
lungo un fiume di sassi
che ci trasporta a foce
noi di sbieco
aggrappati alle voci
distanziati
eppure luci d’una stessa stella
caduta e frammentata sulla terra
il tempo non ci coniuga al futuro
e nel presente
siamo la fuga che si fa parola

lungo un fiume di sassi
che ci trasporta a foce
noi di sbieco
aggrappati alle voci
distanziati
eppure luci d’una stessa stella
caduta e frammentata sulla terra
il tempo non ci coniuga al futuro
e nel presente
siamo la fuga che si fa parola
Vengo distribuita in molti versi
intendo direzioni
e mi divento inafferrabile
da qualche parte ride un io di fiori piccoli
forse un violino che sparpaglia note
in fondo al letto, là dove non trovo i piedi
e chi sarò da ricavarmi umana?
Ho ancora gli occhi, oppure no, sono soltanto tracce
cosiddette essenziali
ora divelte dalle storie _le voci anche_
un senza oggetto
alcun soggetto
il noi mi fa sparire e riapparire
in punti imprecisati della stanza
ah, la follia! dice la particella sporta
dal centro della fronte
il braccio s’è disteso a dismisura
l’ho perso _ anzi l’abbiamo perso_ noi
esonerati dall’essere compatti
fossimo pane in briciole
per fantasmi di gheppi (ritornano?)
farò, faremo, chi?
Che malditesta! Ecco, sto ritornando.
Signori abitatori di codeste stanze, vi sollevo
dal compito
la vigilanza impone un veloce ripristino
purtroppo
si comincia coll’essere incastrati
un corpo-bara (siamo tutti morti)
la pazza me s’infrange…
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Pubblicato il mercoledì, 4 novembre 2015 di cristina bove

Quando il corpo
diventa sfumatura
e non si percepisce stabile
quando sconnesso dagli oggetti
si fa nebbia
si diradano i gesti
si distanziano i fatti
gli amori i lutti le peripezie
nel sonno delle cose andate
la vita è come un sogno
che si vorrebbe ricordare, ma
si tenta invano di afferrarlo all’alba
e l’io pensante
è uno stupore fibrillante acuto
che tracima dagli occhi
scriveranno di noi
ch’eravamo selvaggi
abbattemmo foreste
assassinammo uomini e animali
soffocammo di scorie monti e oceani
perforammo la terra e l’atmosfera
ch’erano in tanti a disinteressarsi
dello stato reale delle cose
imperversando con le chat
appiccicati ai cellulari
come patelle a scogli
diranno che
vivevamo da schiavi consenzienti
intrappolati nelle seduzioni
a fare acquisti a diventare belli
ad agognare un attimo di fama
racconteranno che la storia
si ripeteva a oltranza tale e quale
dai faraoni agli ultimi regnanti
e i popoli asserviti rinunciatari ignavi.
I combattenti
finiti tutti nelle fosse.
Chissà se avranno un po’ di compassione
per chi visse bramando un mondo giusto
senza vederlo mai

Come l’acqua
che si conforma al cerchio del cemento
si sta nel girotondo degli eventi
avanza il freddo
il cielo è un tondo fisso in cima al mondo
emergere e restare in superficie
placa la discrepanza
tra la melma del fondo e le galassie
siamo nel mentre
un punto fermo nell’oscurità
con un raggio di sole che ci adocchia

il corpo
come un vestito sulla gruccia
cade
spoglia dimestichezze
abitua alla vertigine del senza
nullifica ricerche nell’armadio
un pensiero anestetico
esenta da sgradevoli riflessi
ignora l’affiorare delle ossa
relega l’imballaggio
nel limbo dei drappeggi
soltanto nei ritratti
dissimulato con i chiaroscuri
inganna l’occhio
emerge dalla tela
ma
sotto le velature dei colori
niente

di nascosto
da quella me tergiversante
che mi gabbava con romanticismi
_scrisse perfino di gabbiani e amori_
m’incontro coi poeti del disordine
quelli dei fiori morti e giorni dispari
prendo distanza
dai qualunquismi del dolore
dalle lamentazioni mie ed altrui
dalle epopee di eroi crepuscolari
scritte su pagine di sabbia
siamo fugaci apparizioni
fuochi di paglia apparsi per un attimo
e subito scomparsi
in una pandemia d’assuefazione

vennero e se ne andarono
soccorritori in abito arancione
portarono altra sabbia nel deserto
il disorientamento dei relitti
al vecchio geco senza più ventose
a me l’incaglio in pensieri d’ovatta
dov’ero
quando mi colse la memoria
di quelle cose frivole
che si potevano dipingere a tratteggi
piumaggi e cappellini
barattoli di spezie da cucina
e salti facili
come bere dell’acqua?
Per amore di chi (lo sanno bene)
mi adatto a questa me di sussistenza
e scrivo della vita
in lettere che fanno mongolfiera
facendomi sperare ancora incolume
in un prossimo e soffice accielaggio

grigio
così è il dolore quando si resiste
racchiusi in una bolla
_e non è fuori che imperversa il caos_
dentro si sta sospesi
alluvionati
un profilo e nient’altro
al traboccare delle assuefazioni
piegati alle angherie della coscienza
ci si rivolge a un dio dai mille nomi
pur sapendo
che non darà risposta
ci vorrebbe una grande compassione
per un’analgesia efficace
una pacata dissolvenza
e non uno tsunami
a deflagrare in cuori arresi

