Quando si perse sorvolando
dalle cime dei tetti
una platea di giardinetti incolti
i mimi s’intrattennero sbirciando
ore di campanile e stonature bronzee
scandire le mezz’ore
il bubbolare monocorde dell’assiolo
__sua principale esternazione
inalberare cose d’intelletto__
che non sono per quelli come lei
dediti a far passare le giornate
in cambio di minuti.
C’è una dimenticanza a dimezzarla
e tra le due metà
l’occhio benigno che registra un film
__attori comprimari
se non fosse che lei vive di frodo__
nel fare appello all’emancipazione.
Ma la tradisce la sua riluttanza
__la verità l’inchioda senza scampo
a sentirsi ridicola__
vorrebbe essere morta eppure cede
ogni volta che un fiato la reclama
al proprio vano
intestardito vivere
Occhi affacciati
sui graniti
sui vetri
sugli scivoli del metrò
sulle banchine
sui tavoli dei bar
occhi di oscurità
occhi stanchi di pena
hanno liquidi sogni alla deriva Alcuni hanno costanze dure selvagge pesanti e inamovibili come lapidi
Alcuni
mentre fuggono
raccontano di strade
in cui persero l’anima
Isole senza mare Alcuni hanno grida già morte
Altri
silenzi incolleriti
abbandonati
poveri
istrioni
occhi feriti
scoprono a intermittenza
insegne di follia
covi di amare brame
Battono sulle facce ombre e cancelli
discendono le scale s’attardano alle porte
rasentano aspri muri
s’acquattano scaltriti nella notte
Segnature di foglie ormai inservibili
offese macerate nei rigagnoli
Alcuni
occhi ridenti
chiamano ad un’intesa
che conforta
come una salda presa
una domanda accolta.
Dal settimo all’ottavo
che la più parte degli umani muore
con le proprie vicende belle e brutte
sé stessi dentro il corpo che s’appanna _fargli l’inchino per la persistenza_
e tra imperfetti
gerundi participi e congiuntivi
nei trapassati prossimi e remoti
condizionati dagli indicativi e
di tanti verbi
saperne coniugare solamente
l’infinito presente e qualche se
magari vi va di leggere anche questa, a me ha chiarito dubbi e confermato alcune certezze:
Nella foresta dei tendaggi
perdersi umani
per ritrovarsi corpi innocenti nel chiosco dei colori
dipinta dalla bocca alla pancia rotonda
donna mela sottratta alla cassetta
l’uomo perduto
l’eden deliberatamente disatteso
per il divano di lettura insieme
tra le carte da gioco e le scartoffie
fuori si fa pianura il tavolo da bosco
il letto che si stacca dai suoi rami
arriva il sonno
fin quando la mattina
nella cucina dei travestimenti
bere il caffè facendo scena muta
Capelli blu di prussia
più piccola d’un gatto
seduta sul ripiano del comò
accanto al portacipria di mia madre
ereditato coi suoi rouges à lèvres
a farmi le boccacce
_ero cresciuta poco, per mancanza d’ossigeno_
e faccio un’ombra tonda ora che ho smesso
di vivere da donna, di sospettarmi umana
un ciottolo di riva
ha secoli per farsi levigare
noi che ci asporta un po’ alla volta il male
l’intimità dei corpi _conchiglie senza mare_
forse sappiamo l’infinito
ridotti all’essenziale
Eliminare tanta roba inutile
oggetti fuori testo
un barattolo d’acqua per annegare cicche
la graffatrice che non spilla più
rescindere contrattazioni anomale
sospendere questioni meta_fisiche
l’anamnesi non conta
se i medici non sanno di scalate
_i chiodi erano gratis, perfino in eccedenza_
e non esiste farmaco per affezioni critiche
quando si nega ascolto ai non utenti
così m’avvio per luoghi più sicuri
in fuga dalle sale predatorie
perché sono malata seriamente
d’insufficienza venale
Nel giardino abbandonato merli e cornacchie becchettavano tra le gramigne e i rami inselvatichiti dei meli.
In fondo a un vialetto di ghiaia, costeggiato da erbacce, c’era una villetta dai muri scrostati e dalle finestre sbilenche, il tetto di tegole sconnesse e le grondaie traboccanti di foglie marcite.
Penzolante dal cancello, sotto il numero civico sbiadito, un avviso su cui si leggeva a stento ”vendesi”.
Tra la parete posteriore della casa e il muro di cinta, una zona di sterpaglie dove, accanto ad un pozzo in disuso, spiccava una piccola verdeggiante aiuola fiorita di calle.
Noi ragazzi ci infilavamo sotto il reticolato per raggiungere un ripostiglio stretto e lungo dove erano accatastati vecchi attrezzi, vanghe, roncole arrugginite, una tanica da irrorazione appesa per le cinghie sfilacciate, alcuni manici di legno tarlati e un bruciatore di ghisa spaccato.
Avevamo ripulito alla meglio il pavimento dai minuscoli escrementi dei topi e steso dei giornali. Ci si riuniva per leggere in santa pace albi di fumetti e scambiarci figurine, lontano dai richiami perentori delle madri.
Fu il più piccolo di noi a farci notare l’aiuola quando, dopo essere uscito per fare un bisognino, ci venne incontro ridacchiando divertito e, indicando le calle svettanti sulle grandi foglie, si pavoneggiò delle virtù concimatorie dei suoi residui organici.
Ci avvinammo per scrutare ciò che vi era stato appena deposto, ancora fumante.
