Cancellazione

cestino - by criBo

Di buono c’è che la tastiera
fa risparmiare gli alberi
caro amico ti scrivo e quando sbaglio
appallottolo fogli virtuali
_voglio davvero eliminare?_ sì.
Lo so che mi ripeto, ma il cestino
è magico divino ultraterreno
correttore di bozze.
Ho scritto per chilometri d’addio
tutti gli appunti
_sembravano importanti_ ma
le frasi vive sono state erase
nel secchio c’è rimasta qualche lettera
lasciata al suo destino annientatore

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Entrate e uscite

Sorgente: Entrate e uscite

dicembre 2010

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Inerme alla Medusa

mixtero - by criBo

Il sortilegio
il fuoco dei miei occhi quando
c’era scritto il tuo nome dentro
_si stupivano i fermi delle porte_
e tu pensavi fosse già finito
l‘attimo consenziente
ti liberavi dalle coordinate
con il respiro corto

forse pensavi
che ti bastasse andare
per farmi scomparire
_io che morivo lenta_
restavo senza farmi più vedere
fabbricando una casa di parole
: scrissi d’amore tutte le pareti
ma tu ti dichiarasti analfabeta

ora che sono pietra
mi stanno ricoprendo muschi e rovi
ho superfici inutili
_non sapevo di specchi_
e sono l‘antro della mia gorgone
prigione e prigioniera
attenta a non riflettere il mio sguardo
e fatalmente ritornare donna

 

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cinque anni fa

https://ancorapoesia.wordpress.com/2010/12/03/di-passo/

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Serra di sera

 

DSC01680

ho scritto ancora e non
mi rende la certezza della fine
c’è bellezza nel sale
la cruna da cui passano cammelli
lo scuotere di sassi in un barattolo
_tossire della ghiaia dicendo impronte _
sembra un nonsense
biancore d’anni sopra rami spogli

ho detto ancora e non
saprei ridire quale fosse il senso
o ipotizzare un fuori senza un dentro
la scuola dei miracoli
permette un viso che non corrisponde
_a distanza di secoli sorprende_
essere viva
sfogliando calendari senza giorni

ho amato ancora e non
sapevo che l’avrei dimenticato
la catarsi del corpo
come si trema quando si è felici.
Nel giardino d’inverno resto sola
a contrastare l‘incombente notte
_malgrado inaspettate profezie_
verrà la morte e avrà           forma di rosa

 

 

 

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Manifesto

mattoni - by criBo

confesso al tribunale degli dei minori
d’essere il muro arreso alle tempeste
che nel disintegrarsi
perde l’assetto verticale
il tempo delle feste
quando lo rivestiva il tralcio d’edera
e muschi intenerivano le pietre

mi confesso perché non altro vive
di me stesso
_ho smesso le mansioni di ricovero_
sono ad un punto morto
un muro senza pianto
senza pretese di contenimento
vivo sembrando intatto
alle quattro colonne al cui riparo
combatto la mia lotta di mattoni

ma confesso
a questo tribunale di semidei ed eroi
d’essermi opposto sempre ai venti forti
anche se adesso
per sgretolarmi fino alle radici
m’è sufficiente il soffio d’una brezza

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DONNE

A quelle donne di meraviglie e fiori
quelle che silenziose fanno andare
casupole e favelas, figli portati sulle
spalle chine, lana pungente sulla pelle
dita affondate negli inverni
donne dismesse a ricamare perle
e chatouches per quelle fortunate.

Donne dai pianti occulti per i figli perduti,
donne dalle carezze rassegnate
sulle deformità dei loro nati e quelli d’altre.
Vanno con passo celere
più avanti della vita
più pietose del quadro sugli altari
che spiega nel suo ebete sorriso
quanto non fu mai loro e di quei figli abnormi,
l’opposto dei bei riccioli dipinti
e lineamenti rosa.

Donne delle catene di montaggio
recluse per un tralcio di mimosa
donne dei mille passi nel deserto
per un una goccia d’acqua
donne a scacciare mosche dai sorrisi
dei loro figli condannati a sete.
Donne vendute
donne vilipese

Qui ci piangiamo addosso
per uno specchio rotto, una sedia tarlata
solitudine in versi che dovrebbe
consacrarci poeti
roba che non soccorre i derelitti
che non reclama l’equità dovuta
e niente fa per togliere al potente
quello che ruba ai miseri.

Donne di ceri e cere
prigioniere d’inganni, occhi cuciti,
che al prete per figliare e per morire
pagano sempre il truogolo e l’ingrasso.
Spossessate del corpo, incubatrici
di vittime innocenti.
Madri di stupratori e santi
donne comunque e sempre.

