da Mauro Antonio Miglieruolo (mam)

La cavalcata e il suono 

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Pensieri come vengono e vanno

ornitorinco -by criBo

                      

Il presente è un attimo compreso tra quello appena trascorso e quello che verrà.
Mi pare fosse Parmenide a definire l’attimo immutabile, e il tempo una serie infinita di attimi, ciascuno fermo nella sua immobilità eterna.
Anche Zenone, col suo Achille e la tartaruga, suppose che o noi siamo una immobilità intrinseca, oppure paradosso infinito.
Non posso sapere da cosa nasce la mia poesia e perché a volte mi suggerisce che
“tra due torce si vive.
e la morte è una stella nel petto”
Oppure che Ofelia non è mai morta e non può morire, proprio perchè sfuggita alla serialità, che non la potrà mai catturare.
Persiste nelle dimensioni infinite in cui l’attimo è contemporaneamente punto e spazio, finitezza e immortalità.

Sarà forse per questa percezione straniante del tempo, che, per esorcizzare le mie paure, racconto di me, della vita, degli affetti e di tutto quello che giunge al mio intelletto.
In tanti anni di scrittura mi sembra di capire perché proietto i miei timori inconsci nei versi, e ho appreso molto, andando a ritroso, di me e della mia psiche, del perché a volte mi pare abbia la resistenza dell’acciaio, a volte la fragilità di un vetro che se ne va in frantumi.

Attimi: quello in cui vorrei poter urlare con voce di vulcano o di tuono, l’altro in cui saper gemere come animale ferito nel buio della sua tana. Ma non riesco, c’è sempre una presenza che stempera i dolori più grandi e li fa diventare sopportabili, per quanto incomprensibili.
Tuttavia è presente in me una voce desolata, che tenta di chiedere ragione di ferite inferte, di contrapposizioni crudeli, di inimicizie di cui non so spiegarmi le ragioni.
Quindi non urlo, semplicemente dico.

Scrissi in un verso, ricordo vagamente “firmare la notte”, mi chiesi se non fosse il sogno di ogni essere umano: lasciare un indizio di sé, d’essere stati vivi, non solo cifre in calce all’immanenza.
“siamo faville nel grigiore
bagliori nelle tenebre insondabili
e fummo, ritornammo, ancora andremo
e sempre, misteriosamente, siamo”

Percorriamo la polvere, lasciando scie di luce.

                                         

                                                      

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Forse un cielo tatuato

cancello blu - by criBo

Quel giorno
per favore vestitevi di blu
in ogni sfumatura che vi piaccia
lei lo amava
ne colorò perfino il suo tramonto
che fu ben più di quanto
allora si potesse immaginare

nell’allegria d’un attimo
non disse mai dell’utopia struggente
che scompensava il battito

andrà senza bagagli al terminale
_chissà che a rovistare tra parole
lasciate oltre i cancelli, non vi sia
qualcosa che varrà per chi ne vuole_

nemmeno mai mostrò la nostalgia
per tutto ciò che si eclissava _andava_
come si fa quando si espira il fumo
anche se la paura la tremava
salì sul carro che la portò via

non posso dirvi ciò che l’aspettava
so che pensava azzurro e senza fine

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il mio romanzo

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da mam

 /fa-ombra-anche-lo-stelo-di-cristina-bove/

——–

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In tedesco

 

 

 

 

Tempo fa Anna Maria Curci tradusse questa mia poesia, ricordo che ascoltandola mi ricredetti su questa lingua che pensavo dura e poco armoniosa.

Qui dalla viva voce di Anna Maria  http://media3.roadkast.com/muttercourage/Dauer.wav

             

Durata

L’olivo dalla chioma d’argento mi somiglia
solo che esisterà ancora
quando delle mie ossa nemmeno la polvere
potrà nutrirne le radici.

E lo saprò
che il tempo di una vita
sia tralcio foglia o frullare di ali
è soltanto un momento, irripetibile.

Dauer

Der Olivenbaum mit silberner Krone sieht mir ähnlich,
nur wird er noch bestehen,
wenn von meinen Knochen nicht einmal der Staub
seine Wurzeln ernähren kann.

Und das werde ich wissen,
dass die Zeit eines Lebens,
sei es Ranke, sei es Blatt, sei es Flügelschwirren,
nichts anderes ist als ein unwiederbringlicher Augenblick.

