era lì
nell’apparente ghiaccio
tra maschere e teatranti
e disse “avanti” a chi
scriveva di flamenchi e déjà-vu
ne vide gli occhi
verdi d’un male calmo
nel gran tergiversare di saccenti
fiera di fatto e fiera del suo nome
aprì la porta all’ospite esitante
e aggiunse una vetrina alle parole
dalle impronte-ricordi
un fuoritempo, un varco
da cui tenersi ancora distaccati
_mi pareva lontano, è già così vicino_
lascio all’amore alto
ai girasoli e agli uominigiardino-miei tesori
i miei tesori in lettere parlate
i giorni scritti tra le quattro mura
_pure spaziava l’anima dai tetti_
e le irruzioni del celeste tra
fessure aperte al centro del soffitto
s’incrociano di notte, ai simultanei lampi
le fioriture di salnitro
_ figure apparse e subito scomparse_
e s’intraprende un lento
moto di transizione
al proprio insediamento provvisorio
forse sapere quale geografia
non viene mai stampata in un atlante
_i sotterranei luoghi della mente_
amplifica il vedere
in una luce chiara e inesorabile
la condizione umana
Scoppia di sole
sbocciano figli d’uomini e roseti
le bombe in tasca
le corone d’oro
le condanne del tempo
a chi sa di latino anche il dileggio
mi sorprende il leggio
leggo io
che mi rintano nelle mie costanze
e prendo ogni stagione
anzi mi prende.
Nella mia casa che di mio non ha
nemmeno il suo pulviscolo
difatti
resto isolata tra le quattro mura
accoccolata al centro
uno sguardo ogni tanto mi proietta
fuori sul lastricato
e non c’è differenza
tra lo sparpaglio intorno e me
e le foglie
mi differenzio solo nel colore
io sono bianca
facciamoci il piacere
di tralasciare spiegazioni a cavolo
diciamolo
che alla conta dei resi
mancano sempre i furbi latitanti
se ne deduce che
non servono letture a contatori
né sottolineature a evidenziare
bottiglie in altomare
_altomarasma si dovrebbe dire_
sulla spiaggia di cocci e vetri rotti
messaggi al neroseppia
abbandonati sopra la battigia
e noi
che pattiniamo in superficie
come gli insetti d’acqua
_ci riteniamo innocui ed innocenti _
proseguiamo alla larga da chi affonda
compete ai mostri
feroci d’innocenza la salvezza
_gli umani si divorano tra loro_
la memoria li esenta dagli orrori
si tramanda la storia degli eroi
l’abbaglio degli artisti
ma sotto capitelli e cattedrali
dietro poemi affreschi e sinfonie
nei luoghi oscuri dei delitti
c’è il brulicare della gente persa
gli uomini stanno in piedi sul confine
intorno il girotondo delle tenebre
insidia i loro sogni di giardini
_ai fiori ci si aggrappa per dormire_
angeli spacciatori d’illusioni
conducono gli ignavi
al paradiso dei vissuti invano
Tutto ciò che non conosco e che
mi fa sommerso
ambiguo nel mio specchio deformante
m’induce all’evasione
da mediazioni soggioganti
anche se credo
di non avere più alcun credo
nella vita dei giorni trasandati
_l’ordine ammala_
sto nel pantano delle proiezioni
bevo l’annichilente diversivo filmico
in ubriachezza seriale
un contagio ipnagogico
mi dispensa dall’essere reattivo
guardo passare
quelli delle carrozze e dei castelli
quelli delle tendopoli e macelli
alla stessa maniera
_il bene e il male insidiano le menti_
e sembrano vincenti i vincitori
Forse i morti rimangono impigliati
in un tempo crivello a maglie larghe
_ ciottoli scritti a mare di tempesta_
e leggono romanzi nella sabbia
con occhi intrappolati nei granelli
cose da pazzi e da poeti
portare fatti e luoghi sulla faccia
_i mari e monti dentro le clessidre_
sognare d’altri cieli
con tappi negli orecchi
e bende agli occhi
fate matrigne
inzuccherano d’amori e di colori
le pillole di tutte le giornate
_dolori lutti e nuvolaglie nere_
e ridono di noi
di noi che siamo figli della terra
stolidi e ridondanti
nell’insipienza che ci fa cantare
un mondo vivo destinato a morte
l’aria che avvolge i corpi
è il calco d’ogni forma
_ una fusione a cielo perso_
l’antimateria ha il suo marchio di fabbrica
siamo scavati nelle nuvole
abbiamo l’elemosina del sogno
a farci vivi nella dissolvenza
_le variazioni sono effetti labili_
il dentro è della stessa consistenza
dell’aria che ne sagoma i contorni
anime confinate nei minuti
_lo spazio un vuoto a rendere_
siamo prova tangibile d’un Dio
che si diletta a nascere e morire
a nostra immagine
Sogniamo d’esser svegli
in un mondo di carta da sfogliare
in libricase riletti tante volte
dalle finestre confidenze angeliche
annunciano alla stirpe le spirali
_sarete madri e figli di voi stessi_
la voce che declina verbi e foglie
promette nuovi fiori alle sterpaglie.
