Il varco tra pensiero e corpo
la zona franca aperta sulla tela
/ ci si passa disposti di traverso /
onde o corpuscoli
oltre le direttive degli squarci
ci si racconta nudi e mercuriali
microscopiche sfere inafferrabili
e non potersi veramente scindere
_il male ci dispensa dall’amalgama_
fuori da giorni stretti, fuori da nomi e fatti
sul filo del rasoio
monadi nei macelli senza scampo
enti divisi nello stesso istante
ciascuno il proprio vivere al risparmio
_l’amore è un ballo in maschera_
una pietà inservibile
alla necessità di rassegnarsi
e un punto chiude
la resa matematica e il confine.
E vivo al posto suo
da quella notte del trentuno agosto
che lei precipitò dalla ringhiera
e poi si addormentò sul marciapiede
io me ne andai
lasciandola sul posto__ e venni al mondo
pagandomi l’accesso dal balcone
Però le ho sempre raccontato tutto
e lei non ha mai smesso di volare
__non si ricorda d’essere atterrata__
: sogna di me piombata sull’asfalto
sagoma disegnata con il gesso
e nel suo sogno lei si crede viva
ed io nel mio fingo d’essere morta
diventeremo una
quando saremo entrambe risvegliate
e con un solo battito di ali
riprenderemo il viaggio di ritorno
vagabondi fuori dalle gimcane
o dentro_____ fate voi
ché tanto nulla cambia
moltiplicarsi infine era un dettaglio
divino o un diktat
anche su questo fate voi
l’arca non ci stupiva più di tanto
eravamo zavorra da padroni
dentro c’erano tutti gli animali
noi restavamo appesi alle fiancate
razza di marinai da terraferma
vivipari da sbarco_____o da sballo
cellule in soprannumero si possono
definire tumori
infondati
o
per questo ad ogni replica
si accorceranno i mitocondri
_un braccio che si abbrevia e si fa morte_
emmenomale!
Che vivere immortali
esposti al vaglio degli inquisitori
solo a pensarlo è un infinito orrore
benedetta sia quindi la cesura
il taglio netto
e buonanotte al secchio
e ai clonatori.
l’edera ha un suono tra le foglie
un suono che s’inerpica sui muri
e sul terrazzo d’improvviso appare
una donna scolpita in lapislazzuli
il blu trafitto da scintille d’oro
come fosse intagliata nella notte
ha uno sguardo che luccica
dice che sente sempre quella musica
_danze polovesiane_
e ride con la bocca falceluna
ride di me fantasma stralunata
e come può la pietra essere viva
farsi leggera nuvola?
Evoca un sogno ch’era la mia vita
_non so come lo so_
sono quell’elfo e me, siamo chi pensa
e chi è pensato
la musica è il segreto matematico
che genera dall’atomo al pensiero
il verbo_ dio
che ci pronuncia in ogni nostra forma
e in ogni fantasia dell’universo
Scrive
degli anni scivolati come pioggia sui vetri
senza lasciare traccia d’un vissuto
per quanto intermittente
_lei ci metteva il cuore_
ma non rivelerà niente che lui non sappia
come non saprà mai quanto sia valso
assecondare impulsi d’un momento.
Si può passare dal taciuto dire
al fragoroso vuoto del presente.
In fondo, poi, che si sappia e si dica
non è così importante, e quindi lei
nessun indizio lascerà
di questa storia ch’è soltanto sua.
Il vecchio attore ripeterà la scena tante volte
con la solita cera e il riso in tasca.
Lettere come questa
si scrivono ch’è prossimo il traguardo
da chi s’accinge a scendere dal treno
a chi prosegue il viaggio
_lui non s’affaccerà dal finestrino
nemmeno a farle un cenno di saluto_
lei si allontanerà da ombre e luci
se ne starà quieta a progettare
un volo senza scaloper lontane galassie
gli orchestratori delle vie fluviali
eseguono tempeste di sconcerto
canoni inversi in rifrazioni d’acqua
e non si può parlare
ci si muore
sapendosi indifesi per stanchezza
chi si è rinchiuso dentro il corpo
fantasma di se stesso
(dei suoi mali cercati e assecondati)
in questo limbo in cui
non ci si accorge che le sue pretese
sono peggiori delle sue bravate
per l‘ennesima volta
passa in secondo piano la mia morte
ed io non so più stare in questa vita
facendo da custode
a chi ritiene d’essere rinchiuso
mentre mi tiene prigioniera.
