_et in Arcadia ego _
si fermano i viventi
appoggiati ai pensieri d’inverno
per conoscerne il nesso
comprese le questioni escatologiche
(chi cominciò a guardare nel mistero)
e la figura
nascosta dietro i salici
donna dalle dismesse meraviglie
_non la notò il pittore_
ebbra di vita
affaticata d’innocenza
sulle ciocche innevate
d’inattesa domanda la sorprende
l’uomo che scruta il viso
in un piovasco di minuti e
ad onta della fisica
anima di respiro anche la pietra
e lei s’attarda ancora
a sorseggiare un vino blu _la vita
ritocca il suo ritratto sottovetro
incorniciato di pareti e sera
In una lingua indicativa
senza bisogno di grammatica
in assenza di sillabe _al massimo una o due_
pronunceremo il titolo del film (la nostra vita in
presa diretta) addurne scuse se
malfunzionante ogni sistema pratico
ricorriamo all’onirico
almeno avremo di che dire in blu
soffi di cielo ed altro senza segno specifico
le parole nascondono altri fini
: vorrebbero ridurci a penne e fogli
al massimo tastiere _lo permettiamo per
sentirci vivi_
ché non ci può bastare l’effimero dei gesti
e consapevoli
d’ogni attimo che nasce
d’ogni attimo che muore
e che si accade vivi ad ogni amore
muti _perfino un oh scandito male
può soppiantare un altro suono
solo perché all’orecchio giunge nuovo_
e ci commuove e ci dispera
l’esserci accanto e non saperci mai
Si adattano
amori consumati in fretta
agli interstizi
verdi sussurri di parietaria
né mare, né sabbia,
onda di segatura,
passeri sul rigo del telegrafo in fa
diesis
ribollire di sangue le tronche
parole di miele
calendario dei giorni che non
verranno mai
promesse perfette di niente
spose d’autunno
sull’asse da stiro
officiante di sera a porte
chiuse
l’indomani dimenticata festa
scatto di serratura.
Fuori sul davanzale una
piuma.
da “Attraversamenti verticali” (ed. Il Foglio Letterario – 2009)
era trascorsa tanta vita
e chi restava a completare il gioco
temendo in fondo che una storia sghemba
si rifugiasse ancora tra le pagine
s’accomodasse a un tavolo per due
vide seduta l’ombra sul punto di svanire
_una certa bellezza respirava_
sotto l’arco dei glicini
passavano dei treni
andavano a morire in lontananza
non si viaggiava più per esser vivi
si poteva restarsene al di qua
anche se diventati trasparenti
attraversati da malinconie
era trascorsa mentre
se ne stava appoggiata alla finestra
_giù nella strada la verità cadeva a non finire_
e ci si approssimava alla partenza
lo si vedeva scorrere negli occhi
come nei sottotitoli di un film
l’addio dei rassegnati
a salutare chi non può partire _ma nemmeno restare_
Una buca per ore piccole
scavata con le mani, lei
ci seppellisce occhi di bambola
trucioli di falegnameria
mappe degli espropri di casa
_a Napoli o a Salerno_ gli antenati
impassibili alle furfanterie
favorivano i ladri.
La madre disse che s’invecchia quando
son gli altri ad invecchiare
quando ti guardi nello specchio e attendi
che si svolgano i fatti
i patti essendo nulli
il Poeta sapeva che dal colle
smentiva d’infinito ogni esistenza
animula vagula blandula
le colonne resistono, i graniti,
fioriscono nei secoli sempre gli stessi acanti
gli archi danno la forma all’aria intorno
__imperatori o scalpellini__ i nomi
li polverizza il tempo
e la dimenticanza.
Da uno dei libri a me più cari “L’io della mente” ((Hofstadter e Dennett – Adelphi) e ancora incredibilmente attuale, riprendo alcune considerazioni su argomenti che mi hanno da sempre affascinato.
È dagli albori della storia che l’essere umano si è interrogato sulla libertà di scelta e sul destino.
Ha posto le domande a teologi, filosofi, scienziati, aspettando risposte che mai sono state del tutto convincenti.
