La zattera sotto il tavolo

Dodici sedie intorno
nonni cugini e zii
nascosta una bambina
osserva gambe e lembi di tovaglia
                                 
giungono voci
un gorgoglio di bolle in una boccia
il grammofono gracchia
qualcuno s’alza e cambia la puntina
il coro a bocca chiusa si diffonde
_un fil di fumo e poi la nave bianca
arriva e spezza il cuore a Cio-Cio-San_
                            
il pavimento è diventato mare
sta la bambina assorta
a veleggiare a bordo d’un cuscino
                                  
                                  
                                             
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Per farmi perdonare

d’aver amato intensamente
d’aver trasmesso il senso delle nuvole
più che aver posto basi di cemento
e tetti in testa
forse dovrei stornare il mio vissuto:
madre come ho potuto
e dire ai figli miei
che qualche assenza involontaria
non toglie la misura della cura
la strenua volontà di superare
le mille insicurezze quotidiane
_il corpo ha resistito oltre misura_
tanti rattoppi e a vivere si sta
accumulando giorni mesi anni
e mai pensavo
che avrei potuto diventare vecchia
essere peso e gabbia di ricordi:
quanto una madre può ingombrare?
                                         
Avevo un mondo nella mente
un mondo in cui la cosa più importante
fosse nutrire l’anima
sbagliavo
e a fine viaggio
raccolgo quel che avevo seminato
a qualcuno il coraggio
a qualcuno la forza
a qualcuno la voglia di capire
ma l’amore
solo l’amore mi perdona e sa
quanto altro sono stata
e forse valgo
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Micro-storia

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Era in principio
il paramecio dalle lunghe ciglia
quando l’uomo non era in calendario
e le oloturie
sarebbero poi state le sirene
nei sogni delle amebe
                              
benché senza cervello
stupirono dei primi avvistamenti
delle protuberanze sul percorso
bozze di pinne code gambe braccia
testa e faccia
                           
la differenziazione assicurata
prolifica benché non assistita
dall’australopiteco all’homo sapiens
                  
e queste dita
che battono sui tasti
fanno di noi gli artefici maldestri
dell’homo insipiens
che finirà nel brodo terminale
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Non l’indeterminato

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“Della stessa sostanza delle stelle”

                                
                                
nel segmento spazio-temporale
noi siamo il paradosso
il contenuto infinitesimale
che contiene il concetto d’infinito
                                     
senza sovrastrutture fideistiche
sapersi immersi nell’imperscrutabile
tra il passato che non esiste più
e il futuro che quando sopravviene
è già presente
                                   
forse la morte
passaggio tra le cose e le noncose
è il raggio che connette inizio e fine
la commissura tra materia e fiato
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Minimizzare il massimo

https://www.paginainizio.com/genio/foto/esplosione_supernova.jpg

come se la memoria
restasse talequale e non implosa
nel centro della mente
nova in padella
stella da camera e ciabatte

come se tutto ciò che fu
si rovesciasse dentro un buco nero
e il dopo
non fosse un punto tra gli estremi
un apostrofo grigio senza bocca

l’acqua dello sciacquone
ha un suo dis-correre
d’indubbio scatologico destino
ma nel rovescio porge
il senso escatologico

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In questa nebbia di parole

giovinezza piovuta lungo i muri
anni dipinti ad acqua
ricordi che si arruffano
_non ne risolvo nodi_
chiudo la mente ai fiori e solo i cactus
respirano il deserto

il tempo ha modi poco edificanti
di rimandare luoghi e fatti
vorace nell’ottundere
nel mescolare il bello e il brutto
nel farne frasi da ridire, uguali e non
corrispondenti più a nessuno
a niente
_ed era un mare traversato
tra marosi e bonaccia _

in questa pallida risacca
aspetto che si svelino i segreti
che non potemmo scandagliare e che
se è vero che lo spirito non muore
ora ne sai
_io qui starò per poco
rannicchiata
nell’angolo di vetro che si appanna_

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Le vecchie madri nei giorni della merla

 

Finita la più parte d’esistenza
si svegliano dal coma delle favole
e se ne stanno in bilico sul ramo
ad imbeccare il vento che lo spezza

e tuttavia resistono
nei giorni del non detto
quando parole e gesti sono lenti
: negli anni sottaciute verità
hanno scavato e inaridito il petto
paralizzato braccia
spento il resto

cambiare vita non si può
né ritornare indietro
si può solo tentare di resistere
nell’ombra della propria umanità
a chi ne avversa libertà e diritto

ma nel proclama
che solo il sacrificio e la pietà
consacrano le donne mogli e madri
le si condanna al gelo
a naufragare in una goccia d’acqua

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La donna invisibile



                                
Di lei che va sparendo
attrice senza fama e senza gloria
d’un film di soli titoli di coda
una platea di franchi pensatori
dimentica le scene entusiasmanti
e annota solamente le carenze
niente delle fatiche
niente di tutti i draghi che affrontava
dello strenuo curare, degli abbracci
dell’amore che dava
al meglio che poteva
e che insegnando a vivere
per prima lo imparava
                               
È diventata una spersona
la guardano e non vedono che un’ombra
una sagoma senza la sostanza
                             
di lei restano stralci d’esistenza
la donna è andata persa
come se mai fosse vissuta
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La voce umana

da “Coordinate semplici”

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  Passato il dì di festa, capre e cavoli

                                           

Capisco solo adesso
il nesso tra l’agnello e la verdura
in sincrasia
sopra la casapanca: un’esse sola
fa nesso e mescolanza
contenitore e stanza, delle feste
rimane l’insalata di rinforzo.
                                   
