
La vita è un continuo voltare pagina, su ciò che è stato fatto, detto, creduto.
Lo smarrimento di sé stessi è il vero motivo dell’alienazione degli esseri umani, il non potersi collocare nella stabilità se non dimenticando di consistere in forme vacillanti e mutevoli.
Tentiamo di afferrarci alle molteplici manifestazioni di “io”. In realtà siamo l’idea del sé, una rappresentazione che supponiamo univoca per la personale salvezza, costruita nel tempo, fatta di acquisizioni e perdite, incostante, senza alcuna certezza. Il corpo che riveste questi “io” ci rappresenta mentre ci nasconde.
Siamo estranei a noi stessi, dentro di noi accadono miliardi di nascite e morti, incalcolabili flussi energetici che trasformano ogni cellula della materia di cui sono fatti i nostri involucri-corpi. Eppure non possiamo che rapportarci ciascuno alla propria fideistica realtà rappresentativa, distanti innanzitutto da noi stessi, prima che dagli altri.
Lontani dalla superficie della nostra pelle, affondati nell’isolamento della nostra forma, prigionieri di un mistero che non si svela e non ci svela.
Formiamo comunità, paesi, nazioni, l’intero mondo, tuttavia ciascuno è solo, abbandonato alla propria inconsistenza e fine. La paura che ne deriva spinge all’aggregazione, nel bene e nel male, fa nascere la necessità di rapportarsi: l’io, senza altri che l’io, non avrebbe nulla da ricordare, nulla da dimenticare: sperimenterebbe se stesso come continua morte.
Costruire capanne o progettare grattacieli, fondare accademie o cosche mafiose, creare strumenti di tortura o eccelse forme d’arte, nel profondo di noi stessi sappiamo che qualsiasi appartenenza è transitoria, e non ci salva dalla solitudine, né ci rende immortali.