Di fingimenti e apparizioni
una delle poesie cui tengo di più,
la scrissi in uno strano stato di coscienza, più strano del solito… chi mi conosce sa.
una delle poesie cui tengo di più,
la scrissi in uno strano stato di coscienza, più strano del solito… chi mi conosce sa.
nei vicoli assonnati, nelle piazze
sulle guglie gaudìane sui fianchi tondi
di donne-cattedrali
in cima ai grattacieli e negli slum
si muore di piccole agonie quotidiane
canti di cigni
sinfonie sommerse
laghi di cartone color indaco
giovani delle mele prese a morsi
dei gradini saltati a quattro a quattro
tracciavamo iniziali nel cavo della vita
ma è un attimo svegliarsi
nel continuo sparire dei minuti
nulla resta tangibile
e noi stessi mutevoli e dispersi
non possiamo fermarci _la morte non è sosta_
la storia tutta è nebbia di fantasmi
se la campana suona
non ci chiediamo più per chi
forse non esistiamo
forse siamo soltanto dei rintocchi
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.
Lentezza quasi fissità
starsene sulla tolda ad osservare
che in certi luoghi di partenza
si lasciano valigie e passaporti
si sale a bordo piano
senza sbracciarsi in versi fuori sincrono.
La sabbia
che diserta le coste e le clessidre
scivolerebbe oltre noi stessi
granelli dell’asimmetria
l’eterno. Il faro
è ovunque si costeggi il mondo
perfino sulle tele dei pittori
dove ristagna l’onda arresa ai moli.
Siamo vortici immoti
dipinti nei colori di tempesta
o in apparente calma di bonaccia
un ancoraggio
che ci trattiene l’anima alla fonda
.
scivolano giù dal letto le scritture
formano una pozzanghera d’inchiostro
sullo scendiletto _ma se non hai mai avuto tappetini!_
è vero, non li ho avuti, ma soltanto per scelta
ché ho smesso da tempo d’abitarmi
e scrivermi graffiti alle caviglie
sei ripetitiva oggi, lo sai?
Sì lo so, ma se dicessi che
non me ne importa un fico fresco _secco, si dice_
ah già, ma secco o fresco
non m’importa lo stesso
: io quella me non la conosco
o meglio, la incrocio qualche volta per la stanza
faccio finta di niente
c’è un semaforo piccolo da tavolo
tra i suoi pensieri e i miei col rosso fisso
quando chiude la luna nei cassetti
e vive in me la sua controfigura
pipistrello d’argento
si aggrappa ai miei capelli alle mie braccia
nel raccattare sillabe di quella stessa voce
respirata nell’attimo che accade
tutta l’ubriacatura del pianeta
le risate diventano un diaframma
sui mille fogli che talvolta legge
controluce
.
.
tanti da non potersi enumerare
vivi ma addomesticati alle cose
o nebulosi, poco più che tende
ci passano attraverso
è che non si può stare veramente soli
nelle scomposizioni e fughe d’acqua
in viaggio da una stanza alle sorgenti
e verso il monte
_il nostro sacro monte_ (mi suggeriscono le voci)
:scorgo la vetta
e diventare scale i suoi versanti
dalle chiuse
si sale e si discende la corrente
poi si dovranno scompattare forme
riconoscersi fuori di misura
smettere di fluire in ogni senso
essere il punto e ciò che lo circonda
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nello stesso destino delle ore felici
o tempestose
delle gite dei nostri dolori fuori porta
il mare d’erba alta
i passi tallonati dalle offese
mancavano sostegni nei filari
grappoli e figli
respiri tronchi quando
partorivamo senza scampo
e tutte fummo violentate e uccise
per un’idea di libertà nata con noi
e tutte _ad ogni età_
siamo cangianti e un poco folli
donne vestite di sé stesse e nulla
che le imprigioni in pregiudizi e burka
l’uomo di strada ride sgangherato
d’involucri a scadenza
sbranerebbe l’amore se potesse
l’uomo che invece vive ed è
luce a se stesso
ne condivide il pianto ___ e quando è sera
nel proseguire insieme
proietteranno in due la stessa ombra
Una casa può avere pareti
di nuvole
di foglie
di niente
può respirare musica
può custodire immagini
