Dal settimo all’ottavo
che la più parte degli umani muore
con le proprie vicende belle e brutte
sé stessi dentro il corpo che s’appanna _fargli l’inchino per la persistenza_
e tra imperfetti
gerundi participi e congiuntivi
nei trapassati prossimi e remoti
condizionati dagli indicativi e
di tanti verbi
saperne coniugare solamente
l’infinito presente e qualche se
magari vi va di leggere anche questa, a me ha chiarito dubbi e confermato alcune certezze:
Nella foresta dei tendaggi
perdersi umani
per ritrovarsi corpi innocenti nel chiosco dei colori
dipinta dalla bocca alla pancia rotonda
donna mela sottratta alla cassetta
l’uomo perduto
l’eden deliberatamente disatteso
per il divano di lettura insieme
tra le carte da gioco e le scartoffie
fuori si fa pianura il tavolo da bosco
il letto che si stacca dai suoi rami
arriva il sonno
fin quando la mattina
nella cucina dei travestimenti
bere il caffè facendo scena muta
Capelli blu di prussia
più piccola d’un gatto
seduta sul ripiano del comò
accanto al portacipria di mia madre
ereditato coi suoi rouges à lèvres
a farmi le boccacce
_ero cresciuta poco, per mancanza d’ossigeno_
e faccio un’ombra tonda ora che ho smesso
di vivere da donna, di sospettarmi umana
un ciottolo di riva
ha secoli per farsi levigare
noi che ci asporta un po’ alla volta il male
l’intimità dei corpi _conchiglie senza mare_
forse sappiamo l’infinito
ridotti all’essenziale
Eliminare tanta roba inutile
oggetti fuori testo
un barattolo d’acqua per annegare cicche
la graffatrice che non spilla più
rescindere contrattazioni anomale
sospendere questioni meta_fisiche
l’anamnesi non conta
se i medici non sanno di scalate
_i chiodi erano gratis, perfino in eccedenza_
e non esiste farmaco per affezioni critiche
quando si nega ascolto ai non utenti
così m’avvio per luoghi più sicuri
in fuga dalle sale predatorie
perché sono malata seriamente
d’insufficienza venale
Nel giardino abbandonato merli e cornacchie becchettavano tra le gramigne e i rami inselvatichiti dei meli.
In fondo a un vialetto di ghiaia, costeggiato da erbacce, c’era una villetta dai muri scrostati e dalle finestre sbilenche, il tetto di tegole sconnesse e le grondaie traboccanti di foglie marcite.
Penzolante dal cancello, sotto il numero civico sbiadito, un avviso su cui si leggeva a stento ”vendesi”.
Tra la parete posteriore della casa e il muro di cinta, una zona di sterpaglie dove, accanto ad un pozzo in disuso, spiccava una piccola verdeggiante aiuola fiorita di calle.
Noi ragazzi ci infilavamo sotto il reticolato per raggiungere un ripostiglio stretto e lungo dove erano accatastati vecchi attrezzi, vanghe, roncole arrugginite, una tanica da irrorazione appesa per le cinghie sfilacciate, alcuni manici di legno tarlati e un bruciatore di ghisa spaccato.
Avevamo ripulito alla meglio il pavimento dai minuscoli escrementi dei topi e steso dei giornali. Ci si riuniva per leggere in santa pace albi di fumetti e scambiarci figurine, lontano dai richiami perentori delle madri.
Fu il più piccolo di noi a farci notare l’aiuola quando, dopo essere uscito per fare un bisognino, ci venne incontro ridacchiando divertito e, indicando le calle svettanti sulle grandi foglie, si pavoneggiò delle virtù concimatorie dei suoi residui organici.
Ci avvinammo per scrutare ciò che vi era stato appena deposto, ancora fumante.
Ma scorgemmo anche qualche altra cosa tra gli steli e il terriccio, una forma segmentata, vagamente somigliante a un ragno di plastica. Nessuno osava raccoglierla.
Mi feci coraggio e, mentre l’afferravo, se ne staccarono alcuni frammenti, per la precisione le falangette ossee di un dito.
