Autognosia

a definire ciò che si riflette
_specchio delle mie trame_
il bianco si fa labile
quasi che il dissuasivo delle forme
potesse contrastare il mondo solido
portarmi oltre l’immagine:
mi tocco il viso
imparo l’imperfetto e l’illusorio
lo scarmigliato esistere di nuvola
i lineamenti fluttuano
sotto le dita di bambagia
e sono
tra una folata e l’altra
l’incongruenza d’un pensiero saturo
tra dissolvenza e imperativi organici

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Ornitoverso

un merlo
entrato a tarda sera nella stanza
_anzi una merla:
piumaggio marroncino e becco pallido_
che si dibatte tra pareti e porte
un po’ stordita
volteggia e non imbrocca la finestra
mi somiglia:
c’imbattiamo in ostacoli siffatti
che basterebbe un giro corto
tra parallele arrese
_il paradosso delle convergenze_
per diventare un punto o un’onda
nel collassare d’una nana bianca

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Sfilacciamenti

vanno a smorzarsi curve ed angoli
simulando di noi forme sommesse
approssimate per difetto ai giorni
noi che in assetto di evasione
_lenzuoli dalla trama diradata
nodi su nodi appesi alle finestre_
ci sporgeremo esausti
frange di gesti
erosi dalla polvere
                  
tempi di consuntivi
imprecisioni sensoriali
assenze tattili
in uno sfoltimento di pensieri
in una dispersione di molecole
eppure un luccicare insospettato
traccia di noi l’essenza delle stelle
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Vita assistita

ignara dell’inizio
ripercorrendo ciò che la memoria
ha consentito
mi vedo uscire indenne da ogni sorta
di malattie, di sbagli, di pericoli
_tipo mister Magoo_
sul punto di cadere, il piede in fallo
presa per i capelli e tratta in salvo
da presenze-madrine che mi assistono
fin dalla culla
nella costante oscillazione
tra il limite del corpo e l’ineffabile

m’ispirano di versi e di pensieri
stanno di guardia alla disperazione
suggeriscono:
– qui sulla terra tutto è vivibondo
sembra in attesa della sparizione
ma in verità, malgrado le apparenze
non si estingue –

siamo respiri a margine
prossimi al primo soffio d’infinito

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Zone d’ombra

sequenza di parole
interpunzioni tralasciate
_a definire basta il nesso
la congiunzione il termine appropriato_
se mai sopraggiungesse
la sospensione a tempi più propizi
ci si potrebbe incavolare per
l’occasione mancata
tuttavia
mi mando a quel paese
in piena autonomia

se non fosse impossibile
mi aspetterei di spalle
per darmi un calcio in c.lo
_se fossi un po’ più libera
diciamo bukowskiana
tolto il punto
avrei dovuto osare la vocale
per risparmiarvi un quiproquo di cielo

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Planitude

riflessi il mondo e il cielo
in acqua tinta al blu di metilene
varchi in attesa della ripartenza
          placidità dell’onda
          connessioni di luci
          viversi al meglio delle circostanze
          rimandare gli addii
          si salperà quando le vele al vento
          saranno ali mimetiche
e sulla scia dipinta nella sera
si volerà nella tranquillità dell’ora
verso un azzurro mai dipinto prima

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Nei giorni

Sono stagioni tristi
dal ticchettio metallico
_datazioni di ruderi e massacri_
sepolte nelle tasche
didascalie per non viventi

non tacciono i tamburi della guerra
anche se alziamo gli occhi nell’azzurro
_l’impotenza disarma il calendario_
la distanza che tacita e distoglie:
cose dell’altro mondo
assunte ogni mattina col tg
mandate giù di fretta col caffè
scarsamente efficaci a dar la sveglia
_un suono d’agonia ci toglie il sonno_
il vaniloquio smorza il rimbombare
cade
ed anche noi moriamo con chi muore

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Di proroghe ed epiloghi

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Resilienza

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Nirvana

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Il tempo

 

quando proiettavamo nel futuro
i nostri sogni da concretizzare
i nostri amori ancora da venire
sembrava lento
quasi non ci volesse trasportare

ci regalò stagioni colorate
ci permise l’amore e il generare
la conoscenza, l’arte di comprendere
ma nel bel mezzo che
s’imparava ad esistere e resistere
mise la quarta e filò via
gravandoci di lutti e malattie

adesso sembra troppo
quasi un nonsenso, eppure
è l’ultimo tesoro, ci è concesso
ne abbiamo l’esclusiva
ma non possiamo tramandarlo ai posteri
non possiamo lasciarlo a chi amavamo

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Come una lepre marzolina ai box

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Il teatro delle Nuvole

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Abbiamo recitato tutti i numeri
tirato scene, addizionato repliche
un occhio al muro d’ombre
_l’altro allo sfondo e alle comparse_
narrato storie dal comune epilogo
divagazioni enfatiche
di finti dicitori