Escludendo ogni fideismo, riferendosi invece alle ultime scoperte della scienza, interroga se stesso, perché ha intuito che non può esserci separazione tra l’Ente creatore e le sue creature.
Per dirla anche noi con Lao-Tsu, dovremmo semplicemente esistere nella naturalità delle cose, come progetti di una creazione continua ed infinita in cui siamo immersi, parte dell’Assoluto che, essendo Tutto, è anche noi.
C’è un interessantissimo passo in cui si parla di “sottopersone”, nel senso che ciascuno è non solo il sé del momento, ma, nell’attimo stesso, i tanti.
Il Dio che s’ immedesima nel Mortale, l’altro da sé che è la sua parte umana, il Mortale racchiuso nel limite dello spazio-tempo, tuttavia parte dell’illimitato che lo contiene, e, perciò stesso, infinito.
Il Mortale è ciascuno di noi senziente, consapevole di essere e di significare il proprio esistere.
Il libero arbitrio è quindi soltanto una delle caratteristiche di Lila, il Grande Gioco. E come questo è illusorio: non nel senso che comunemente diamo a questo termine, bensì come presa di distanza da sé per ritrovarsi altro.
Quanto più il Mortale conosce del suo limite, tanto più se ne allontana.
Un gioco di specchi all’infinito, la contraddizione moltiplicata per ogni sé contiguo e percipiente, morirsi ogni attimo per viversi.
Un mondo di apparenze, questo sperimentiamo, un mondo di materia labile nella sua essenza quantica, in cui siamo pixel di luce in continuo mutare.
È l’acquiescenza delle cose
il velo nero a smerli ben nascosto
indice di una certa riluttanza
a mantenere l’ordine dei piedi
_scrivere calze appese ad asciugare_
tempo di mosche agli occhi
le mani le congiunsero di forza
_rosari tra le dita e lei non c’era_
e si diventa esperti di mancanze
ematoversi sciolti nelle teche
e come san gennaro
tracce di noi nel sangue impoverito e
_hai visto mai_ che si divenga eterni
quando non si è esistiti?
la verità nuda e cruda
più nuda che cruda
apre le porte della carne viva
separa sponde di mari verticali
e senza intermediari
invita il cielo a penetrare
l’ orizzonte del mondo
e dio si coagula in
1200 gr. Calcio
680 gr. Fosforo
150 gr. Potassio
21 gr. Magnesio
5 gr. Ferro
2 gr. Zinco
150 mg. Rame
16 % Proteine
13 % Lipidi
5 % Sali minerali
1 % Glucidi
65 % Acqua
Vitamine (tracce)
e poi vagisce…
(da “Fiori e fulmini” edizione Il foglio letterario – 2007)
procedere tra quanto si è perduto
o soltanto scansato _immaginarsi d’oltrecielo_
in partiture d’aria
in gesti disegnati
nel proclamarsi vivi _ammesso che si sappia_
e presi alla sprovvista sciorinare
i propri panni al filo d’un balcone
essere pietre e ricadere pietre
che se si fosse foglie
si potrebbe
galleggiare nel sole dei rigagnoli
scriversi invece, sotto dettatura _noi romanzi_
che la maestra vita ripropone
in capitoli sparsi
in sillabe irrisolte
e poi firmarsi con la scolorina
a pie’ di pagina
si possono sentire tra i capelli o
nello spazio di un’asola metallica
ingaggiare sensori di titanio
insufficienti a eludere il silenzio
e se la rete delle convenzioni
esige contraffare gli andamenti
rammaricarsi delle circostanze
_il dito sulla luna_
ciò che nessuno vede per davvero
è la prigione dove stagna il cuore
allora è bene
allontanarsi dalle lontananze
annodando lenzuola __evadere dai letti
trovare pace in zone misteriose
dove si fa preghiera l’intelletto
e senza più parole
dire di sé quanto rimane acceso
lumino nella notte
Cominciare col se
nelle retrovie di un sapere incongruo
nella periferia del ricordo
affioramento a bolle le letture
ingredienti d’un paté de lois gras
___________ un pasticcio di regole
sfidate, evase di quel tanto da
le inchieste spaziano su territori anomali
carestia di nozioni
assorbimenti casuali e si diventa
grassi o poeti
___________ io sovrappeso.
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