Nuovo idioma

galassia - by criBo

Magari a segni mimerò
questa che può sembrare poesia
ma non lo è
ci vuole un nuovo tipo di scrittura
su fogli trasparenti e pagine disposte in altro modo
frasi di sole spaziature
perché la lingua è un limite per l’anima
e la polisemia un falso pieno

scrivere sguardi
il trasporto dei gesti
il movimento appena percettibile
che mette un punto al centro anziché a fine
un punto che riassume oltre lo stacco
le infinite sospese interpunzioni
il pensiero diacritico

magari scrivo versi in onde elettriche
traccio diagrammi e scie
nessuno a definirle poesie: bastante il cielo
a coglierne il non detto e il non firmato
poi forse quell’immenso che non so
m’insegnerà la lingua siderale
e basterà spogliarmi d’ogni frase
per dire esisto _senza un alfabeto_

 

 

 

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Contestualmente soli

la costruzione dell'effimero wp - by criBo

La vita è un continuo voltare pagina, su ciò che è stato fatto, detto, creduto.
Lo smarrimento di sé stessi è il vero motivo dell’alienazione degli esseri umani, il non potersi collocare nella stabilità se non dimenticando di consistere in forme vacillanti e mutevoli.

Tentiamo di afferrarci alle molteplici manifestazioni di “io”. In realtà siamo l’idea del sé, una rappresentazione che supponiamo univoca per la personale salvezza, costruita nel tempo, fatta di acquisizioni e perdite, incostante, senza alcuna certezza. Il corpo che riveste questi “io” ci rappresenta mentre ci nasconde.

Siamo estranei a noi stessi, dentro di noi accadono miliardi di nascite e morti, incalcolabili flussi energetici che trasformano ogni cellula della materia di cui sono fatti i nostri involucri-corpi. Eppure non possiamo che rapportarci ciascuno alla propria fideistica realtà rappresentativa, distanti innanzitutto da noi stessi, prima che dagli altri.
Lontani dalla superficie della nostra pelle, affondati nell’isolamento della nostra forma, prigionieri di un mistero che non si svela e non ci svela.

Formiamo comunità, paesi, nazioni, l’intero mondo, tuttavia ciascuno è solo, abbandonato alla propria inconsistenza e fine. La paura che ne deriva spinge all’aggregazione, nel bene e nel male, fa nascere la necessità di rapportarsi: l’io, senza altri che l’io, non avrebbe nulla da ricordare, nulla da dimenticare: sperimenterebbe se stesso come continua morte.

Costruire capanne o progettare grattacieli, fondare accademie o cosche mafiose, creare strumenti di tortura o eccelse forme d’arte, nel profondo di noi stessi sappiamo che qualsiasi appartenenza è transitoria, e non ci salva dalla solitudine, né ci rende immortali.

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Luogo a recedere

luogo a recedere - by criBo

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imPercezioni

stalattiti - by criBo

_Era l‘antica nenia a darle nome_
e disse in quel sostare
trasparenze di me da farmi trasalire.
Senza contorni in un sospeso amniotico
nella concavità dell’universo
andammo e fummo anfibie
prima d’essere donne

ho questo che mi assenta
: l’essermi persa in una sola vita
e lei ricorda.
Turchine anche le voci
risuonavano i passi sul soffitto
nei corridoi dell’estasi bambina
percorsi a testa in giù

adesso ha sparpagliato un blu cobalto
l’ha punteggiato di malinconia
_Guarda anche tu_   ripete
come se avere gli occhi
bastasse a far vedere spazi vuoti
e avere orecchi a udire il contropianto
d’un suono di celesta

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Fuga da un divano

presenze e riflessi -  by criBo

per una strada parallela ai giorni
una strada di penna e di colori
dove lo spaziotempo è una barriera
a chi si pone nella dirittura
di nonritorno
_asintotico verso all’infinito_
desiderio di volo e d’altri mondi
quelli sì, paralleli.
e ricapitolare le distanze
dagli atomi al pensiero

la bellezza concessa e la parola
la percezione misteriosa d’altro
_ogni misura è un artificio umano_
suggeriscono mille direzioni
: non si scorgono frecce né segnali
e spesso piove

procedo in uno stallo paradosso
mostrando in uno dei miei tanti volti
l’umano ch’è un murale estrapolato
dalla facciata dell’eternità
_un pellegrino evaso dai braccioli_