Ma scorgemmo anche qualche altra cosa tra gli steli e il terriccio, una forma segmentata, vagamente somigliante a un ragno di plastica. Nessuno osava raccoglierla.
Mi feci coraggio e, mentre l’afferravo, se ne staccarono alcuni frammenti, per la precisione le falangette ossee di un dito.
E adesso come la metti? Hai cominciato a raccontare ed eccoti qua, a chiederti come puoi concludere questo dannato racconto. Che poi, a definirlo tale… Vediamo, potresti far entrare nella storia il fantasma di un corpo sepolto, perché, sembra chiaro, sotto c’è sotterrato qualcuno.
Bisogna scrutare attentamente sotto le foglie, alla base degli steli e intorno alle radici.
Procedo in avanscoperta, gli altri stanno dietro tenendosi addossati, silenziosi.
Sono nel centro dell’aiuola, quando scorgo una forma biancastra nel terreno smosso.
Un tremito mi percorre la schiena, mi blocco, mi va via la voce… quello che vedo sembra in tutto e per tutto una testa, piccola, di bambino.
Ehi, non te la caverai descrivendoci la triste storia di un rapimento di tanti anni fa? Potrebbe essere credibile. No, non convince nemmeno te. Quindi? Se te lo suggerissi io, dovresti dare ulteriori spiegazioni della mia presenza nel racconto, non ti pare? E che figura ci farei? Del tuo alter ego visionario? Uhm… Deciditi, e finiscila decentemente questa vicenda che non ti ha chiesto di essere narrata.
E va bene!
Dunque, che si fa se si è un bambino vivo davanti alla testa di un bambino morto?
Si urla a squarciagola, perdinci! E poi con gli amichetti si corre terrorizzati verso casa, si balbetta, si piagnucola, e infine si riesce a far capire qualcosa ai genitori.
Beh, facciamo che a questo punto i bambini vadano a messi a letto, calmati, abbracciati, rassicurati: ci penseranno loro, i genitori, a verificare l’orribile cosa.
Intanto cala la sera (e questo è di prammatica, ma possiamo risparmiarci la notte tempestosa e il buio dilagante).
Arrivano i baldi genitori a far luce sul posto, letteralmente, con le torce elettriche che frugano nel fogliame: la manina è li per terra. il ditino mancante, la testina pure. Sporge dal terreno anche parte di un piccolo torso.
Accanto al corpicino affiora quanto resta di una piastra metallica arrugginita, un’insegna su cui si legge a malapena:
LAB TORIO ART G NALE
SI RIP RAN BAMB LE E M NICH NI
Mi confesso alle cose del cielo
prima che il gallo canti o che il rumore
della giostra dei tempi imperfetti
coagulati
vernice sull’unghia
nodo di spago avvolga il soliloquio.
Vorrei mimare il suono del caffè
che sale: crsh crsh
spengo dal suo sognare, forse, (che ne posso
sapere dei suoi sonni?) il moscerino
appiccicato al vetro. Sono la Parca che decide
i suoi ultimi istanti, suo malgrado
il suo dio, anche suo agguato.
Lo tsunami di un microbo
basta un colpo di tosse.
Un elemento che sia acqua o fuoco
o divino delirio
una scossa del mondo
siam forse molto più che moscerini? Chi
lo può dire? Chi lo può affermare?
più importante di un uomo
forse
il clostridium botulinum.
da “Attraversamenti verticali” (Il Foglio Letterario edizioni – 2009)
sarà la giornata più lunga
sembrerà che ogni vigilia rimossa
ogni fatto incompiuto
abbia la stessa proprietà dell’accaduto
gli accidenti di sempre
meno che impronte sopra il borotalco
e i gesti
quel ravviare i capelli con le dita
l’abbraccio forte che non lascia andare
il disporre le rose dentro un vaso
e l’ascoltare denso, il senso che ogni cosa
ogni volo d’ephemera ogni suono
che fosse pure un pigolio
ogni mela tagliata in quattro parti
fosse la stessa geometria dell’architetto
o un castello di polvere di riso
parole che si stinsero
pronunciate col margine di dubbio
ai propri morti ai vivi ai sordi ai venti
dopo
sarà come necessità conclusa
essere stati muti.
Luce che fa già inverno
nella definizione dei contorni
per trattenere chiuso tra persiane
un vento-ritornello e qualche giorno.
Ha preso il suo cappello
la sciarpa ed il guinzaglio
senza il cane.
Vaga per strade di periferia
fischiettando un motivo d’altri tempi
i nomi degli amori e degli amici
di quanti sono andati.
Scatole chiuse sopra il comodino
malinconie violate dalla polvere.
Prima di addormentarsi libro in mano dice a quell’ombra che gli vive dentro: se non mi sveglierò sapranno che facevo il finto vivo e camminavo per dimenticare.
navi da golfo mistico
in avaria le cavità metalliche
tambureggiare sviolinare stridere
orchestrazioni di massa
un emiciclo di ripercussioni
nella platea degli uditori
chi rimaneggia note e noterelle
critiche altisonanti o liste per la spesa
e chi attraversa l’opera remando
da fine settimana a fine settimana
__o week end, come vi pare__
lustrare gli occhi sparsi di chi sa
che tutto muore
come le note già suonate
nella toccata e fuga da sé stessi
dopo la pioggia e il sale
un arc-en-ciel che ride di perversa virtù
avvisa naviganti e suonatori
che s’è svuotato il mare
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