                         
Cristina Bove, da Attraversamenti verticali
Übersetzung ins Deutsche: Anna Maria Curci

                    

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plagio, anzi ladrocinio

ho scoperto una cosa che mi ha lasciata parecchio perplessa: nel blog di una certa microcosmovision, una mia poesia tradotta in spagnolo e spacciata per sua, si tratta della mia  “Come gardenia”, ma non basta, l’ha intitolata rubando un altro titolo di mia poesia :”iNon più mi vesto a fiori”.
ecco dov’è:

http://microcosmovision.wordpress.com/2013/10/30/ya-no-me-pongo-vestidos-de-flores/

le ho lasciato dei commenti ma sono in moderazione

io davvero non capisco come ci si possa fare belli con le opere di un altro. boh…

 

 

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Il lungo viale

sentiero - by criBo

Percorrevamo gli attimi
alcuni verdi, alcuni inceneriti
i tulipani sulla scrivania –ricordi?-
nel mezzo della strada
e tra le masserizie dormire sull’amaca

tronchi tinti di bianco
illuminati ai fari _si cercavano aiuole in cui sostare_
non bastavano fogli di giornale a fare casa

si giungeva sugli argini
sconnessi da noi stessi e i pleniluni
sembravano focacce appese al cielo
ci sentivamo inermi e a modo nostro
rifuggivamo il mondo

ora c’è nebbia
vedo solo nel cerchio in cui mi trovo
ignoro spesso i nomi degli attori
_la rappresentazione è obbligatoria_
ma non ho appreso a leggere sui cippi
il viaggio in cifre esatte

vedemmo allora un albero abbattuto
era tempo di fulmini.
– lo schianto – tu dicesti, e fu come un saluto, –
ha risparmiato solo le radici –

portai con me quel pizzico d’add_io

.

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il mio libro su Arteinsieme

presentato da Renzo Montagnoli che saluto e ringrazio

http://www.arteinsieme.net/renzo/index.php?m=70&det=12191

.

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Male calmo

conchiglia - by criBo

.
mentre si placano i rovesci
le ondate che davano alla testa
andiamo raccattando gioie tristi
_avremmo scelto amori e circostanze_
magari in sospensione
tra qualche abbraccio e il niente

nel costato nel luogo dei respiri
un frangivento di metalli rari
resetta cavità e malinconie

La falla nella barca s’allargava
defluivano storie
sguardi esitanti alle maree dell’ombra

infine arresa ai silenziosi flutti
mi spiaggerò su quella stessa riva
male che venga   _come una risacca_

orecchio sordo al suono di conchiglia
chi resterà sospeso in altromare

.

.

  

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da MAM

Si può anche vivere a sorpresa di Cristina Bove

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il mio romanzo!

Cari amici, quando iniziai a postarlo a puntate i vostri commenti mi incoraggiarono

e continuai a scrivere. Ed eccolo qui, il mio primo libro di narrativa

prima_copertina_bove

http://edizionismasher.it/cristinabove2.html

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Le storie

senza paradiso - by crBo

portatele altrove
dove non sia possibile narrare
storie scadute da bacheche antiche
i vetri rotti, i piccoli
labirinti di tarli

portatele nel cielo d’altri mondi
agli angeli supini
stanchi di custodire ed annunciare
_che ne facciano monito agli dei_
d’altro creare

ma forse siamo noi gli stolti dei
creatori di limiti e discrimine
maschere ricoprenti crani vuoti
incapaci di scegliere la luce
e solo amare

mi chiedo e poi non so cosa rispondermi
se non reminiscenza di pensiero
le mie visioni _ forse
per un eccesso ammoniacale
alle sinapsi

e storie _dunque
: di quelle che ritraggono illusorie
scene di vita (che cos’è la vita)
come spillare vino dalle botti
e zampillare un’eresia di fiori

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Bussano coi piedi

 riflesso lampada e viso  - by criBo


i legatori d’ombre
mani occupate ad annodare con la stessa fune
le forme del disordine
hanno giunture adatte a suoli aspri
s’inginocchiano a carte visionate tanto
da strinarne le fibre
ti contano i suffragi e le parole
suggeriscono mondi d’occasione e un riparare
che non ammette repliche

le stimmate cruente a congiunzione
di cieli posti a fingere orizzonti
sulle falde di terra, ectoplasmi di siero e nuvole.

Non apro, dormo al di qua dell’uscio
e sulla targa retroilluminata scrivo:
sono una forma fatta d‘insostanza
muto nell’ordine dei tempi
appartengo al divino
non posso soffermarmi ai campanelli.

 

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Tracce rimosse

nebbia - by criBo

Correva sulle ombre dei bambù
onde di terra
ragazza dalle spalle bianche
e nella cera il marchio
di gravità dolente

il caprifoglio a limitare strade
mai quiete
zufolare di canne, Pan-delirio
nell’ugola di sasso. Accentarsi l’aiuola
falcidiata
dalle suole chiodate
lo stesso muro scarno dalle pietre
scosse
le grida impresse, l’aria
sepolta dentro l’arca dei ricordi.

E chi ne ha fatto
semplicemente un dato come un altro.