A Spaccanapoli
c’era una volta una bambina che
viveva nella strada dei pastori
un’Haidy con il nonno falegname
che la portava a Mergellina
_le sorrideva il mare
e dai presepi solo pecorelle
a farle ciao_
                              
nell’imbiancare assorto
stanno poeti ovini e cavolfiori
ad invecchiare nelle casepanche
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Mi ripeto (ammiccamento recidivo e pretestuoso)

 

iterativa ricorrente ciclica
sono una partitura replicante
_spaccio parole ed esse lo confermano
in ricadute anadiplosiche_
diciamocelo chiaro tra di noi:
scrivo le stesse cose da che sono
in grado di fiatare
e respirare non è forse il massimo
ripetersi di un fatto?

Emmenonomale! Ché se non ci fosse
io stessa non sarei.
Ma dato che ci sono
do per certo
che nell’eterno andare dire e fare
e tutti gli infiniti a coniugare
è bene che ci sia la ridondanza
essendo conseguenza
dell’esserci di spirito e sostanza

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Consuntivi

                              
dal passato recente
al prossimo futuro
lancette che dispongono nell’aria
una folata di malinconia
— nessuno danza —
                             
non basta una nottata a capovolgere
un’esistenza di fatica
_sembra sia stato vano sopravvivere
amare, confidare, rinunciare
scrivere la mia vita inutilmente_
ora vorrei soltanto riposare
e prendere distanze
                                 
una persona non diventa buona
solo perché morente o perché morta
                               
né cattiva
se per tutta la vita è stata buona
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Decima dimenticanza

spiccioli di foschia
versati nel cappello
un’amnesia di taglio piccolo
un’elemosina di luce
ai vecchi che sbiadiscono
sul precipizio dei ricordi

gli dei stanno minuscoli al confine
senza tasche
ma furono schivati
dai giovani che andarono per primi
e sanno che
da qui all’eternità
c’è solo un fiato a rendere

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Scherzavo

e andavo ripetendo che i malanni
non sarebbero stati sufficienti
a farmi fuori
e che dovranno farlo a cannonate
per abbattermi

ma non era da prendermi sul serio
potrà bastare un fulmine gentile
: ho le pareti fragili

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Gatti non fummo a stare in una scatola

monumenti
eroi fusi nel bronzo
angeli tratti a forza dalla pietra
figure a guardia della notte
per contrastare la dimenticanza
l’umana inconsistenza

niente è stabile
il mondo cambia mentre lo si guarda
e nella dissolvenza
gli osservatori sono gli osservati
persi nel magma delle cose tremule
a tentare le sorti del possibile

nell’indeterminato
un ultimo respiro ed un vagito
si sta
contemporaneamente vivi e morti

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Da chissà quale distanza

da un verso che si avvinghia sulla carta
parole come artigli
irrompono in risvolti metafisici
_servissero ad un’aquilapoesia!_
e le tragedie
i lutti
il farsi vecchi
lo stare tra la fossa ed il veglione
col solito ottimista che proclama
“andrà tutto benone”
è la classica trappola per tropi

nessuna lingua è adatta a designare
un’anima irrequieta
e ciò che viene scritto è un tranquillante
per vincere il disordine mentale
un espediente per non farci voltare:
facciamo ombre che non ci somigliano
mostri di carta straccia che c’inglobano
sversati sulle pagine
ridotti in coccisillabe

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Strategie dell’esilio

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Giungere a foce

https://media-cdn.tripadvisor.com/media/photo-s/18/11/21/66/river-sid-the-byes.jpg

finito il progettare
la mano è un fiore di falangipetali
appassita
_nemmeno un’ape vagabonda
vi s’incaglia_

dal sovrastante scaturire
il fiume
trascina le parole come giunchi
nell’inchino dei salici piangenti
otre le rapide

figli di guardia alle golene
fanno da casa e argine
ai vecchi pescatori senza barca

 

 

 

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A fine partita

 

giunge il momento dell’arrocco
e il re della casella matta
sovrano d’un centimetro quadrato
è nell’abbiocco. La regina esiliata
sta nell’esiguità dei panorami
gli occhi hanno smesso di verificare
amori e spazi.
Sta di guardia alla nebbia
: che non invada tutta la scacchiera
una regina smessa
una testa reclina sui pensieri
caduti tutti, e persa.

 

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