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Sopra le proprie spalle

luminosita 1 -by criBo

il mondo che so amare è sui balconi
impaginato ad arte: un affaccio da silo
quanta più altezza ne distanzia
ringhiere divisorie
starsene in sospensione
sulle rampe che portano alla luna
e in ore inopportune bere the

Falsi riguardi non
s’addicono a chi vive d’insostanza
non programmando pane né patate
né le cadute a fine verso ché
non conoscevo che la poesia scolastica
carente in verità
non ho gli anni canonici di studio
non sono titolata (o sottotitolata)

cose da grandi guardano dal sommo
_non si distingue il culmine di torre_
falsamente bonaria concessione
in un deserto attraversato su
me stessa
riconobbi un idioma
era parlato dagli scalatori
e sui pioli piede dopo piede
lasciava le mie impronte (delebili)

mi scuote più di fasciature estese
il piccolo cerotto sulla schiena
_toglierò prima o poi_
o taglierò lo scheletro ribelle.
Serve ch’io mi sottragga alle passioni
che mi sparecchi in fretta ed in sordina
e quasi rinunciare a respirare.

Ma sono viva e
mi riferisco al giovane studioso
che guarda ma non legge ciò che scrivo
ché non so barattare la mia poesia
in cambio d’un assenso
_sono la preistoria di me stessa e non mi dolgo
di non avere titoli al riguardo
né le physique du rôle

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Rarefazione

riflesso-lampada-e-viso-by-cribo

Quando il corpo
diventa sfumatura
e non si percepisce stabile
quando sconnesso dagli oggetti
si fa nebbia
si diradano i gesti
si distanziano i fatti
gli amori i lutti le peripezie

nel sonno delle cose andate
la vita è come un sogno
che si vorrebbe ricordare, ma
si tenta invano di afferrarlo all’alba

e l’io pensante
è uno stupore fibrillante acuto
che tracima dagli occhi

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Strategie dell’esilio

Acqua wp - by criBo

Incolonnare l’ansia
in repliche tendenti all’insoluto
_carte da salvagente senza mare_
a vigilare il sonno e la ragione
quando non si ha da dire
soltanto semi da rimescolare
          nessun profeta in patria
          né un apprendista santo
          né una madonna nera
          nell’oro d’un’icona bizantina.
          In cornici barocche
          quadri che si sdipingono da soli.
Riposano avventure in un sabot
vicende navigate con passione
sono pagine stanche.
E traversate in solitaria
finiscono sul tavolo da gioco
in calma piatta

 

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Quartine dernier cri

 

senza paradiso - by crBo

Logoro alle caviglie
l’abito mostra date di scadenza
percorre l’arenile senza impronte
_soltanto scie di vento sulla sabbia_

Il curriculum vitae
non più da presentare
dimenticarlo chiuso in un cassetto
_era un soffio di vita sulle braci_

nell’atelier sprovvisto di memoria
nessuna griffe è scritta sulla pietra
s’indossano vestiti in trasparenza
_bordati d’aria ricamata a giorno_

 

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Anestesia per l’anima

Ci sono pensieri che non possono essere espressi perché nascono da una scissione profonda del sé, pensieri che subito svaniscono e altri che s’incistano nella mente per giorni, assillanti.
Quando si è in uno stato d’inerzia obbligata, si fanno più pressanti e spesso sfociano in evocazioni spiacevoli: i ricordi irrompono con drammatica lucidità, tornano dal passato senza censure e sotterfugi. Non si può sfuggire ad essi.
Per trarsi dall’angoscia ci si abbandona a una sorta di catatonia che tutto fa assopire, quasi scomparire.
Ciò che circonda il proprio esserci ha connotati rarefatti, a volte si è soltanto una fitta dolorosa, a volte un respiro che asseconda il sollievo. Si è così fragili nella volontà di resistere, sorpresi di non trovare altri appigli nella propria nuda precarietà.
“Essere o non essere” è un impreciso dilemma: la scelta è illusoria, in realtà non si pone, ci si adegua secondo le motivazioni più pressanti. Il sé non appartiene più soltanto alla persona, ma si dirama in molte direzioni, più o meno vincolanti, e in voci che trattengono. Andare e restare contemporaneamente, assentarsi pur essendo presenti, interagire nella quotidianità pur sentendosi assenti.
Si può vivere tutta la vita con una catena invisibile al piede, se ne avverte l’impaccio, tuttavia si procede come se non ci fosse, si arranca, ci si sforza perché non se ne avvedano gli altri, e ad ogni giorno concluso si mette il segnalibro della propria fatica. Se ci si risveglierà domani, sarà come riprendere a leggersi, in un romanzo che si scrive da solo.