o c’erano
che le inferriate alle finestre
facevano passare i cacciatori
li sentivi arrivare
sarebbero riusciti a farsi piatti
tanto da scivolare sotto i muri
e venire a svernare nel recinto
della tua vita breve
c’erano i succhiatori accreditati
apprendisti filosofi
aspiranti ladroni
freschi di doccia e profumati dove ci sistemiamo qui nella stanza dei colori o dove si mimetizzano gli affanni con le livreee dei servitori?
C’erano cavità da raccontare
inadeguate ai vivi e per i morti
traversate strategiche
in diafanoscopie dense di cielo
Il rischio di venire ai ferri corti
in sala eventi viene addestrato il personale
è conseguenza di una vita a tagli
un sistema-paziente di lampade scialitiche
che ti scompone in luci senza ombre
un numero per nome
se non s’apprende il sonno
si può restare svegli guardandosi dall’alto
un corpo estraneo
che appartiene alle lame agli aghi ai fili
ed alle mani del ricamatore
sei la tua mente fuori tempo
il pensiero sovrano un sole fisso
che ti consegna alla malinconia
di sapersi distante
di constatare d’essere e non essere
contemporaneaMente
in una galleria d’autoritratti
attraversati da letture oblique
a continua scomparsa
chi s’incammina lungo la sua storia
vede con gli occhi chiusi e guarda indietro
:sembra lo stesso nel passarsi accanto
ma va perdendo tratti ad ogni svolta
impermanenza delle pennellate
un doriangray che invece d’invecchiare
si deframmenta come un quadro astratto
tuttavia non s’arrende il declinante
e nel rimescolare segni e date
accorda ancora tempo al suo restauro
magari basterà solo un capello
per confermarne l’esistenza con
la firma apposta in codice genoma
Così come il nulla, che non può essere concettualizzato se non in relazione al tutto.
È assente qualcosa o qualcuno di cui si ha contezza e che risulta attualmente inaccessibile alle nostre percezioni psicofisiche. Nel concreto, l’assenza è asseribile perché è la proiezione mentale di ciò che è pensabile anche se non sperimentabile nell’immanenza. Ma quando avvertiamo il senso di vuoto, quando urge il desiderio di uno stato beatifico, da dove proviene la certezza che questo stato esista?
Quando ipotizziamo una condizione altra da quella immediata sensoriale, a quale stato ci riferiamo? Come possiamo averne l’idea? E perché ne serbiamo una costante nostalgia?
Dal momento che ci riferiamo all’assenza come non presenza, una persona è assente quando potrebbe essere con noi ma non c’è, tuttavia è raggiungibile con altri mezzi, telefono, video, corrispondenza epistolare.
Quando una persona muore si è consapevoli della sua assenza, ma solo come privazione fisica, perché la sua presenza persiste nella memoria.
Ed è probabilmente dal desiderio di una continuità percettiva che nascono tutte le congetture di dimensioni metafisiche, di altri stati dell’essere e relative infinità di ipotesi.
Restando sul piano in cui sperimentiamo l’esistenza, possiamo solo dedurre che l’assenza è veramente tale quanto più scarseggia di riferimenti all’oggetto. Mentre l’assenza perfetta è paragonabile al nulla, al vuoto, alla dimenticanza totale.
Nello sperimentare il senso dell’assenza, evochiamo il suo contrario, la presenza.
Questo ci porta paradossalmente a crearne l’idea, il sostituto, l’ombra. Che s’impone facendoci provare il dolore della privazione.
Quindi ci sorprendiamo a pensare con maggiore intensità all’assente, a volte in maniera così struggente da renderci estremamente vulnerabili.
Oppure si tenta di configurarla nell’arte, ed ecco che si dipinge, si compone musica, si scrivono versi, presi dal ricordo.
E allora viene da chiedersi se l’Assenza, infine, non sia la prova della Presenza.
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