E adesso come la metti? Hai cominciato a raccontare ed eccoti qua, a chiederti come puoi concludere questo dannato racconto. Che poi, a definirlo tale… Vediamo, potresti far entrare nella storia il fantasma di un corpo sepolto, perché, sembra chiaro, sotto c’è sotterrato qualcuno.
Bisogna scrutare attentamente sotto le foglie, alla base degli steli e intorno alle radici.
Procedo in avanscoperta, gli altri stanno dietro tenendosi addossati, silenziosi.
Sono nel centro dell’aiuola, quando scorgo una forma biancastra nel terreno smosso.
Un tremito mi percorre la schiena, mi blocco, mi va via la voce… quello che vedo sembra in tutto e per tutto una testa, piccola, di bambino.
Ehi, non te la caverai descrivendoci la triste storia di un rapimento di tanti anni fa? Potrebbe essere credibile. No, non convince nemmeno te. Quindi? Se te lo suggerissi io, dovresti dare ulteriori spiegazioni della mia presenza nel racconto, non ti pare? E che figura ci farei? Del tuo alter ego visionario? Uhm… Deciditi, e finiscila decentemente questa vicenda che non ti ha chiesto di essere narrata.
E va bene!
Dunque, che si fa se si è un bambino vivo davanti alla testa di un bambino morto?
Si urla a squarciagola, perdinci! E poi con gli amichetti si corre terrorizzati verso casa, si balbetta, si piagnucola, e infine si riesce a far capire qualcosa ai genitori.
Beh, facciamo che a questo punto i bambini vadano a messi a letto, calmati, abbracciati, rassicurati: ci penseranno loro, i genitori, a verificare l’orribile cosa.
Intanto cala la sera (e questo è di prammatica, ma possiamo risparmiarci la notte tempestosa e il buio dilagante).
Arrivano i baldi genitori a far luce sul posto, letteralmente, con le torce elettriche che frugano nel fogliame: la manina è li per terra. il ditino mancante, la testina pure. Sporge dal terreno anche parte di un piccolo torso.
Accanto al corpicino affiora quanto resta di una piastra metallica arrugginita, un’insegna su cui si legge a malapena:
LAB TORIO ART G NALE
SI RIP RAN BAMB LE E M NICH NI
Mi confesso alle cose del cielo
prima che il gallo canti o che il rumore
della giostra dei tempi imperfetti
coagulati
vernice sull’unghia
nodo di spago avvolga il soliloquio.
Vorrei mimare il suono del caffè
che sale: crsh crsh
spengo dal suo sognare, forse, (che ne posso
sapere dei suoi sonni?) il moscerino
appiccicato al vetro. Sono la Parca che decide
i suoi ultimi istanti, suo malgrado
il suo dio, anche suo agguato.
Lo tsunami di un microbo
basta un colpo di tosse.
Un elemento che sia acqua o fuoco
o divino delirio
una scossa del mondo
siam forse molto più che moscerini? Chi
lo può dire? Chi lo può affermare?
più importante di un uomo
forse
il clostridium botulinum.
da “Attraversamenti verticali” (Il Foglio Letterario edizioni – 2009)
sarà la giornata più lunga
sembrerà che ogni vigilia rimossa
ogni fatto incompiuto
abbia la stessa proprietà dell’accaduto
gli accidenti di sempre
meno che impronte sopra il borotalco
e i gesti
quel ravviare i capelli con le dita
l’abbraccio forte che non lascia andare
il disporre le rose dentro un vaso
e l’ascoltare denso, il senso che ogni cosa
ogni volo d’ephemera ogni suono
che fosse pure un pigolio
ogni mela tagliata in quattro parti
fosse la stessa geometria dell’architetto
o un castello di polvere di riso
parole che si stinsero
pronunciate col margine di dubbio
ai propri morti ai vivi ai sordi ai venti
dopo
sarà come necessità conclusa
essere stati muti.
Luce che fa già inverno
nella definizione dei contorni
per trattenere chiuso tra persiane
un vento-ritornello e qualche giorno.
Ha preso il suo cappello
la sciarpa ed il guinzaglio
senza il cane.
