stiamo
in questo silenzio soffice
tu che hai perduto la personaforma
io che mi alleno a perderla
in un abbraccio d’aria
_quando l’aria si tocca_
e mi sconfino lentamente
entrando nella dimensione che
ci rende vivi
e muti
avendo la parola perso il suono
ed ogni turbamento
qualcuno scrive noi
di notte in notte
e noi leggiamo stelle
sotto i tappeti delle feste
la polvere dei giorni quando
s’era vivi lucenti
ho trovato un’intera staccionata
ridotta in truciolato sotto i piedi
bisogna camminare con cautela
scrivere cose tonde e assecondare
se non si vuol finire ramazzati
blatte da processare nei castelli
infuria la follia dei mentecatti
i corridoi percorsi dalle nere
salviniche bandiere e da beote
maionime carenze strutturali
gente che muore prima nel cervello
il corpo segue
pare vincente la stupidità
che uccide più di cancri ed attentati
e l’ignoranza è complice
di predatori in maschera da agnelli
Sono passati e sono andati via
ne sgrano i nomi in un rosario laico
per evocarne almeno qualche voce
persa l’assiduità del ricordare
resto immobile
mentre la strada va _si finge fiume_
scorre e sparisce nella notte alchemica
in uno spaziotempo ignota foce
umanamente temo quel nigredo
eppure so che siamo
“della stessa sostanza delle stelle”
particelle adattate a corpi singoli
che smetteremo come abiti vecchi
e chi lo sa
che in un tripudio d’atomi e fotoni
si esista come essenza di pensiero
_forse amore_
come in un film girato in bianco e nero
si risvegliò nel letto d’ospedale
il rumore del tonfo sull’asfalto
finì mentre finiva in dissolvenza
la scena muta del precipitare
si perse in una tenebra acquiescente
divenne un’amnesia tra prima e dopo
quella ragazza che morì a metà
poi nella sala accesero le luci
e si vide una donna
riflessa quattro volte nel futuro
vivere per intero
coccoderie di cieli sempre azzurri
primaverie di prati verdi
galline becchettare a verso sciolto
polente e madrigali
intanto che sull’aia cala la sera (sempre cala)
così come
una perenne fonte che disseta nel gelido sussurro di dolore fantasmi del passato che tormentano l’anima come rugiada (brina se d’inverno) nel deserto del cuore intraprendere un viaggio senza fine come foglia d’autunno (non se ne può prescindere) il vociare dei bimbi nei giardini e parlarsi con gli occhi piangere a calde lacrime d’albe radiose e soli risplendenti e carezzare pelle vellutata (a morte i rospi) nel respiro profondo dei ricordi in un canto d’amore senza fine
bisogna ricambiarle queste cose
con giri di parole compiacenti
e non si dica mai la verità
perché i discorsi tra pennuti e affini
conducono alla paglia
e onestamente spero di finire
fingendomi anatroccolo
aspettando Godot (Andersen, sciocca!)
e si salvi chi può
Sotto le case di ringhiera
la porta nera della casastalla
nera come i cavalli col pennacchio
e nero il cocchio
versione funeraria della zucca
lanterne affumicate e croci d’oro
il tiro a quattro per i morti ricchi
nell’ombra una scaletta
portava all’ammezzato
_ci dormivano figli e genitori_
unica presa d’aria
una finestra cupa, a mezzaluna
ricavata nell’arco del frontone
da cui mi salutava Concettina
l’amichetta con cui si andava a scuola
scene da un mondo refrattario al sole
e chi lo visse non esiste più
ora è un mercato acceso di vetrine
insegne e bancarelle variegate
ma sul balcone al terzo piano
c’è una donna tra i fili che si sporge
e d’improvviso è l’ombra di mia nonna
che mi saluta mentre stende i panni
Saremo riciclati in tavolette
supine negli orti
il nome in spifferi di polvere
_eravamo soggetti a regole genetiche_
ed una volta nati
coperto il contenuto
considerammo solo l’apparenza
l’abito che fa il monaco
finché il rivestimento si assottiglia
e il raso dei cuscini
rivelerà la bara con sorpresa
forse avverrà che un dio
dopo averci scartato
aperto l’uovo e visto il suo terribile segreto
inventi un’alchimia
che ci risorga in oroluce
e ci trasformi in stelle
Perché la vita è un grido
e non va
proprio non va
starsene come mosche su vetri
ad aspettare che finisca il giorno.
è necessario un ululato
per non sentirmi solo un tubo vuoto
dalla bocca a…
non ho sapienza mistica
non credo nelle favole e nei crismi
ed è perciò che urlo
se un bruto mi violenta
se mi lacero mentre partorisco
se mio figlio ha una storia disperata
se un lutto mi fa orfana
se i bambini africani muoiono
per l’oro delle chiese e belle dame
se un bambino rapito
viene venduto all’asta dei pedofili
o ai trafficanti d’organi
se ci governa un guitto o un malfattore
se la terra è spartita tra i potenti
se non bastò saltare da un balcone
per non vedere il sangue sulle pietre
Non morirò tacendo
urlo
verso quel cielo indifferente
da spaccargli le nuvole
sarò l’accusa perentoria a tutte le divine strafottenze.