è qui il teatro per mistificare
l’inizio e l’assemblaggio del reale
le malattie la guerra i morti i debiti
ciò ch’è donato e poi sottratto agli uomini
_la vita è una tirata da istrioni
tragicommedia in atti e fatti_

l’inganno è il nostro farmaco
la sua efficacia comprovata:
siamo giullari alla mercé di numi
indaghiamo sui “salti delle pulci”
sul ronzare di mosche e di zanzare
senza la buca del suggeritore
rappresentando ruoli
fino al calare del sipario

 

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L’effimero e il pantano

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Maggio dalle ombre lunghe

Mese di rose per antonomasia
è qui che si dichiara ai costruttori
d’armi _nei paesi di pace son le fabbriche_
guerrafondai per vocazione
e noi stanziali inermi
non possiamo proteggervi dal male
figli di tutto il mondo
né preservarvi dalle delusioni
ché ci sovrasta l’ansia
e l’amore non basta a fare tregua

noi madri sulla linea del congedo
vorremmo confortarvi
narrando ancora fiabe come quando
eravate bambini
ma questi tempi sono accidentati
hanno la crudeltà degli invasori
mettono a nudo la ferocia umana
l’avidità spietata _in questo mese
sbocciano sangue e spine_

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Consolazione

La cerchiamo nei gesti
negli sguardi amicali, negli abbracci
negli approfondimenti filosofici
ai piedi degli Dei _per chi ci crede_
scalando le montagne
scandagliando fondali
accompagnando voli nello spazio
ma è come dare un tocco di vernice
ad un groviglio

un essere fittizio
sembra abitare nella testa
attento alle rovine del suo corpo
estraneo ai fuochi divampati altrove
e nei raggiri di valutazioni
perde la propria vita
con quella di chi muore

conforto?
Proviamo con la musica:
il suono ci disgrega, ci conduce
oltre la nostra blanda percezione
nelle zone remote e sconosciute
d’altro esistere

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Sotto i portici di Via dei tribunali

i banchi della frutta
il salumiere e la panetteria
il banco del pescato
la bambina guardava incuriosita
i polpi ancora vivi nelle conche
le alici i capitoni il pescespada
i cicinielli bianchi e trasparenti
piccoli, così piccoli
da starci bene nella padellina
del servizio di pentole-giocattolo
avuto per Natale.

Aveva il senso delle proporzioni:
mentre la nonna cucinava sgombri
nella padella grande sui carboni
la bambina, sul fuoco quasi spento
metteva quella sua coi pesciolini
_in scala ridottissima la cuoca e il tegamino_

L’affascinava il mondo dei pastori
nell’immediato dopoguerra
anche l’argilla si centellinava.
          Pensava la bambina:
          se il fondaco, la strada, le persone
          fossero come quelli del presepe
          negozi e cose tutte in miniatura
          sarebbero bastati
          a sfamare parenti e vicinato

                        

       dalla raccolta inedita  “Coordinate semplici”

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Il senso delle lacrime

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Il Maestro dell’attimo corrente

L’ho incontrato sulla riva sinistra
gli ho chiesto perché mai
sul sentiero dei falchi finissero le allodole.
Taceva, mentre in livrea d’inverno
gli ermellini sgusciavano dal bianco
e cavalli a pariglie saltavano le siepi.

Ho chiesto
intanto che il mio piede si attardava
se ci fosse una zolla incustodita
o una crepa da cui nascere ancora.
Taceva e soppesava il mio sentire
con aria divertita.

Oh, maestro!
Tu vuoi che mi arrabatti a starmi dentro?
Che mi smarrisca nel mio stesso vuoto?
Ti prego, da questa confusione in cui mi perdo
rivelami chi sono.

Rispose: sei chi bazzica frontiere
in una zona equivoca, oscillante
tra due confini parimenti ignoti.
Io sono chi t’insegna a stare al centro
__sono il maestro della delusione__
ti consegno al fuggevole e all’eterno
________qui e adesso________

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Emeroteca senza le testate

 

“un’allegria portata bene”
così scrissi
versi raccolti senza alcun sistema
le mie scritture sparse 

un’allegria che ci nasconda appena
noi che il pensiero ci tradisce
fragili come siamo
     ci considerano forti, ma sappiamo
     qual misterioso impulso ci scansiona
     copiando di noi stessi vesti e tracce
noi che sorpresi siamo ogni mattino
di stare alla finestra della vita
quanto basta
     per essere lontani dalle guerre
     in casa d’altri
     diventate parole sui giornali

bocche rivolte in su: maschere greche
in un anfiteatro a tavolino
la recita di tutti i santi giorni
replicata a puntino

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