                      

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Grammatiche elusive

 Vivere alla giornata 
sorpresi di svegliarsi ogni mattina
e sdoganare il corpo
al valico tra camera e salotto

assolversi dei compiti imprecisi
delle malinconie dei tempi andati
scendere da sé stessi e andare a piedi
fino alla porta delle percezioni
          era la strada a picco sull’ignoto
          a sequestrare le follie dei giorni
          il male oscuro sempre lì in agguato

formiche stampigliate sulla carta 
in fila per minuscole epopee
di piazza in piazza
la folla accorre, inalbera cartelli
          ed è sollievo stare alla finestra
          a farsi rasentare dalle nuvole

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Nona dimenticanza

botola in cielo - by criBo

C’erano segni strani nella polvere
sembrava una scrittura fatta a mano
_non ne riconoscevo la grafia_
forse chi scrisse già la cancellava

ora la traccio anch’io sulla vetrata
una parola, un’asola di luce
che mi faccia sentire senza peso
nella perseveranza delle cose

e qui sostare _un fremito alle spalle_
un’assolvenza ancora troppo umana
avvince il corpo, mi reclama il f(i)ato
nell’avvicendamento dei confini

intanto s’apre
una botola in cielo

                    _nessuno sa dove conduce_

.

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Essere quasi pesci

“Ogni persona è un  genio.  Ma, se giudichi un pesce dalla sua capacità di scalare un albero, passerà tutta la sua vita pensando di essere stupido”. (A.Einstein)

 

Il  Nulla… il non-sperimentabile, l’inesistente, l’ inconcepibile paradosso infinito.
E già definire il Nulla è atto appartenente alla sua antitesi, l’Essere.

Alla domanda “perché tutto è come è, e non altrimenti” di einsteiniana memoria, nessuno può dare una risposta.

Ma la vera domanda, secondo me, è: perché abbiamo bisogno di farci domande?

Forse ho dormito male, qualcuno potrebbe insinuare.
In effetti non proprio bene, ma la domanda si è affacciata molto tempo fa e ha tenuto svegli altri cervelli meglio equipaggiati del mio.
In una discussione con un amico matematico, si giunse al concetto che  “è l’essere lo scandalo, non il nulla”
È perchè siamo, che ci facciamo domande, ché, se non fossimo, ovviamente non ci sarebbe alcuno a farle. È qui che ci vedo l’anello di Moebius, i due aspetti di una stessa realtà l’uno funzionale all’altro. Mi chiedo: che cosa potremmo sapere dell’essere, se non avessimo cognizione del non essere?
Qualcuno fece impazzire ed impazzì per questo. E ci regalò il suo dilemma.
A me piacerebbe trovare nel mio semplice esistere il senso che non sia un senso”altro”, che non abbia precedente pensiero, che non sia mediato da altra coscienza se non la mia.
L’amico suggerì che forse soltanto nel punto di morte sarà possibile saperlo, e non si riferiva certo a convinzioni fideistiche.

 

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Speranza cronica

corsia_ospedale

 

un fiume corridoio di plafoniere
riflesse nelle sponde di graniglia
ci si annega
giovani e vecchi, livellati a fiato
si raccontano vite in ogni stanza

antiche cicatrici e nuovi indizi
l’analgesia risucchia sogni e grida

smarrita in questo bianco _i muri solo
portano tracce di colori ambigui_
tra un giorno di passaggio e una radura
docile tra gli abeti del parcheggio
afferro una possibile schiarita

una panca di pietra nel viale
una donna di marmo nell’aiuola
fotografo il viavai delle scadenze
_ce ne sono pressanti_
mi rendo conto d’essere scampata
a competenze, e che nel piano avanzo
mentre scorrono intorno le domande
che tutti fanno e a cui non si risponde

ho qualche appuntamento da fissare
alla porta di mezzo _ed un invito
da declinare gentilmente_
ancora

 

 

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Ottava dimenticanza

oltre la tenda - by criBo

l’anta d’una porta girevole
e sull’attaccapanni il suo cappotto
_non lo vidi arrivare_       strati d’aria
si mossero quel tanto ad avvisare
         non diedi loro retta
         preferivo un ritorno di memoria
         a una scontata frase fatta
nei vuoti galleggiavo in sospensione
strigide senza orientamento
nel rasentare armadi e suppellettili
non era il caso d’afferrarmi ai suoni
alla normalità di tutti i giorni
         e riapparivo a stralci             _lui sostava
         distratto dalle giravolte_    e non potevo
         non potevo lasciargli la mia ombra.
In quei momenti acuminati
guglie su cui s’inerpicava il grido
sfuggendo alle pareti di contatto
il nome        _come un respiro prigioniero_
si dibatteva in petto
         Sparivo per non farmene ammalare
         _e per non darmi arresa
         mi costringevo ad apparire      intatta_

                   

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