tesse il filo spinato
brava donna che lavora ai ferri_corti
fa maglie di grovigli ai mendicanti
reti di rovi per giardini
esposti al maestrale
nottetempo
sferruzza rimasugli di ricordi
_ne ha le mani ferite, il cuore un po’ di più_
per restare nel campo delle spine
legge manidifatalità
apprende l’arte del confezionare
paradossi metallici
urticanti vestaglie di lamé
Un po’ si avanza
un po’ si retrocede
si va presupponendo che la strada
conduca a premi vari e cotillons
(danse macabre)
ci fa paura questa ressa
c’eravamo una volta e adesso fragili
non possiamo adeguarci alle vittorie
per piccole che siano
ma un’attrattiva che resiste ancora
ci fa sostare ai margini
incombere di nuvole di passo
migranti verso cieli più sereni
ci prende una malinconia di tempo lieve
mentre si corre in piazza
un palio senza premi
fermiamoci abbracciati
mentre la via ci corre sotto i piedi
seppure un po’ sfioriti
e sul tapis roulant
alberi nudi
fanno da pali ai ladri di bellezza
Mi sembra
di stare sulla riva di me stessa
a pescare frammenti di coscienza
con la pazienza tipica dei vivi
quando abboccano
li guardo mentre si dibattono
prima d’essere fritti sulla carta
ne attraggo sempre meno
seduta mentre passano veloci
e se la mente si distoglie un attimo
passando dal salotto alla cucina
spariscono guizzando dalla fronte
pensieri poco inclini a farsi prendere
pesci di nebbia e notte
passavano dei treni
sulla strada ferrata che dal porto
giungeva alla periferia di Napoli
tra il rimessaggio delle barche e il muro
dietro il collegio delle suore
cordami e reti stese ad asciugare
alghe intrecciate ai legni insugheriti
noi bambine
cercavamo tesori nella rena
frantumi levigati di bottiglie
smeraldi e acquemarine
luccicanti nell’onda di battigia
dal passaggio a livello
in fila sotto il sole
traversavamo libertà e binari
ritornavamo nelle camerate
con le pietre preziose nelle tasche
e l’odore del mare nelle mani
vedo bambini ovunque
sono nascosti bene
sotto vestiti adulti, tuttavia
si affacciano dagli occhi
_càpita soprattutto ai vecchi_
ad osservarli affiorano nei gesti
come se rughe e macchie delle mani
dicessero bugie
come se mai li avessero lasciati
i giochi nei cortili
le bambole di pezza
le pistole di latta
i trenini che a forza di viaggiare
creavano paesi
i bambini che vedo
si vivono da soli
portano a spasso corpi estranei
_santi o assassini_
e sono condannati a non sapersi
così priva di senso
per chi non trova appigli
_si sta che tutto ruota intorno_
dire nel giro che inginocchia il cuore
anima taciturna nel ciclone
il centro è un falso punto di salvezza
nel riportare cose che si sanno
che si vorrebbero distanti
quando maligna il tempo
ed incessante
l’onda ripete il mare, il mare accoglie
e ci si trova a viversi clessidre
in discorsi di sabbia
siamo il ritratto sotto velatura
che va sparendo dalla tela
l’esilio dei colori a trama rada
una passata d’acqua
_l’amoramaro che sbiadisce gli occhi _
dipingemmo di sogni autoestinguenti
una città di idranti
inutili se già ci piove il cielo
in terra d’ombra
e il fuoco estinto delle cose andate
ha il blu dei mari dopo la tempesta
disse il pittore:
ti faccio una figura in filigrana
_una murrina tinta di cobalto_
e che ne fai del peso?
che ne fai della forma incanutita?
Sappiamo quanto costa farsi sera
quanto si scolorisce e quanto dura
un cerchio tratteggiato intorno al vuoto
ti scrivo mentre sono ancora viva
_dopo non so se mi sarà possibile_
non ti faccio le solite domande
ormai lo so che non rispondi mai
stai sulle tue
hai tutti gli avvocati difensori
intonacati d’oro
garanti delle guerre e dei profitti
adescatori di bambini
dicono che ci sei (ci fai?)
perché se tu ci fossi
salveresti i tuoi figli dai tuoi figli
tuoneresti a chi uccide in nome tuo
che uccide te
e se s’ingabbia il viso di una donna
è il volto tuo che viene messo in gabbia.
ho lame che mi girano il cervello
sono adirata nel sentire che
siamo la colpa e il male
_ma chi ha inventati i terremoti
i virus, le tante malattie, le menti abiette
la vita incerta ma la morte certa?
fummo davvero stupidi
mangiammo quella mela per sapere
e conoscemmo solo il suo anagramma
Si dibatte ma non lo dà a vedere
ha perso il cielo e le costellazioni
sta con le squame di ciniglia
in extralarge
tuta comprata online
sta tentando di dare un po’ di lucido
alla sua gravità
solenne pesce guappo
o guascone per dire:
faccio da me
faccio quel che si può
boccheggio piano
in una bocciastanza
Questa opera è distribuita con licenza Creative Commons Attribuzione - Non commerciale 2.5 Italia.
___________________________
Ogni scritto o immagine qui pubblicati appartengono esclusivamente all'autore, salvo diversa indicazione. Si diffida chiunque a diffondere gli stessi scritti, interi o parziali, senza citare la fonte e l'autore oppure a fini di lucro. (Legge 22.04.1941 n. 633)