Tumbleweeds

 

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I nomi

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Uno tutti e nessuno in stati di dissesto

luci a Morena -by criBo

Balzare all’ora ics
dal ponte delle sette vite alla via lattea
essere il punto luce dilatato
il senso di faville
nella stasi di mezzo
_in sospensione libera_ sapersi
senza necessità di spiegazioni

ero nel dormiveglia e mi chiamavo
con tutti i nomi dell’umanità
mi rispondevo in ogni lingua, udivo
l’anima della terra farsi voce

Ci s’incontra distanti
camuffati da sagome e profili
nelle condotte a dispersione
e per pudore dire l’essenziale

una fitta improvvisa di ritorno
accuso il colpo e mi divento niente
_se niente è l’io che tenta la sortita_
apro finestre sul rumore: irrompe
il traffico da strada
io m’incammino in un esilio d’ombre.
Attendo alla fermata

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Spezie

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Dissero

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Impalpabilità dell’io pensante

 

Un dito nel costato della nuvola
appura il non consistere
siamo l’immensità racchiusa in atomi
l’umano tratteggiato in lineamenti
                               
se  avessimo negli occhi
cristallini elettronici
vedremmo solamente spazi liberi
e non sapremmo darci forma
saremmo dei fantasmi subatomici
scompattati nel volo delle polveri

forse di noi la voce
sarebbe il nome di ciascuno
il timbro unico e proprio d’ogni origine
nell’apparenza e nella dispersione
_l’Aria che tira
articola e respira venti e versi_

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In battere e levare

ad animare i gigli e le sequoie
l’acqua delle tempeste e gli alisei
la musica del mondo
ci attraversa
               interseca il respiro di chi nasce
              bacia la fronte prossima agli addii
squilla colori
ai fiori che non sanno d’esser fiori
_che ne sappiamo? Magari ci sbagliamo_

Il suono accorda il nascere e il morire
dal macrocosmo al microcosmo
gli spazi siderali e il cuore umano
                   rimbomba nella guerra
                   trionfa nella pace
e noi chi siamo?
Forse le partiture delle stelle
pentagrammi di luce e oscurità
coloriture d’esistenza
notturni sarabande allegri adagi
le Incompiute
dell’infinita sinfonia del tempo

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Niente e nessuno è stabile

lasciare andare
mobili ed immobili
prima che sia la vita a dare sfratto
a sparpagliare i loro e i nostri atomi
siamo mutanti e provvisori
mai gli stessi
seppur convinti d’essere stanziali

fasce di noi in frammenti
saranno forse anelli di scintille
intorno a un mondo:
gli abitatori avranno cannocchiali
esploreranno il firmamento
esprimeranno forse desideri
come facciamo noi con le Perseidi
e noi saremo _chi lo può smentire?_
stelle cadenti in qualche ignoto cielo

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Al dunque ci si arriva

 
quando ogni dunque non ha più importanza
ma fino a quando un guscio sia una casa
fin quando una parola dia sollievo
una carezza dia valore al giorno
possiamo fare a meno d’indagare
tenendoci al riparo da risposte
 
pertanto
nel proseguire senza il come e il quando
comunque si concluda la vicenda
siamoci cari
amiamoci lo stesso
 
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un gradito revival

a cura di Doris Emilia Bragagnini su Neobar

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Sea-room

Nelle stanze si affonda e ci si salva
sulle rive dei mobili
a volte si riemerge tra le tende
parole vanno e vengono
tentano lo scandaglio dei pensieri
smarrite nei meandri della mente
finiscono spiaggiate sui cuscini

fin quando appare il faro
scarabocchiato da un bambino
e il capitano
accosta sottovento un foglio bianco
vi scrive un ancoraggio di silenzio

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I ranocchi non sanno il principese

Nel fango del fossato
parlano il pantanese
e bevono pastrocchi al piano-dar
_dare le solfe, rime, pergamene
redatte nel giurassico_
se sapessero quanto c’è di zucca
nei crani ripassati dall’età
_corone e scettri ai cromosomi che
fan corpi sfatti e facce cavalline_
saprebbero ch’è meglio un rospo a tavola
d’un bacio stregonesco
che li rendesse pargoli attempati
re travicelli di giustiana fama.

Quelli che invece sguazzano pimpanti
in acquitrini rogge e altri canali
scriverebbero versi per i posteri
versi da bofonchiare, tutti uguali
banalità con enfasi rampante
rampolle di pocaggine
come diceva la poeta amica
_un po’ ne invidio acume e dipartita_
anzi diceva di poraccitudine
confermo ogni insostanza

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E mi guardavo fare

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Le forme e le nonforme del reale

Prendiamo l’acqua:
solida e consistente se ghiacciata
inafferrabile quando liquefatta
e pure essendo sempre H₂O
quando c’è l’una non appare l’altra

prendiamo l’uomo:
il corpo sensoriale percepibile
il pensiero impalpabile
eppure fatti della stessa essenza
concreto l’uno, l’alto rarefatto
_ma varcheranno insieme quella porta
che forse li trasforma in altro esistere_

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Normalità

Normalità
del sé che dialoga
con l’altro sé che tace ma acconsente
e nello sdoppiamento si palesa
a tu per tu con l’io semplificato
accede a densità complesse, ma
contro rarefazioni metafisiche
affronta il caso e la necessità
l’ombra e l’attesa

ed è scontata in noi l’ora del mai
la non domanda a tutte le risposte
e smemorarsi tra la notte e il giorno
sperando d’arrivare alla chiarezza
lontani da illusioni ed allusioni
_io qui ti sposo, me stesso in questa vita
nella cattiva e nella buona sorte_

 

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Spifferi

dalle persiane d’un balcone a sud
_versi per liste_
prima che nelle fosse approdino
e che bandierefazzoletti accusino
chi se ne lascia contagiare _ma
ruba l’idea_
che poi li vedi disegnati e scritti
copincollati in fabbriche di carta
           per cure alternative
          medici senza scrupoli pre_scrivono
          controfirmando le ricett(e)azioni
          da medicine doc a farmaci generici
mentre malata d’utopia
combatto virus di parole e
assumo cucchiaiate di scirocco

Settembre 2016

 

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La falla nel pulviscolo

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L’arte è un sublime mezzo di trasporto

  un’anta a specchio
poggiata alla parete
riflette una figura, me la spaccia
per una spia venuta dal passato
pertanto se recrimina il remoto
della rinunciataria acquisizione
_se avesse mani
mi punterebbe il dito accusatore_
io me la svigno
mi perdo nella rete
mi lascio andare al vizio di conoscere
musica eventi immagini
mari montagne spazi ultragalattici

e quando sopraffatta
dall’ immensa bellezza d’ogni vita
dalle visioni audaci dei poeti
da sinfonie immortali
avverto un capogiro
una felicità da mancamento
un senso d’ultraumano

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Per adesso

Per adesso
mi sento come un cespo d’insalata
resisterà nel frigo qualche giorno
_inesorabilmente si appassisce_
lattuga e vecchi si diventa crespi
predestinati al rito del riciclo
refrigerati nel rifugio adatto
per adesso
preferisco una maschera fiorita
da Pierrot
che al posto della lacrima
ha un gelsomino sulla guancia
un quadricuore acceso nella stanza

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Memorie d’infinito

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