Infinito verticale

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Attrazioni fatali

 

da quando il primo uomo  
sorpreso dal pensiero 
fantasticò di sogni e mondi alterni
alla ferocia subentrò l’incanto
al primordiale istinto il sentimento

così che tutti conoscemmo  
d’essere più di ciò che percepiamo
un corpo in sospensione
testa nell’aria e piedi sulla terra
tra il cielo che ci ammalia
e il suolo che ci esilia

imparammo il progetto e l’impostura
a camuffare istinti naturali
con tutti gli artifici del romantico
inzuccherando pillole  
per ogni amore amaro

e c’inventammo artefici
dal fischiettare femori al comporre
dall’afrore ai profumi più soavi
dalla terra battuta al materasso
dal fuoco nella selva al microonde
dal bofonchiare alla definizione   

eppure siamo sempre quel che siamo
la terra avrà la nostra polvere
il cielo i nostri sogni ed il respiro     
ma l’essere sospeso tra i due estremi
non radicato e non sublimizzato
estraneo a entrambi
è ancora imperscrutabile mistero

 

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Cannoni a primavera

Un fiore nelle bocche
girasoli su incrociatori e missili
sordine di papaveri ai rimbombi
e sulle vie
tornare a fare festa
chiacchiere nei mercati
chitarre e fisarmoniche sui prati

l’inverno degli dei
è la sola stagione dei tiranni
l’inferno degli dei
che salva regge e folli governanti
e lastrica vittorie
col sangue delle vittime innocenti

ed io che scrivo
lontana da quel gelo distruttore
so di quanto sia orpello la parola
e di nessuna utilità l’esiguo pianto
ma l’utopia è una macina di pietra
mi stana responsabile
in fuga da pensieri devastanti
perduta nell’oblio d’ogni mio fiato

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“Solve et Coagula“?

succede che m’incontro
passando tra le assenze di pensiero
_chissà dov’era che mi nascondevo_
e resto ad osservare le mie mani
dico mie
               ma è la parola “mie” che mi stupisce:
               mi percepisco estranea a ogni possesso
               alle funzioni, al corpo, al suo consistere

nella sostanza instabile e mutevole
mi sento immateriale
quasi nuvola
_la nuvola non sa d’essere nuvola_
e forse anch’io non so chi sono io

ci si cammina a fianco
l’una che scrive e l’altra che sfarfalla
in questa polimorfica espansione
                immerse in una nebbia tremolante
                 come il miraggio d’aria
                sull’asfalto rovente della strada

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su Versante Ripido

Sei poesie inedite di Cristina Bove, a cura di Giuseppe Martella, sul Blog Versante Ripido

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Approvvigionamenti

Quelli che arrembano scaffali
per rimpinguare le dispense
temono fame e sete, fanno a gara
a chi resisterà su questa terra
_se poi verrà la bomba, il bunker già
li aspetta con derrate in quantità_
staranno stretti tra parenti e amici
il tempo che ci vuole non si sa
per impazzire nell’oscurità:
il pane, l’acqua e tutto il resto che
sicuramente finirà.
                       
Allora metteranno il naso fuori
sperando che si possa respirare
_malgrado le tempistiche-degrado
si credono immortali?_
Non sanno che ci vogliono tre secoli
per degradare cesio uranio e iodio
che polveri pesanti radioattive
soffocheranno ogni forma di vita
che il mondo sarà un cumulo di cenere.
                             
Usciranno affamati dai rifugi
_sopravvissuti da sepolti vivi_
e non avranno il tempo di capire
che sono stati e che saranno ancora
inesorabilmente morti
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Tacita belligeranza

Le piume sono diventate piombo
il mare un affiorare di detriti
eppure solo ieri c’erano squilli d’acqua
le feste son finite
i fili conduttori della vita
stanno cedendo alla follia. Si sono visti
facinorosi a spingere colonne
“muoia Sansone e tutti i filistei”
forse un gigante in agonia
vuole altri morti a fargli compagnia

mai dire pace
_si sa ch’è una parola senza senso
se pronunciata tra le bombe_
diciamo che dei fiati in sospensione
non ci si fanno case né ricoveri
ed i versi, per quanto ci si sforzi
hanno sillabe monche insovversive
non scagliano che tiepidi reclami
ciclamini di burro agli uccellini
_filande di merletti ini ini_