 

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Terminal

luogo -by criBo

viaggio senza bagagli
fingendo l’attenzione al panorama
intermittenze visionarie
_fino a destinazione_

vorrei potermi cancellare prima
d’essere cancellata
per questo non progetto né programmo
_ciò che non venne allora, mai verrà_

tolgo le bandierine dalle mappe
consegno documenti
e resto sola sotto i miei vestiti
_una persona smessa_

 

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Nuovo idioma

galassia - by criBo

Magari a segni mimerò
questa che può sembrare poesia
ma non lo è
ci vuole un nuovo tipo di scrittura
su fogli trasparenti e pagine disposte in altro modo
frasi di sole spaziature
perché la lingua è un limite per l’anima
e la polisemia un falso pieno

scrivere sguardi
il trasporto dei gesti
il movimento appena percettibile
che mette un punto al centro anziché a fine
un punto che riassume oltre lo stacco
le infinite sospese interpunzioni
il pensiero diacritico

magari scrivo versi in onde elettriche
traccio diagrammi e scie
nessuno a definirle poesie: bastante il cielo
a coglierne il non detto e il non firmato
poi forse quell’immenso che non so
m’insegnerà la lingua siderale
e basterà spogliarmi d’ogni frase
per dire esisto _senza un alfabeto_

 

 

 

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Contestualmente soli

la costruzione dell'effimero wp - by criBo

La vita è un continuo voltare pagina, su ciò che è stato fatto, detto, creduto.
Lo smarrimento di sé stessi è il vero motivo dell’alienazione degli esseri umani, il non potersi collocare nella stabilità se non dimenticando di consistere in forme vacillanti e mutevoli.

Tentiamo di afferrarci alle molteplici manifestazioni di “io”. In realtà siamo l’idea del sé, una rappresentazione che supponiamo univoca per la personale salvezza, costruita nel tempo, fatta di acquisizioni e perdite, incostante, senza alcuna certezza. Il corpo che riveste questi “io” ci rappresenta mentre ci nasconde.

Siamo estranei a noi stessi, dentro di noi accadono miliardi di nascite e morti, incalcolabili flussi energetici che trasformano ogni cellula della materia di cui sono fatti i nostri involucri-corpi. Eppure non possiamo che rapportarci ciascuno alla propria fideistica realtà rappresentativa, distanti innanzitutto da noi stessi, prima che dagli altri.
Lontani dalla superficie della nostra pelle, affondati nell’isolamento della nostra forma, prigionieri di un mistero che non si svela e non ci svela.

Formiamo comunità, paesi, nazioni, l’intero mondo, tuttavia ciascuno è solo, abbandonato alla propria inconsistenza e fine. La paura che ne deriva spinge all’aggregazione, nel bene e nel male, fa nascere la necessità di rapportarsi: l’io, senza altri che l’io, non avrebbe nulla da ricordare, nulla da dimenticare: sperimenterebbe se stesso come continua morte.

Costruire capanne o progettare grattacieli, fondare accademie o cosche mafiose, creare strumenti di tortura o eccelse forme d’arte, nel profondo di noi stessi sappiamo che qualsiasi appartenenza è transitoria, e non ci salva dalla solitudine, né ci rende immortali.

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Luogo a recedere

luogo a recedere - by criBo

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imPercezioni

stalattiti - by criBo

_Era l‘antica nenia a darle nome_
e disse in quel sostare
trasparenze di me da farmi trasalire.
Senza contorni in un sospeso amniotico
nella concavità dell’universo
andammo e fummo anfibie
prima d’essere donne

ho questo che mi assenta
: l’essermi persa in una sola vita
e lei ricorda.
Turchine anche le voci
risuonavano i passi sul soffitto
nei corridoi dell’estasi bambina
percorsi a testa in giù

adesso ha sparpagliato un blu cobalto
l’ha punteggiato di malinconia
_Guarda anche tu_   ripete
come se avere gli occhi
bastasse a far vedere spazi vuoti
e avere orecchi a udire il contropianto
d’un suono di celesta

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Fuga da un divano

presenze e riflessi -  by criBo

per una strada parallela ai giorni
una strada di penna e di colori
dove lo spaziotempo è una barriera
a chi si pone nella dirittura
di nonritorno
_asintotico verso all’infinito_
desiderio di volo e d’altri mondi
quelli sì, paralleli.
e ricapitolare le distanze
dagli atomi al pensiero

la bellezza concessa e la parola
la percezione misteriosa d’altro
_ogni misura è un artificio umano_
suggeriscono mille direzioni
: non si scorgono frecce né segnali
e spesso piove

procedo in uno stallo paradosso
mostrando in uno dei miei tanti volti
l’umano ch’è un murale estrapolato
dalla facciata dell’eternità
_un pellegrino evaso dai braccioli_

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Sopra le proprie spalle

luminosita 1 -by criBo

il mondo che so amare è sui balconi
impaginato ad arte: un affaccio da silo
quanta più altezza ne distanzia
ringhiere divisorie
starsene in sospensione
sulle rampe che portano alla luna
e in ore inopportune bere the

Falsi riguardi non
s’addicono a chi vive d’insostanza
non programmando pane né patate
né le cadute a fine verso ché
non conoscevo che la poesia scolastica
carente in verità
non ho gli anni canonici di studio
non sono titolata (o sottotitolata)

cose da grandi guardano dal sommo
_non si distingue il culmine di torre_
falsamente bonaria concessione
in un deserto attraversato su
me stessa
riconobbi un idioma
era parlato dagli scalatori
e sui pioli piede dopo piede
lasciava le mie impronte (delebili)

mi scuote più di fasciature estese
il piccolo cerotto sulla schiena
_toglierò prima o poi_
o taglierò lo scheletro ribelle.
Serve ch’io mi sottragga alle passioni
che mi sparecchi in fretta ed in sordina
e quasi rinunciare a respirare.