“…quanto silenzio ancora da svelare
intorno all’illusione
di questa voglia insana di mostrare
la cosa che nascondi
la cosa che non c’è : morire”
Così scrive Luciana Riommi, ed è illuminante nel suo poetico dire.

La cosa che non c’è fin quando ci siamo noi.
Che ci sarà quando non ci saremo.
Che informa di sé tutti i giorni, che assegna a ciascuno il proprio carico d’ansia, ineludibile, che ci si porta nell’inconscio e ci fa presenti-assenti nello stesso tempo.
Prestidigitatori del tempo, ci inganniamo da soli ad ogni sortita di coniglio dal cappello.

“La vida es sueño”
Ma è un sogno terribilmente pesante.

————-

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e così ci sono anch’io

grazie alla cara  Doris Emilia Bragagnini,

nel Giardino dei poeti

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ottobre 2010

Sorgente: Non c’è riposo all’ombra della ceiba

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A ciascuno il suo Munch

grido - by criBo

(Febbraio 2009)

I nostri giri intorno a chi ci amò e a chi amammo
aumentano spirali ogni volta di più
il posto delle coperte avvolge ora la pietra
il tocco delle mani ora disegna l’aria
e resistiamo al gelo

se un dio ci schianta il cuore
dopo avercelo messo dentro il petto
una buona ragione bisogna che ci sia per questo strazio
non venga a raccontarci di bellezza
di tramonti e di mari quando, se pure in cima al mondo
il nostro brulicare è un solo grido.

Io non ti temo, i lutti che tu puoi dimenticare
i tuoi figli che stanno sulla croce adesso
e tu concedi ancora le stagioni
questi sproloqui miei
ogni artificio purché ci si distragga da chi siamo
e nel mentre apro parentesi tra bocca e cervello
e sparpaglio parole come samare
sapendo che in te sono il mio buio, e che
_se mai ci sarà luce_ non avranno spessore.

Potresti incenerirmi e non lo fai
quale giullare io sono che ti canto le messe sull’altare
della mia solitudine, e mi abbagli
con un pugno di effimeri piaceri e nei ritagli d’anima
mi siedi, bambino mio,
mio giubileo dei sensi, o mio martirio d’ombra.

Allora oso parlarti dagli abissi
della mia inconoscibile sostanza
prassi del divenire e mai di eterno conoscerti
ma il grido mio ti laceri l’immenso
e ti sia eco di questo oltraggio che hai chiamato vita.

Riparalo se puoi. Noi siamo stanchi.

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Aula parva

la stanza della legge - by criBo

Uno sgabello per i piedi
stesure di delibere sul banco
dove il martello batte la sua pena
testimonianze eluse
e saper trarre giuste conclusioni
lontano dal brusio dei corridoi

mezzo mondo che gioca a farsi grande
mezzo mondo che assiste dagli spalti
_libero giramento della testa_
non esistono archivi né musei
per garantire la preservazione
degli atti_mi esaltanti

svernare dalle fiere campionarie
_la discrepanza esige assoluzioni_
per rintanarsi in uno spazio minimo
a travasare l’anima in parole
e tutte le domande
lasciarle transitorie

la memoria sarebbe insopportabile
se non ci fosse qualche sparizione

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Siamo immortali (con riserva d’aria)

spicchi di sole - by criBo

 