Vaga per strade di periferia
fischiettando un motivo d’altri tempi
i nomi degli amori e degli amici
di quanti sono andati.
Scatole chiuse sopra il comodino
malinconie violate dalla polvere.
Prima di addormentarsi libro in mano dice a quell’ombra che gli vive dentro: se non mi sveglierò sapranno che facevo il finto vivo e camminavo per dimenticare.
navi da golfo mistico
in avaria le cavità metalliche
tambureggiare sviolinare stridere
orchestrazioni di massa
un emiciclo di ripercussioni
nella platea degli uditori
chi rimaneggia note e noterelle
critiche altisonanti o liste per la spesa
e chi attraversa l’opera remando
da fine settimana a fine settimana
__o week end, come vi pare__
lustrare gli occhi sparsi di chi sa
che tutto muore
come le note già suonate
nella toccata e fuga da sé stessi
dopo la pioggia e il sale
un arc-en-ciel che ride di perversa virtù
avvisa naviganti e suonatori
che s’è svuotato il mare
Timbrare il suolo a misura di piedi
correre dai talloni alle meningi
impronte a perdifiato
Achille e tartaruga al tempo stesso
_ utopico il sorpasso_ (dove siamo?
e dove sarà quel punto esatto?)
È come andare stando fermi al centro
precipitare senza mai atterrare
e senza mai raggiungersi alle spalle
risorgere da voli _pindarici o terricoli_
diventare orizzonti
o scomparire
Nel togliersi il cappotto
si vide bene ogni particolare
segni d’irriconoscimento li potremmo dire
non servono bottoni mormorò la donna
prima sfilò le maniche
era in piedi e guardava davanti
un moto si risolse nello specchio:
ci si sforzava di distinguere
gigli in penombra
le passamanerie delle pareti
i movimenti cauti
si poteva cadere per un sibilo
o vorticare un attimo
dipendeva dal gesto volontario e dalle storie
che un ninnolo cinese riusciva a raccontare
forse un foulard turchese poteva ricoprire
non è detto
un altare per cerimonie mimiche
fu così che perdette il corpo
sotto non c’era niente, non domandate come
era rimasto solo un che d’argento, sembravano capelli
non fu mai confermato.
Un soffio verso l’alto
a proferire in lingua passeggera
un palloncino a rischio d’ago
precipitare
sopra camminamenti senza uscita
un muraglione che separa i vivi
dai morti _e non si sa chi viva o muoia_
in attesa che venga dalla luna
risposta alla domanda d’acqua e terra
dalla sua luce che imbelletta il mondo
e ci fa stare
affamati d’amore e di certezze
ebbri di storie e versi
consegnati a tempeste di teatro
maschere vuote sotto i nostri gesti
le locandine affisse alla memoria
per non ruotarci eternamente intorno
per non spegnerci dentro
Soli
Finito il tempo delle arance
rimangono parole senza nido
uova di pietra che
nessun calore porterà alla schiusa
le chiocce tutte han smesso di covare
assiderate e arrese
all’ultima volata di stagione
in una nebbia che si va infittendo
le donne che portavano ghirlande
hanno deserti in cui fingersi sorde
_le spia chi sta di guardia ai temporali
ed ogni cosa annota sui taccuini_
tuttavia
nessuna sfida può arrestare i sogni
né metterli a tacere
:squillano di colori
nemmeno il buio più buio li fa sparire
sospesi come fogli indicatori
ai rami lagunari
fanno luce a chi ha smesso di cercare
e coltivando sassi
ha progettato la sua gita al faro
Qui, nel luogo dei vestiti stretti
guaine
delle nostre filastrocche esistenziali
vanno a coppie i pensieri
sul pianeta riciclo dell’azoto
appare azzurro il piano
che ci sottrae sapienza secolare
assoggettati ai sensi
in un continuo perdersi e trovarsi
ci accontentiamo di piaceri minimi
immemori dell’estasi
e trasmutiamo nei sistemi solidi
i corpi
il tempo
i numeri
effimere di tavole periodiche
pulviscoli di soli
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