attraversando fenditure
asterischi di luce
o fluttuazioni
sorprendono chi guarda e s’avventura
a prendere lanterne in questi mari
d’eternità soffusa in una stanza
respira opale
ha gli occhi di salsedine
il pescatore di riflessi in acqua
vede tutte le stelle farsi scie
e linee vacillare in sospensione
lui ch’è anche lei
disvelano illusorie consistenze
sono tratteggi in via di sparizione
nella marea che avanza
reduci dai confini dell’età
andati e ritornati mille volte
dalle battaglie quotidiane
ci teniamo per mano
sappiamo di dolori e conseguenze
della fugacità delle ore liete
di quello che lasciammo o che perdemmo
della malinconia quando ci prende
ci perdoniamo le dimenticanze
nascemmo che ululavano sirene
ancora tra le braccia delle madri
scendevamo le scale dei ricoveri
fino al cessato allarme
scampammo ad infezioni micidiali
grazie a Fleming
alla poliomielite grazie a Sabin
giocavamo con bambole di pezza
macchinine di latta
soldatini di stagno e burattini
crescevamo in famiglie numerose
fummo bambini della resilienza
quando non esisteva questo lemma
avevamo ideali di giustizia
credemmo nella forza del pensiero
nella bontà specifica dell’uomo
fummo ingenui
cantammo nei concerti e nelle piazze
ipotizzando libertà e giustizia
pensammo che la nostra resistenza
fosse determinante
e adesso che la strada è giunta al termine
stando seduti ai bordi della vita
vicini pur essendo distanziati
ci abbracciamo
– verrò quando si perderanno le grammatiche –
diceva
e non avevo da rispondere
salivo scale e scale e scale
ero spossata
– verrò quando saprai guardare il precipizio
senza paura d’inciampare –
fui tentata dall’ultimo gradino
mi sedetti
per rilegare fogli e copertine
d’un libro scritto a mano
bianco su bianco
– son qui per essere sepolto tra le pagine –
disse
ed io per la mancanza di numeri e capitoli
mi perdonai d’aver omesso il titolo e l’autore
e confluimmo insieme, corpo e anima
a perenne sconfitta di memoria
sotto una sola epigrafe
I corpi
in apparenza predeterminati
sono frattali dipanati, sparsi
nell’aria grigia di quaggiù
_l’azzurro è un noncolore, il cielo un’illusione_
e non c’è luogo o tana per gli esseri che siamo
scomposti e ricomposti
dispersi nel pulviscolo dei giorni
mentre implodono e nascono universi
noi perpetriamo l’incessante fine
invece di sottrarci
ai sortilegi dell’amore
ai sensi dell’effimera bellezza
che ci annebbia la vista del dolore
_tramandiamo la vita con la morte_
forse sarebbe il caso
di mandare combriccole divine a quel paese
strappare il velo che ricopre il vero
_il brulicare degli insetti, i mali
il marcio sotto i fiori, i movimenti peristaltici
gli animali in divise o giarrettiere
lo sfacimento occulto delle tombe _
dovremmo rifiutarci
di riprodurci ed imbandire tavole agli dei
È nello spazio di una casa
che fioriscono gigli sulla fronte
alla follia che mi disarma chiedo
sei tu che mi perdoni
_ che mi dispensi da condanne
malgrado i testimoni?_
le luci basse fanno gioco al cuore
distanziano le lapidi. Sorridere per poco
fa sì che sulla bocca sia dipinta
un’allegria leggera
una forma benigna di pudore
_ci si assenta dai fatti, si bivacca_
negli sfregi degli occhi lui ha smarrito
il bene addolorato dell’assenza
lui sottratto a se stesso dagli eventi
_in quel suo sguardo filiforme
domande di controllo, ora impossibile_
non chiedo le attenuanti
sto dilavando cicatrici e tracce
sono un muro di strada senza uscita
ai lati tra lo scorrere di frane
graffiti come cere
in via di scioglimento
Mi guardo bene dal sollevare l’onda
la calma piatta vela e mi tutela
dalla mia voglia di lasciare il mare
e avventurarmi dove il taglio netto
accoglierebbe il mio tramonto
invio dispacci in bocce senza tappo
fogli che mai nessuno leggerà
approderanno solo le bottiglie
la sabbia accoglie la futilità
devo costanza a chi diedi la vita
il resto è una sfilata di commiati
la persistenza
non c’è pensiero che la possa esprimere
l’amore è anche resistere
in spazi non adatti a contrastare
l’asimmetria dei tempi
_l’amore perdonava sfasature _
nella contiguità del vuoto
astratti e veri
uniti e separati
si moriva ridendo in extrasistole
pontiluce
tra quelle dimensioni inusitate
e il dire muto
non si poteva presagire
quella precoce uscita dalla scena
_per logica sarebbe stata lei
a incamminarsi prima_
ma l’interposta luce da parete
ne decretò il prosieguo e l’abbandono
L’io pavone dalle mille code
si riflette nei colori sacri, si compiace
di quanto appare ai cieli
scrive di piume e leggerezze varie
la corona vezzosa sulla testa
dipinge lune e soli per distogliere
l’anima pavoncella grigia
dallo scoprire l’alter ego oscuro
dal rammentare le vittorie pirriche
sui campi di battaglia giornalieri
dove tra sangue e piume
i demoni perirono con gli angeli
l’io che camuffa il grido
gabbandosi da solo _in fondo è un canto_
ma l’anima lo sa
ciò che si annida al buio:
che non esiste sogno o arcobaleno
a ricoprire di bellezza il male
chissà
se a chi ha il coraggio di guardare in faccia
il sé delle miserie e della polvere
sarà svelato il mondo e le sue tenebre
il segreto dell’ombra e della luce
Cerchio delle mie brame
sai dirmi perché appaio perimetrale
perché son la più vuota del reame?