L’uomo l’amore il sogno
il bianco il nero e la policromia
l’accumulo di dati è solo un gioco
ciascuno una pedina
sulla scacchiera della vita
_e nello stallo vince il mal di schiena_
tuttavia
s’accordano rimedi lenitivi
terapie da rimpiazzo

accade che si esista
e che si possa giungere a scoprirsi
avidi d’ogni novità benché morenti
proiettati minuto per minuto
fuori dal corpo vivi nel pensiero
_ci rende eterni la curiosità_

 

 

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ottobre 2012

https://ancorapoesia.wordpress.com/2012/10/30/song-to-the-moon/

 

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L’io è un noi scompagnato

 

mattoni - by criBo

in prima persona
è come imbattersi in sé stessi
nelle proprie rovine
e non si fa poesia se non si è universali
con titoli accademici
conoscenza di fatti e gesti anonimi

non io (non ho trovato un soggettivo adatto)
nemmeno un eteronimo
e ho dovuto propendere per io
che se pure pensato come un tu
non ha cittadinanza letteraria
a fronte d’alti versi accreditati
i miei sono invisibili
anarchie da salotto

non avrei mai pensato di pensarmi
in questa identità nominativa
notificarmi quasi di nascosto
distanziarmi dai versi come un ladro
dei miei stessi vestiti

e vado ancora a piedi nelle stanze
_le rime sono facili_ ma ritornando a me
scrivo di quel che so
di quanto si presenta involontario
e senza darsi veramente peso
ha pure un nome

 

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Après nous le déluge

contrasto - by criBo

 

le visioni dei giorni, il perdurare
che si è adattato al moto ondulatorio
malgrado il naufragare d’altre vite
_uomini morti a testimoni_
uomini vivi sulle boe del mondo

un mare rosso accusa tutti noi
la nostra terra è un covo di predoni

l’umanità s’è spenta e ripiegata
sotto la propria schiena
_si fa finta di credere al buon dio_
come se salmodiare
lo compiacesse fino a trarre in salvo

abbiamo un bel vestire d’arte e fiori
attenendoci a canoni accademici
un fingere che basti la bellezza
a distanziare il marcio
ma la morte ci aspetta tutti al varco
e la sola certezza è che di noi
si parlerà di popoli egoisti _ memi e geni_
vissuti senza mai guardarsi intorno
inabissati già nelle città
o apatici in un’arca di noè
galleggiante sul sangue dei perduti

 

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FARFARMACO

 Scritta qualche anno fa
per una improvvisa voglia di leggerezza

Non c’era una volta, c’è adesso: una donna che dipinge farfalle,  con un realismo tale che quelle vere aspettano che si stacchino per volare via tutte insieme.
Sulla sua tavolozza mescola il brillante cinabro, il cobalto, il carminio e l’oltremare, il verde veronese e lo smeraldo, il nero avorio e il giallo cadmio, e il lapislazzuli, e l’oro e l’argento.
Lei non ha bisogno d’altro che di osservare le leggiadre creature mentre le svolazzano intorno o si mettono  in posa ad ali spiegate per farsi ritrarre.

Tempo fa accadde un fatto strabiliante del quale tutti i lepidotteri si ricordano  e ancora lo raccontano per filo e per segno.
Erano giorni tristi, pioveva a dirotto da più di una settimana, gli uccelli se ne stavano nel nido, il formicaleone aveva dovuto sbaraccare in fretta e furia per non annegare  lui stesso nell’imbuto. Il cane se ne stava mogio nella cuccia. Le marmotte, che ai primi tepori  si erano svegliate dal letargo, erano tornate nelle tane, ma non riuscivano a riprendere sonno.
Nella casa circondata da roseti, ora zuppi e stillanti, c’erano tutte le luci accese, il viale gremito di macchine.

La prima a parlare fu Piera Cavolaia: – Per me c’è qualcosa che non va –
Octavio, il grosso ragno del garage si fece avanti : – Ne sono sicuro anch’io, sono giorni che l’auto è qui ferma –
Lycaona, che si informava sempre oltre il dovuto,  disse di aver intravisto dalle tende della camera molte persone accanto al letto sul quale la donna pareva che dormisse.
Si intromise Ornella Euphorion svolazzando nella sua caleidoscopica livrea e raccontò a sua volta di aver sentito piangere nella serra le amiche più assidue della pittrice: – Si soffiavano il naso di continuo, una di loro singhiozzava –