Ed ecco che si fischia dai balconi
un alleluia di circostanza
ma ai nascituri inermi
non si rivela il furto della vita
mille comete sulle città morte
occultano il degrado e lo sfacelo
dall’uroboros ai nati nella paglia
l’astro tagliente sulle pietre alchemiche
spande la luce sua terribile
_saranno annichiliti figli e nomi_
Sogniamo d’esser svegli
nella speranza del chissà se poi
d’acqua, di terra, d’etere e di fuoco
nell’atanor del Dio dell’universo
si possa ancora vivere di noi
Strato su strato diventare antica
di sedimenti spesso inconciliabili
trasparenti per attimi e poi spenti
una torta di buon noncompleanno
anzi di buon noncedimento
_alta concertazione culinaria_
chi cuoce a fuoco spento se ne intende
certe volte mi assaggio per errore
vedo un aspetto che mi sembra bello
e scopro che se tutto è andato a male
sono una cuoca che non sa dosare
né glassature né zucchero a velo
presto subentrerò nella vetrina
dopo lo straccio delle pulizie
_sarò piatto d’argento ma vacante_
un tavolo infantile sparecchiato
e nessun altro dolce da spartire
non un suono pronuncia il disordine
il vedere chiassoso impagina murales
_nel disimpegno lungomare_
strade con solo un margine
dall’altro non finisce e non si va
ci si trattiene a viversi di lato
tralasciati da punti in sospensione
in un bizzarro ritenersi astanti
le superfici espongono palazzi
come fossero veri
_le pareti si fingono distanti_
e non si appare che vestiti vuoti
appollaiati alle finestre
vapori a fil di vento
a tessere giornate in spazi assenti
città dipinte nei colori onirici
intorno a tutti i sé temuti e amati
_ci si può stare in tanti_
suggeriscono strade sul confine
oltre le cose conosciute e solide
varchi da cui si possa intravedere
un altro esistere _forse_
Mi tengono buona le risate
le battute sornione basculanti
_in mezzo scorre il tempo accelerato_
e sono ostaggio delle conseguenze
il fiato arruffa le malinconie
le parolemacerie fanno il resto
l’anima si ritrova nel cortile e l’oca loca
riporta dati freschi da quaqua
scrive delimitando incisi tra
lineette basse
_lo sanno anche le pietre del giardino_
affetta da malsane pertinenze
in fil di vita
invece di lustrare soprammobili
racconta a gufi e affini
le battute di faccia
_non uno smile di troppo_
e il riso necessario a scomparire
Sta occupando il mio spazio dalla fronte
alla punta dei piedi
pietrose lische
contamina di piombo isole agglomerate
liquefacendo vita
mi divento metallica, cromata
E fredda
pelle congela i miei vapori
All’apparenza simulo una forma
braccia d’avorio
perimetri di sangue e di respiro
ma dentro è lei che avanza
con precisione e squame
di cemento
sotto il vestito
una marmorea coda
sentirò l’onda battermi sull’orma
cancellare i miei piedi
Il mondo in un rettangolo
appare l’Arte e l’arte della guerra
il cibo per chi ingrassa e per chi impara
un tourbillon di meraviglie e orrori
balli di terra e cuochi da vetrina
gare di chi non sa di non sapere
Con incauta pazienza
si coltivano campi di parole
sperando in fioriture di stagione
ma nei palazzi di ruffianerie
si fabbricano maschere antilogos
_un buco nero senza stella intorno_
si sfrattano dai marmi gli abusivi
_ospiti in ossa e ossa da traslare_
bisogna sgomberare dalla polvere
restituire il letto di granito
ai rispettivi proprietari
e noi, che tumuliamo amori nelle nuvole
sparpagliandoli in cenere e memoria
ci dedichiamo a siti da gestire
per incontrarci vivi anche a distanza
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