Bisognerebbe fare una poesia tosta
di virgole e parentesi scagliate
quasi fossero fulmini
e rimandare a capo i carri armati
i razzi le mitraglie i gas nervini
scansando melopee, chiari di luna
tramonti e tutte le carinerie
_mandare a… Dio, se lo credessi, ma
da quella vacuità non c’è riscontro_
i figli morti sono silenziosi
lo strepito dei vivi accusa invano
le preghiere hanno un senso di stantio
scriviamo nella polvere

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Non prima dell’alba

 

Ho fatto un sogno questa notte
– verso banale, ne convengo –
pure non c’è altro modo per spiegare

mi toglievo le scarpe
percorrevo una strada tra le nuvole
poi mi fermavo quasi a riposare
in una strana luce

adesso so che non dormivo
e che la terra è un letto di memorie
da cui svegliarsi quando sarà l’ora

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Facciamo finta che tutto va ben

che le armi nucleari non esistono
che son finte le bombe e le uccisioni
che andremo avanti senza restrizioni
il gas lo troveremo sulla luna
grafite, caolinite, uranio, nichel
titanio, ferro e minerali vari
su Marte o forse Giove

che a fomentare guerre
non è l’Economia
_la corsa dei governi a conquistare_
e nemmeno che il popolo è sovrano
di processioni giostre e carnevali
se chi decide gli approvvigionamenti
arraffa dov’è meglio e dove può:
agisce per il bene del paese

facciamo finta che sappiamo che
senza il paese e senza chi lo popola
nessun governo avrebbe uffici e troni
enti, palazzi, presidenti e re
_lapalissiano_
ai posteri
abitatori di caverne e polvere
racconteranno i figli dei superstiti:
fecero finta che tutto andava ben

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Di_stanze

filigrane d’argento, i movimenti
un tintinnio di scaglie
serpentine le braccia
la donna tutta in un cappello
da spiaggia
l’uomo in costume blu
nel rosso tinto del giardino d’aceri
erano come foto arrotolate
banconote scadute nelle tasche

passarono quegli anni
ricordi di salmastro mare e calchi
di giovani sdraiati sulla rena

reclamava la vita
quasi a mancare il fiato
non avevano frecce direzionali
né calendari a chiedere una proroga
che venne ad insaputa
_li colse impreparati_

stilati in calce ai documenti
i nomi
persero i volti di riferimento
era calato il vento dei respiri
e si fu foglie
d’olivi taciturni nel parco degli addii

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La zattera sotto il tavolo

Dodici sedie intorno
nonni cugini e zii
nascosta una bambina
osserva gambe e lembi di tovaglia
                                 
giungono voci
un gorgoglio di bolle in una boccia
il grammofono gracchia
qualcuno s’alza e cambia la puntina
il coro a bocca chiusa si diffonde
_un fil di fumo e poi la nave bianca
arriva e spezza il cuore a Cio-Cio-San_
                            
il pavimento è diventato mare
sta la bambina assorta
a veleggiare a bordo d’un cuscino
                                  
                                  
                                             
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Per farmi perdonare

d’aver amato intensamente
d’aver trasmesso il senso delle nuvole
più che aver posto basi di cemento
e tetti in testa
forse dovrei stornare il mio vissuto:
madre come ho potuto
e dire ai figli miei
che qualche assenza involontaria
non toglie la misura della cura
la strenua volontà di superare
le mille insicurezze quotidiane
_il corpo ha resistito oltre misura_
tanti rattoppi e a vivere si sta
accumulando giorni mesi anni
e mai pensavo
che avrei potuto diventare vecchia
essere peso e gabbia di ricordi:
quanto una madre può ingombrare?
                                         