in quella che lasciai
dipinsi varchi a tempera
finestre a mano libera
così che s’illudesse
d’avere stanze fuori
ed un giardino dentro
rimpiccioliva fino a sparizione
il punto
il gesto dileguava nelle onde
dicevano che fosse una follia
(per i mediocri il sogno
è l’autarchia di chi si dorme in proprio)
per quanto l’apparenza lo sconfessi
per quanto il corpo navighi per mari
di leggi ottuse e codici morali
_mentre la terra gira senza approdi_
un uomo è soprattutto il suo pensiero
i cervelli di carta ignorano sé stessi
perfino un gatto ne sa più di loro
son sicura
sognano i gatti, tra tegole e grondaie
forse di serenate sopra i tetti
senza regole imposte e pregiudizi
infatti un giorno
che m’affacciai a me stessa blu e bellissima
dissero d’aver visto una sirena
nuotare alla finestra
come in un quadro di Chagall
“Ti sei guardata bene?” chiese l’uomo
“Certo che sì -risposi-
sei tu che osservi con gli occhiali spenti”.

La forma si delineava alla pressione
della sgorbia
_più che la forza delle mani, il cuore, la scolpiva_
nella veranda illuminata c’era
una dilatazione temporale, un’isola staccata dalle coste
ed approdata tra colline brune
in un giardino transito di volpi
era il pensiero a scansionare strati
da cortecce staccate della quercia
nascevano figure
_un volto inciso e per capelli il muschio_
oppure la radice che già in sé
conteneva la madre ed il bambino
bastò togliere un poco di superfluo
spesso si stampigliava prima l’orma
e poi nasceva il piede
la curva docile di un seno
concentriche le fughe al taglio della lama
che liberava un fianco, un volto
un ricciolo spuntato dentro un nodo
ero adusa ad aggiungere e plasmare
_la creta era paziente, la rivestivo con facilità_
dal legno invece appresi a denudare
a eliminare tutto ciò ch’è vano
e ricavare solo l’essenziale
Ma come si fa a ritenersi seriamente seri
_io più che mai_
che avverto il mio consolidare
parole intorno ai fianchi
penso una mano: stella a cinque punte
ed al passaggio ch’è di tutti
l’intestino
il gran livellatore delle genti
più della morte
però non so se scrivo versi
per distaccarmi di quel tanto
che mi permetta un’infiorata e un sogno
oppure perché sento altro da me
la mediazione dei bisogni
“figlia mia, figlia mia!” _ me lo dico da sola_
attieniti alle regole comuni
sottrarsi nuoce alla salute
noi umani siamo veri come muri
viviamo del reale
_la domenica esclusa_
sei giri intorno agli orologi
a fare il periplo del niente.
in pieno sole
discutiamone insieme a un sorso d’alba
al tavolo _non sa d’essere tavolo_
al contrario di me, che so d’essere opaca
giusto per fare ombra
e mica è cosa seria, ma serissima assai
se d’improvviso il cuore
fa carambola
gradirei se nel corso dei lavori
si mettesse un triangolo d’avviso
: qui ci s’ impegna a ossigenare l’aria

Spire di fumo in veli blu
dipingono il soffitto
il respirare quasi sovversivo
un incaglio profondo nel pensiero
quando la luna è falce e taglia il viso
si potrebbe _lo sa_
chiedere il sole come un’oca bianca
e alla luce che incalza
scrivere di quisquilie___ ma s’impunta
l’acrobata impigliata alle parole
le appende allora come cenci d’acqua
ai ghirigori ferrei delle grate
una boccata incandescente
l’ultima riga tralasciata apposta
c’era troppo di fiamma trascurata
troppo di tutto il suono e della sera
che smemorava intorno
non resta che dormire
mettersi in salvo dai pensieri folli
curvarsi sulle ansie _anzi abbracciarle_
e allontanarsi con un fiocco in testa
brava bambina di cent’anni
tintinnava nell’aria un soffio emerso
docile all’ondeggiare delle alghe
_spariva e riappariva _
di stelle spente l’acqua riportava
forme talmente rarefatte che
l’antica voce
prestava invano le sue note _il canto
s’era interrotto nella sabbia
sembrava che lo scuotere dei tempi
potesse intrattenerne qualche bolla_
alto il riflusso.