Ma sono viva e
mi riferisco al giovane studioso
che guarda ma non legge ciò che scrivo
ché non so barattare la mia poesia
in cambio d’un assenso
_sono la preistoria di me stessa e non mi dolgo
di non avere titoli al riguardo
né le physique du rôle

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Rarefazione

riflesso-lampada-e-viso-by-cribo

Quando il corpo
diventa sfumatura
e non si percepisce stabile
quando sconnesso dagli oggetti
si fa nebbia
si diradano i gesti
si distanziano i fatti
gli amori i lutti le peripezie

nel sonno delle cose andate
la vita è come un sogno
che si vorrebbe ricordare, ma
si tenta invano di afferrarlo all’alba

e l’io pensante
è uno stupore fibrillante acuto
che tracima dagli occhi

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Strategie dell’esilio

Acqua wp - by criBo

Incolonnare l’ansia
in repliche tendenti all’insoluto
_carte da salvagente senza mare_
a vigilare il sonno e la ragione
quando non si ha da dire
soltanto semi da rimescolare
          nessun profeta in patria
          né un apprendista santo
          né una madonna nera
          nell’oro d’un’icona bizantina.
          In cornici barocche
          quadri che si sdipingono da soli.
Riposano avventure in un sabot
vicende navigate con passione
sono pagine stanche.
E traversate in solitaria
finiscono sul tavolo da gioco
in calma piatta

 

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Quartine dernier cri

 

senza paradiso - by crBo

Logoro alle caviglie
l’abito mostra date di scadenza
percorre l’arenile senza impronte
_soltanto scie di vento sulla sabbia_

Il curriculum vitae
non più da presentare
dimenticarlo chiuso in un cassetto
_era un soffio di vita sulle braci_

nell’atelier sprovvisto di memoria
nessuna griffe è scritta sulla pietra
s’indossano vestiti in trasparenza
_bordati d’aria ricamata a giorno_

 

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Anestesia per l’anima

Ci sono pensieri che non possono essere espressi perché nascono da una scissione profonda del sé, pensieri che subito svaniscono e altri che s’incistano nella mente per giorni, assillanti.
Quando si è in uno stato d’inerzia obbligata, si fanno più pressanti e spesso sfociano in evocazioni spiacevoli: i ricordi irrompono con drammatica lucidità, tornano dal passato senza censure e sotterfugi. Non si può sfuggire ad essi.
Per trarsi dall’angoscia ci si abbandona a una sorta di catatonia che tutto fa assopire, quasi scomparire.
Ciò che circonda il proprio esserci ha connotati rarefatti, a volte si è soltanto una fitta dolorosa, a volte un respiro che asseconda il sollievo. Si è così fragili nella volontà di resistere, sorpresi di non trovare altri appigli nella propria nuda precarietà.
“Essere o non essere” è un impreciso dilemma: la scelta è illusoria, in realtà non si pone, ci si adegua secondo le motivazioni più pressanti. Il sé non appartiene più soltanto alla persona, ma si dirama in molte direzioni, più o meno vincolanti, e in voci che trattengono. Andare e restare contemporaneamente, assentarsi pur essendo presenti, interagire nella quotidianità pur sentendosi assenti.
Si può vivere tutta la vita con una catena invisibile al piede, se ne avverte l’impaccio, tuttavia si procede come se non ci fosse, si arranca, ci si sforza perché non se ne avvedano gli altri, e ad ogni giorno concluso si mette il segnalibro della propria fatica. Se ci si risveglierà domani, sarà come riprendere a leggersi, in un romanzo che si scrive da solo.

“…quanto silenzio ancora da svelare
intorno all’illusione
di questa voglia insana di mostrare
la cosa che nascondi
la cosa che non c’è : morire”
Così scrive Luciana Riommi, ed è illuminante nel suo poetico dire.

La cosa che non c’è fin quando ci siamo noi.
Che ci sarà quando non ci saremo.
Che informa di sé tutti i giorni, che assegna a ciascuno il proprio carico d’ansia, ineludibile, che ci si porta nell’inconscio e ci fa presenti-assenti nello stesso tempo.
Prestidigitatori del tempo, ci inganniamo da soli ad ogni sortita di coniglio dal cappello.

“La vida es sueño”
Ma è un sogno terribilmente pesante.

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e così ci sono anch’io

grazie alla cara  Doris Emilia Bragagnini,

nel Giardino dei poeti

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ottobre 2010

Sorgente: Non c’è riposo all’ombra della ceiba

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