Nel centro in cui ti trovi sei il punto spillonato dal compasso il raggio ti contorna in trasparenza se tu fossi una goccia saresti almeno lumeggiata viva
Forse sono un miraggio
in via di trasparenza verso l’oltre
talmente evanescente da sparire
Forse riapparirai dall’implosione al centro come una nana bianca microscopica nel big bang minuscolo d’un universo infinitesimale
Con le certezze che non ho
metto la firma
alla dogana dei sopravvissuti
_un pianoterra vale una montagna_
scalandola mi perdo
tra sei gradini e il cielo
avanzerei
su cocci vuoti e vasi di terriccio
_il terrazzo è un paese abbandonato_
con la dichiarazione sottoscritta
d’idoneità al rilascio
e il tempo doganiere
controfirmando irrilevanze
darebbe il suo consenso alle scadenze
Quanto che non conosco
cui non posso pensare
per mancanza d’ipotesi e di dati!
Un infinito rimestare
sbirciando nel fenomeno
evincere quel minimo bastante
per sapermi ignorante
sul confine tra i come ed i perché
nel campo del noumeno
l’universo si espande
e noi quaggiù
_ci appare un sotto, ma non è reale_
seminiamo nel vaso l’io pervaso
lo concimiamo di riflessi astrali
ma nel perenne inverno
_finite le stagioni regolari_
germoglierà nel cuore della neve
algido fiore
un uomogiglio ad imparare ancora
luce e spazio
agli esseri che vivo
come se fossi in loro
_mostrano più di quanto dicono_
dovrei disinnescare l’intuizione
essere me soltanto
ma non posso
ho appreso che mi fanno da custodi
mi salvano dall’inventarmi retta
_l’oscurità che mi appartiene
è nella tomba già, mi ha preceduto_
e la costanza della luce
che sprizza dalle fronti di chi passa
nei miei giardini, sulle scale, in casa
illumina anche me
questa la verità:
prendo dagli altri solamente il buono
la luce che trapela dai loro occhi
il resto lo abbandono
tralascio per stanchezza funzionale
_mi concedo la quiete del pensiero_
e scrivo il minor tempo
e ciò che affiora
nel labirinto d’una stanza
_un otto ripetuto all’infinito_
finito il tempo delle tane
il bianconiglio ha smesso di fuggire
diventa trasparente contromano
in pasto alle parole che l’inseguono
impara la lentezza
l’inanità degli orologi
_la notte c’è un brusio di cartapesta_
e nella sospensione d’aria
la ninnananna della madre ha fine
luoghi disposti come cartoline
sugli scaffali ingombri
suggeriscono viaggi tra pareti
_il cappellaio partì con la teiera
lasciando tazze rotte_
in casa c’è l’arrivo ed il commiato
l’universo piovuto da una nova
il punto
il tutto
il mardimale soffia
motivi stravaganti nella testa
pensieri che si annidano nei versi
lasciando il mondo del dolore ai sogni
ma la mente
nei corpi resi fragili dagli anni
scalpita e non si arrende
sfida la gravità _pietra che vola
osando la bellezza del finire_
ogni mattino è un faro
per chi naviga case senza vele
schivando insidie e sedie
e dalla tolda della sua cucina
scrive di rotte e sale
di maremoti in pentola e fritture
un portolano scritto nel vapore
per traversate spazio-temporali
abbiamo finto la felicità dei benviventi
per non cedere al buio che tutto ingoia
dal brodo primordiale ai grattacieli
strafatti di millanterie
tra vettovaglie e cure
disegni di carbone sulle rocce
l’ossessionante resa della forma
sceneggiare la vita per non perderla
gli amori defilati
quando vestiti a meridiane e fiori
a piedi nudi nelle praterie dei santi
si sperava nel tempo dei profeti
in qualche via di fuga dal sapere
a ricondurre a lucidovedere
la scienza presta logica e ragione
ma vince il palcoscenico dei folli
la buca delle favole
della tragedia che ci fa e ci disfa
dei marmi incisi nel solenne oblio
dei monumenti simboli d’eterno
si smemora la mente sul proscenio
graziata in apparenza
da un tragico perdono
In una sottrazione di candore
la fronte sottintesa
vedevo il vuoto e chi
sapeva della logica del fare
e se ne andò per non lasciarmi sola
esposta al tempo che ci sconfiggeva
due cuori gli battevano nel petto
uno per dire t’amo
l’altro per dire vattene lontano
udivo le parole
sapevano di zucchero e misteri
in frasi di cannella
che a trattenerle in bocca si poteva
assaporare il sole
l’avvolse una canzone di congedo
fatta di nebbia e note
in cui spariva il tu delle memorie
ed io con loro
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