Avevo un mondo nella mente
un mondo in cui la cosa più importante
fosse nutrire l’anima
sbagliavo
e a fine viaggio
raccolgo quel che avevo seminato
a qualcuno il coraggio
a qualcuno la forza
a qualcuno la voglia di capire
ma l’amore
solo l’amore mi perdona e sa
quanto altro sono stata
e forse valgo
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Micro-storia

https://cristinabove.com/wp-content/uploads/2022/02/cfc6e-untitled.jpg
 
Era in principio
il paramecio dalle lunghe ciglia
quando l’uomo non era in calendario
e le oloturie
sarebbero poi state le sirene
nei sogni delle amebe
                              
benché senza cervello
stupirono dei primi avvistamenti
delle protuberanze sul percorso
bozze di pinne code gambe braccia
testa e faccia
                           
la differenziazione assicurata
prolifica benché non assistita
dall’australopiteco all’homo sapiens
                  
e queste dita
che battono sui tasti
fanno di noi gli artefici maldestri
dell’homo insipiens
che finirà nel brodo terminale
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Non l’indeterminato

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“Della stessa sostanza delle stelle”

                                
                                
nel segmento spazio-temporale
noi siamo il paradosso
il contenuto infinitesimale
che contiene il concetto d’infinito
                                     
senza sovrastrutture fideistiche
sapersi immersi nell’imperscrutabile
tra il passato che non esiste più
e il futuro che quando sopravviene
è già presente
                                   
forse la morte
passaggio tra le cose e le noncose
è il raggio che connette inizio e fine
la commissura tra materia e fiato
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Minimizzare il massimo

https://www.paginainizio.com/genio/foto/esplosione_supernova.jpg

come se la memoria
restasse talequale e non implosa
nel centro della mente
nova in padella
stella da camera e ciabatte

come se tutto ciò che fu
si rovesciasse dentro un buco nero
e il dopo
non fosse un punto tra gli estremi
un apostrofo grigio senza bocca

l’acqua dello sciacquone
ha un suo dis-correre
d’indubbio scatologico destino
ma nel rovescio porge
il senso escatologico

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In questa nebbia di parole

giovinezza piovuta lungo i muri
anni dipinti ad acqua
ricordi che si arruffano
_non ne risolvo nodi_
chiudo la mente ai fiori e solo i cactus
respirano il deserto

il tempo ha modi poco edificanti
di rimandare luoghi e fatti
vorace nell’ottundere
nel mescolare il bello e il brutto
nel farne frasi da ridire, uguali e non
corrispondenti più a nessuno
a niente
_ed era un mare traversato
tra marosi e bonaccia _

in questa pallida risacca
aspetto che si svelino i segreti
che non potemmo scandagliare e che
se è vero che lo spirito non muore
ora ne sai
_io qui starò per poco
rannicchiata
nell’angolo di vetro che si appanna_

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Le vecchie madri nei giorni della merla

 

Finita la più parte d’esistenza
si svegliano dal coma delle favole
e se ne stanno in bilico sul ramo
ad imbeccare il vento che lo spezza

e tuttavia resistono
nei giorni del non detto
quando parole e gesti sono lenti
: negli anni sottaciute verità
hanno scavato e inaridito il petto
paralizzato braccia
spento il resto

cambiare vita non si può
né ritornare indietro
si può solo tentare di resistere
nell’ombra della propria umanità
a chi ne avversa libertà e diritto

ma nel proclama
che solo il sacrificio e la pietà
consacrano le donne mogli e madri
le si condanna al gelo
a naufragare in una goccia d’acqua

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La donna invisibile



                                
Di lei che va sparendo
attrice senza fama e senza gloria
d’un film di soli titoli di coda
una platea di franchi pensatori
dimentica le scene entusiasmanti
e annota solamente le carenze
niente delle fatiche
niente di tutti i draghi che affrontava
dello strenuo curare, degli abbracci
dell’amore che dava
al meglio che poteva
e che insegnando a vivere
per prima lo imparava
                               
È diventata una spersona
la guardano e non vedono che un’ombra
una sagoma senza la sostanza
                             
di lei restano stralci d’esistenza
la donna è andata persa
come se mai fosse vissuta
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La voce umana

da “Coordinate semplici”

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