Silvia Podalirio, che abitava sul biancospino davanti alla casa del dottore, entrò nel pieno del discorso e, visto che se ne intendeva un po’ di termini medici, si rivolse a tutte le altre: – Ascoltate, io credo che la nostra amica stia molto male, forse sta per morire –
– Sei la solita catastrofica pessimista!- esclamò Icaria  Variopinta – sai vedere solo il lato negativo delle cose!-
– Su, su, compagne, non è il caso di litigare, qui bisogna trovare una soluzione. Se è vero quello che dice Pody, e conoscendo la sua serietà e competenza della terminologia medica non c’è motivo di dubitare, io proporrei di ricorrere alla nostra regina Faer Thysania Agrippina, lei conosce  i rimedi per tutti i mali –
– Sciocchezze, bofonchiò Morphea Celeste, la Regina conosce i rimedi per i nostri mali e quelli di tutti gli insetti del mondo, non per quelli degli umani!-
– E poi, rincarò subito Icaria, lei vive in Amazzonia, non basterebbe la nostra vita a percorrere  la distanza.-
Monotrysia, più piccola che mai, fece udire la sua vocina: -Ho un’idea: perché non andiamo tutte all’aeroporto e c’imbarchiamo sul primo jet diretto in Brasile? Da lì poi sarebbe facile raggiungere Manaus e proseguire per l’interno sorvolando fino alla grande Ceiba.-
Le farfalle furono sbalordite dall’insospettata arguzia della piccola, e si trovarono concordi nel mettere in pratica il progetto.

La Sfinge Velox si incaricò di raggiungere per prima l’aeroporto per leggere gli orari delle partenze e indicare loro l’aereo giusto.
Le farfalline più deboli furono fatte salire sulle possenti ali delle più grandi, e tutte, in men che non si dica, giunsero appena in tempo per infilarsi nel portellone del jet in partenza.

Il viaggio fu lungo, a Podalirio venne spesso da vomitare, ma le altre le sventolavano l’aria intorno a turno.
Quando atterrarono, Guidina Monarca si incaricò dell’orientamento di volo.

Giunsero ch’era sera al grande albero. Nel fogliame, dove, adagiata su morbidi cuscini di muschio, sedeva la Regina, furono subito accolte e rifocillate, ed ascoltate.
– Se ho ben capito, disse Faer Thysania, volete che io guarisca la vostra cara amica, non è così?-
– Siiiiiii!- Risposero in coro le farfalle.
– Ma voi sapete bene che non posso intervenire per gli umani.-
I primi goccioloni di lacrime sgorgarono dai grandi occhi di Icaria, e poi fu tutto un singhiozzare.
Thysania non poté resistere: – Tuttavia un rimedio ci sarebbe, unico e assolutamente irripetibile da parte mia, ma richiede un grosso sacrificio da parte vostra.-
– Siamo disposte a tutto!- gridarono all’unisono.
– Si tratta di questo, dovrete rinunciare a quanto vi è più caro al mondo.-

Le farfalle parlottarono tra loro, qualcuna era molto turbata, ma alla fine furono tutte d’accordo: avrebbero rinunciato ai loro colori.
La Regina, sorpresa e commossa, non tentò nemmeno di dissuaderle e affidò loro il polline della guarigione, quello del fiore Unico che solo lei conosceva.
Nel mentre, tutti i colori smaglianti sparirono dalle ali e le livree diventarono grigie, anonimamente grigie.

Il volo di ritorno fu più veloce dell’andata, un solo scalo intermedio.
Le farfalle giunsero trafelate alla villa, mentre il viavai lungo il viale  si faceva più frequente.
Quasi invisibili, com’erano diventate, si intrufolarono in casa e volarono su per la camera. Le persone accanto al letto avevano gli occhi troppo gonfi di pianto per potersene accorgere.

Ornella, quella più colpita dal grigiore,  che recava il prezioso polline serbato per tutto il volo tra le antenne, accostandosi con circospezione al viso della donna le fece scivolare tra le labbra il magico  rimedio.
Ora se ne stavano immobili dietro le tende chiuse, ad osservare con il fiato sospeso.
Ed ecco che nel letto ci fu un movimento, il corpo fu attraversato da un brivido vivificante, il viso diventava roseo.
La donna si levò a sedere guardandosi intorno meravigliata.
Ci fu un tramestio, un vociare gioioso, qualcuno gridò al miracolo.
La serata si trasformò in una festa, giù nel salone davanti al caminetto acceso. Gli ospiti intorno alla signora la abbracciavano stupiti.