Avenue de la Liberté, nombre 14
poco distante dalla sinagoga
era lì che attendevo, nell’abito di seta
tagliato da un autentico kimono
un costume di scena tra le robe
del teatro in disuso.
L’Istituto Culturale Italiano
apriva le sue sale alle mie tele.
Ventitreenne giovane pittrice
esordiva il dépliant,
promettente dicevano gli inviti e
il Direttore amico degli artisti.
Stringevo mani, dispensavo sorrisi
l’emozione mi arrochiva la voce.
Il libro aperto sopra la consolle, in attesa
di firme
ed ecco nomi, e segni d’entusiasmo
l’augurio dell’amico tunisino
già pittore famoso
ed io confusa
col mio bambino in braccio
e un altro che aspettavo…
Fu così che li scelsi.
Rifiutai quell’invito: La “galerie des…”
(dimenticai nel mentre)
e poi ci fu la cura degli amori.

per mio figlio Giona
Non ci sentiamo
per non ridire ciò che già sappiamo
e d’altri accadimenti inflazionati
perpetuare il ricordo
“l’amore che ci è dato
non sempre è come lo vorremmo, ma
è pur sempre amore”
disse il poeta
_di quel bene bisogna essere grati_
anche tacendo
non sono avvezza alle lamentazioni
con le mie foglie bianche mi allontano
foglie “noli me tangere”
pudicamente chine sui dolori
_non tanto quelli fisici_
ma quelli del distacco
l’amore non si insegna
né lo si può pretendere
si può dare soltanto
e quando si fa spina la tua assenza
te lo mando
con un abbraccio virtuale
anche se non lo sai

ancora ci sarebbe
da consegnare fogli scritti a mano
i documenti delle cause perse
mentre la vita mi agguantava ed io
mi battevo col granchio
vinsi
mi oltrepassai
e giunsi qui col tempo sulle spalle
le sottrazioni furono acquisite
depositate in ordine di addii
errori ed omissioni annessi
mi diedero tagliandi
da spendere se stavo per morire
e ancora vissi
nei giorni avuti in concessione
forse qualcosa scrissi
qualcosa anche dipinsi
ma
di verbi inconiugati
d’instabili scintille
non ci sarà memoria

avevo chiuso gli occhi e niente fiori
che dicessero cose da far male
_vieni che ti saluto oltre le ciglia_
l’Aria di Bach svolgeva larghe spire
attraversava tutte le giunture
epifania di sole tra le dita
in circolo le case fanno storie
d’intonaco invecchiato ed altre morti
inalate da polveri sottili
potevo stilizzarmi in qualche linea
un profilo datato
senza nessuno account
ma lascio che si usurino le immagini
fino alla sparizione
_tracce non se ne avranno_
svaniranno gli amici
i suoni della strada, i volti noti
le mille cose dette o sottaciute
e via morendo…
i fatti
dilegueranno senza far rumore

Siamo alla frutta
disse al gelso il bruco
_o quel che ne restava_
intanto che forava la matassa
ma dal groviglio a seta persa
sbucava stropicciata una farfalla
_mors tua vita mea_
latinizzò alla spoglia
meglio volare un solo giorno
che esistere per anni
tessuta in uno scialle
Battezzare una falla
di navemadre ferma in darsena
squarcio da cui pescare il cielo
caduto in mare prima del naufragio
ci perdonino i figli
la perdita di bussole
le imprese non portate a compimento
i miraggi condussero lontano
le tempeste spogliarono progetti
perdemmo alberi e vele
ci ritrovammo persi tra relitti
si nasce in strade liquide
si naviga a soggetto
fino all’estrema collisione
e nei frangenti le cartografie
salvate da salsedine di pianti
un lascito di porti da scoprire
ai discendenti

nell’alternanza della percezione
distanziamento dalle cose tutte
dal vuoto che mantiene posti liberi
_la natura e i suoi amori ineludibili_
mi manco
dalla porta di casa al supermarket
dietro la mascherina la mia assenza
è cosa manifesta
posso andare
recitando a memoria qualche frase
di residua apparenza
se un pomodoro avesse la parola
direbbe della vita la sostanza
meglio di me
che sono una passata andata a male
prossima alla scadenza
Dal bozzolo alla notte
nell’ illusorio volo
la breve libertà del sognatore
il tempolampo di degustazione
il nettare l’inebria e non s’accorge
che quella luce effimera tradisce
e una lusinga d’ali
è l’obolo pagato con la vita
al giustiziere della fiamma

profili controcielo
riti di luna piena sui gradini
portano chiavi di decrittazione
un consulto di spettri
revisiona la mia sostanza oscura
l’impalcatura d’ossa che sorregge
solfeggi d’una musica distorta
ghirigori di vento sulla bocca
questa sono
che sta di casa sotto i cornicioni
perché sui tetti il sole
illuminando tegole e camini
svela la morte della notte
i suoi segreti
che la mia mente non sa fronteggiare
versi in transfert
Un'antologia permanente a cura di Sonia Caporossi
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