Il vecchio timoniere ha perso il vento
se l’è dimenticato ad ogni attracco
e adesso rema nella sua dimora
naviga solitario intorno al letto
se pure chiamo non risponde, è stanco
ha riparato reti e stretto nodi
conosceva gli eroi delle burrasche
non poteva sapere che le onde
s’arrestano al di qua delle nottate.
Dorme fino al presente
separa il sé dal vecchio che intravede
si percepisce vela
ed è soltanto un albero spezzato
in questo andirivieni di battigia
Che sono mia e non delle correnti
d’acqua o d’aria che fossero
appartengo alle luci che s’impigliano
tra figlifiori alle pareti e luci
che quando sto per dire è notte
mi splendono il mattino
appartengo alle voci, anche
in cantilene da memorizzare
il silenzio mi s’annida nel petto _non lo temo_
e mi spartisce in due che più ne sanno
di questa donna all’apparenza vetro
ma siderale invece, quasi temprata stella
come del resto tutti, astri caduti e smemorati
dell’infinito che ci tesse intorno
noi che facciamo finta
d’essere microscopici e mortali
in fondo sono luce anche le pietre
e noi gherigli dentro un mallo amaro
che mettemmo tra noi per farci noi
di vista incerta _ch’eravamo dio_
per ritrovarci dopo esserci persi, e questo è il gioco
quanto c’incuriosisce il movimento
dai solstizi alle suole delle scarpe
eppure sempre noi
pensiero che stormisce nella carne
in un continuo scorrere d’abbagli
quel pensiero
nostra dimora vera inalienabile.
Se solo ricordassimo l’immenso
quando ci prende e ci asserisce il male!
Se solo ci sapessimo morire
alle misure, ai calcoli, ai confini
_e viverci d’eterno!_
il concetto residua come traccia
e se qualcuno ne confonde il suono
quale suo limite e prigione
ad altri è dato chiedersi ragione
dell’immanenza e della trascendenza
trarre dal mondo il senso dell’ignoto
ho rispetto per tutte quelle menti
che sanno scandagliare oltre ogni dato
che osservano curiosi il mondo e il sé
amo allo stesso modo
chi fa fiorire il suo giardino e chi
tenta la spiegazione delle cose
per me si tratta sempre di poesia
che fiorisca in cucina, in mezzo al grano
o dallo studio dell’astronomia
stimo gli esseri umani
quali eroi
di questa misteriosa realtà
hanno il coraggio d’affrontare il tempo
di vivere e morire
e _nonostante tutto_
amare.
.
col viso dei suoi anni e il cuore adolescente
disse di sé tutto il possibile _era tanto_
sopravvisse
a chi ne raccoglieva solo un gesto.
Mi racconta di sé
dello specchio sformato e riduttore
che ne cancella la parola e che
se fosse almeno grandine d’estate
di biancore
luccicherebbe terre inaridite
Mi racconta di sé
ma non sono abbastanza confortante
lei mi sorride un attimo _si volta_
poi se ne va togliendosi le scarpe
lascia un silenzio lieve sulla porta.
versi in transfert
Un'antologia permanente a cura di Sonia Caporossi
letteratura, filosofia, arte e critica globale
A Reader's Blog
sogna la vita, mentre la vivi, intatta. uno sguardo sul mondo, a cominciare da quello vissuto, per continuare con quello vissuto e sognato.
[è necessario che la poesia divenga un sintomo della realtà]
La poesia non ha rimandi . La consapevolezza d'essere poeta è la stessa spontanea parola che Erode. Stermino io stesso il verso.
mariga de sos pensamentus
Impara l'arte e NON metterla da parte.