L’indomani si annunciò con uno splendido sole, i fiori a corolla alta si stiracchiavano al tepore, gli uccelli cinguettavano felici, il formicaleone si affannava a rifare la sua tana, le marmotte poterono uscire, seppure con un po’ di mal di testa per le notti insonni.
Il cane zampettava intorno alla padrona che intanto si curava dei germogli di rosa e dei giacinti.
Le sembrò molto strana l’assenza delle farfalle.
Guardò tra le siepi di biancospino, nell’angolo delle margherite, perfino nell’orto dove non c’erano le solite bianchine cavolaie affamate, quando una lieve forma color polvere le si posò sulla mano. Che strano, pensò, se non fosse per il colore sembrerebbe un podalirio.
Poi se ne aggiunse un’altra anche questa di un colore indefinibile, spento, ma la forma era quella di un macaone.
Quando il suo sguardo si fu abituato le scorse tutte, e pur distinguendone le caratteristiche, non riusciva a spiegarsi quel grigiore.
La prima a farsi udire fu la minuscola Trysia, che le sussurrò all’orecchio, senza peraltro sperare di essere udita: – Siamo noi, le tue amiche farfalle!-
– Siete davvero voi carissime! Ma come mai siete così incolori?
Stava per intervenire Morphea, quando un’occhiataccia di Lycaona la zittì.
– Ma io sento i vostri pensieri! Esclamò la pittrice. Riesco a captare quello che vi dite! Che meraviglia, ma… ma, un momento, leggo tutta la vostra impresa nelle vostre menti! Avete fatto questo immenso sacrificio per me! Avete rinunciato alle vostre qualità più belle per dare a me la vita!-
– Sciocchezze, bofonchiò Morphea, sciocchezze!-
La donna le guardava rattristata, non sapeva che fare, pensò anche di ritrarle a mente, almeno per ricordarne la bellezza.
Vado a prendere la tela più grande che c’è,  e le dipingerò come erano.

Mentre pensava ciò, vide che le farfalle stavano riacquistando i rispettivi colori, dapprima lievi, e  poi sempre più intensi, in tutte le sfumature di rosso, arancio, verde, turchino, blu… Piera e le sue sorelle sfavillavano di  un bel bianco avorio,  Morphea di un azzurro meraviglioso, e  Macaone in giallo e oro dei più smaglianti. Pefino Trysia adesso era di un grigio perla iridescente. Erano diventate tutte luminose, con le livree più belle di prima.
La pittrice rideva contenta come una bambina e le farfalle le volteggiavano intorno meravigliate e incredule in un tripudio di voli colorati e di allegria.
Le più audaci le deposero piccoli baci tra i capelli.

Lontano, tra le foglie della lussureggiante ceyba, Faer  Thysania Agrippina pensava alle sue care piccole suddite: le aveva messe alla prova, ed erano state davvero generose a privarsi dei loro beni più preziosi in cambio della vita dell’amica. Avevano rinunciato senza sapere che avrebbero riacquistato tutti i loro splendidi colori, una volta compiuto l’incantesimo.

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Nonfuga sincopata

omaggio a Rousseau - mix foto e dipinti by criBo
Scappare dalla stalla
il mio cognome lo potrebbe
e a chiudere la porta
chi rimane

nell’accezione del mio nome invece
piccola crista a rimediare voli
dalle liane del soffitto
Jane delle pareti d’una stanza
nella foresta perpendicolare
metafore feroci
ma giusto si può fare
che solamente Cita sopravvive
tra le pareti pitturate a foglie
-adoro il Doganiere-
In fondo anch’io
dipingo il mio contorno a tinte forti.

Inciampo nei miei ritmi
i piedi mi s’incagliano nei piedi
i versi vanno soli, per i versi
che ritengono propri

un lampadario a dondolo
ed aspetto
nel giardino amazzonico pluviale
op…

4 ottobre 2010

 

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