è pallida di luna
una preghiera ci riporta al cielo
dipinti d’oltremare
noi che siamo soltanto
increspature d’acqua
nell’ondalunga che trascina via
ma quando la bufera s’allontana
_il sole ancora_
le incrinature
i raggi
di quel sasso graffito
toccassero le mani il finto marmo
del mio altare privato
avresti voglia di fuggire o
fare miracoli
ti perdono la prima
fuggirei io stessa da me stessa se
sapessi come.
Oscillo gioia d’esistere
o desistere
sono ridotta a fare il verso
cocorita di stanza
scabrosità da calcinacci e duro
rispondere con l’anima traversa
la grancassa nel paese dei sordi
può terminare il mondo in un boato
sconfessando memorie
d’ Eliot
in un lago tranquillo
le sirene
pubblicate tramite Luciano Nota
ne “La presenza di Èrato“
di tanto in tanto arriva qualche lettera
note di percorrenze impersonali
a volte inciampo in fortunose immagini
da oltrepassare simultaneamente
_e con sorpresa mi ritrovo intera _
incontri fuori dall’età ordinaria
un uomoprato
che sa di giochi e valichi sospesi
di tutti i voli rimandati
_intemperanze di riflessi_ il mare
racchiuso nella bocca
infiora voci di sopravvivenza
così lontano da
così vicino che
l’uomo non sa d’essere strada e varco
a me che sto avvistando già il traguardo
_aggiunge la memoria della terra
all’anima fantasma_

Per la strada passava un silenzio
che pareva persona
quasi l’avessi davanti muta
costante come un’ombra
proiettata soltanto un po’ distante
che poteva avere braccia ovviamente taciturne
ma danzanti nel procedere
________ sulle commessure di selci
e avanzi d’aria
lo fermai con le mani a croce
interrogai le parti sagomate di scuro
parallele al cuore
non scuoteva nemmeno la polvere
se avessi
fatto attenzione
avrei dovuto apprendere il suo dire
________ disegno sillabato in nerofumo
contenitore di mestizia
a saperlo, il silenzio
poteva essere tenuto buono
serbato per i giorni di schiamazzo
legato sui gradini di casa
perché stesse di guardia
alla parola
il soffio sul cristallo
evaso dalla bocca per
non emettere grido
ne proferisce il nome nel bicchiere
a porte chiuse si processa il dire
non quello dei poeti
quello delle cadute a corpo libero
senza una rete a protezione
da stelle acuminate nelle mani
da pleniluni discorsivi _aperti alle maree
come un’impronta d’anima
e nella cassarmonica del cuore
se d’un amore asfittico è destino
farsi respiro intermittente _emettere
una distanza dalle labbra al cielo
la lontananza in cui s’è perso l’uomo
quando mi trastullavo con le rime

Ai pie’ doleano i calli, e su la testa
un’emicrania da buttarsi via
così madonna usciva dalla festa
recriminando per la scortesia
giammai si passerebbe da una cesta
com’acqua che declivia, in dislalia
chiedea la dama con la voce mesta
la giusta cura d’un’anestesia
pria di marcire sotto un crisantemo:
visto ch’allor non v’era altra terrena
cura al dolor, nemmeno un monotremo
da farci combaciar la rima amena
(vuolsi così), ché l’attimo supremo
l’ebbe l’ornitorinco sulla scena.
settembre 2012

*Nel sogno mi toglievo gli occhi (nello stesso sogno mi svegliavo cercandoli a tentoni nel cassetto, mi parevano asciutti. Avevo dimenticato di immergerli nel contenitore delle lacrime). E mi chiedevo: com’è che ancora vedo?*
Magari stamattina parto
da questa casa di conferme
un corpo al proprio posto
il resto ancora tiene
– per quanto non si può sapere –
c’è sulla via ferrata uno sbuffare
dai finestrini al circostante
riempie di viaggi l’aria
il convoglio si adegua agli spartiti
decreta note di triangolo
un colpo secco
chiedersi
se nell’orchestrazione abbia importanza
la nota sopra il rigo
ecco
mi sento quel tinnito
*è tutto titolo
facciamo finta d’essere fuggiti
dalla casa dei padri _anche chi non l’ha avuto_
orfani prigionieri delle pietre e dei muschi
immotivati a trattenere immagini
nell’immanenza delle intercapedini
dove tirare il fiato
scriversi in alfabeti universali
quando l’amore ci vorrebbe _ma niente è sicuro_
e nomifoglie staccarsi dal bianco della carta
restarsene sui bordi ad oscillare
dirsi con voce d’albero il segreto
della sopravvivenza
e può accadere di scoprire un nido
di pensieri distopici _un parco giochi futuribile_
nella restante parte di un colore
che ci tinse le gote e le miserie
appesantì di veglia rimandata: il sonno venne
e fu liberazione
versi in transfert
Un'antologia permanente a cura di Sonia Caporossi
letteratura, filosofia, arte e critica globale
A Reader's Blog
sogna la vita, mentre la vivi, intatta. uno sguardo sul mondo, a cominciare da quello vissuto, per continuare con quello vissuto e sognato.
[è necessario che la poesia divenga un sintomo della realtà]
La poesia non ha rimandi . La consapevolezza d'essere poeta è la stessa spontanea parola che Erode. Stermino io stesso il verso.
mariga de sos pensamentus
Impara l'arte e NON metterla da parte.