Con le certezze che non ho
metto la firma
alla dogana dei sopravvissuti
_un pianoterra vale una montagna_
scalandola mi perdo
tra sei gradini e il cielo
avanzerei
su cocci vuoti e vasi di terriccio
_il terrazzo è un paese abbandonato_
con la dichiarazione sottoscritta
d’idoneità al rilascio
e il tempo doganiere
controfirmando irrilevanze
darebbe il suo consenso alle scadenze
Quanto che non conosco
cui non posso pensare
per mancanza d’ipotesi e di dati!
Un infinito rimestare
sbirciando nel fenomeno
evincere quel minimo bastante
per sapermi ignorante
sul confine tra i come ed i perché
nel campo del noumeno
l’universo si espande
e noi quaggiù
_ci appare un sotto, ma non è reale_
seminiamo nel vaso l’io pervaso
lo concimiamo di riflessi astrali
ma nel perenne inverno
_finite le stagioni regolari_
germoglierà nel cuore della neve
algido fiore
un uomogiglio ad imparare ancora
luce e spazio
agli esseri che vivo
come se fossi in loro
_mostrano più di quanto dicono_
dovrei disinnescare l’intuizione
essere me soltanto
ma non posso
ho appreso che mi fanno da custodi
mi salvano dall’inventarmi retta
_l’oscurità che mi appartiene
è nella tomba già, mi ha preceduto_
e la costanza della luce
che sprizza dalle fronti di chi passa
nei miei giardini, sulle scale, in casa
illumina anche me
questa la verità:
prendo dagli altri solamente il buono
la luce che trapela dai loro occhi
il resto lo abbandono
tralascio per stanchezza funzionale
_mi concedo la quiete del pensiero_
e scrivo il minor tempo
e ciò che affiora
nel labirinto d’una stanza
_un otto ripetuto all’infinito_
finito il tempo delle tane
il bianconiglio ha smesso di fuggire
diventa trasparente contromano
in pasto alle parole che l’inseguono
impara la lentezza
l’inanità degli orologi
_la notte c’è un brusio di cartapesta_
e nella sospensione d’aria
la ninnananna della madre ha fine
luoghi disposti come cartoline
sugli scaffali ingombri
suggeriscono viaggi tra pareti
_il cappellaio partì con la teiera
lasciando tazze rotte_
in casa c’è l’arrivo ed il commiato
l’universo piovuto da una nova
il punto
il tutto
il mardimale soffia
motivi stravaganti nella testa
pensieri che si annidano nei versi
lasciando il mondo del dolore ai sogni
ma la mente
nei corpi resi fragili dagli anni
scalpita e non si arrende
sfida la gravità _pietra che vola
osando la bellezza del finire_
ogni mattino è un faro
per chi naviga case senza vele
schivando insidie e sedie
e dalla tolda della sua cucina
scrive di rotte e sale
di maremoti in pentola e fritture
un portolano scritto nel vapore
per traversate spazio-temporali
abbiamo finto la felicità dei benviventi
per non cedere al buio che tutto ingoia
dal brodo primordiale ai grattacieli
strafatti di millanterie
tra vettovaglie e cure
disegni di carbone sulle rocce
l’ossessionante resa della forma
sceneggiare la vita per non perderla
gli amori defilati
quando vestiti a meridiane e fiori
a piedi nudi nelle praterie dei santi
si sperava nel tempo dei profeti
in qualche via di fuga dal sapere
a ricondurre a lucidovedere
la scienza presta logica e ragione
ma vince il palcoscenico dei folli
la buca delle favole
della tragedia che ci fa e ci disfa
dei marmi incisi nel solenne oblio
dei monumenti simboli d’eterno
si smemora la mente sul proscenio
graziata in apparenza
da un tragico perdono
In una sottrazione di candore
la fronte sottintesa
vedevo il vuoto e chi
sapeva della logica del fare
e se ne andò per non lasciarmi sola
esposta al tempo che ci sconfiggeva
due cuori gli battevano nel petto
uno per dire t’amo
l’altro per dire vattene lontano
udivo le parole
sapevano di zucchero e misteri
in frasi di cannella
che a trattenerle in bocca si poteva
assaporare il sole
l’avvolse una canzone di congedo
fatta di nebbia e note
in cui spariva il tu delle memorie
ed io con loro
La durata di un corpo
non garantisce la presenza
né la funzione mnemonica
_perdo le referenze sostanziali_
sbiadiscono gli oggetti ed i soggetti
resto sgrammaticata
indiscorsiva
ingrata
mi si perdoni questo tempo
avaro di promesse
questo tempo che incalza e mi distoglie
dalla materia che va scomparendo
che mi cancella al mondo
disperde i miei contatti
impallidisce amori
mi fa smorta
perché ne scrivo tanti e se non li esternassi mi si spegnerebbero dentro e io con loro.
Che sia poesia o altro, a me interessa che ci sia un riscontro d’anime.
Qualcuno leggerà, qualcuno se ne andrà, qualcuno penserà: m’anvedi questa…
Visto che me ne impipo, continuo a pubblicare ciò che scrivo. Per farmi compagnia.
Consuntivo
un battito e un respiro
squarciarono la roccia
ne scaturì l’oscuro sognatore
_dal cuore della terra germogliò_
plasmato nell’argilla
e s’immedesimò nei ruoli fissi
eroe di mille favole e avventure
navigatore di se stesso
tra numeri infiniti
alternando lo scuro e lo splendore
il saggio e il folle
per distanziarsi dal dolore
si perse nel pensiero
_il corpo reclamava l’attenzione_
eluse il grido e il margine d’errore
finché nel tempo che ritorna pietra
appollaiato sulle proprie spalle
ad ogni giravolta del pianeta
_ eppur si muore_
ad ogni nuovo estinguersi di fiato
_eppur si vive_
firma la resa in calce all’incompiuto
ignaro delle regole del logo
e dell’origine
in una sospensione punteggiata
si rema dalla sedia alle pareti
il porto del pensiero ha il faro spento
ci si sfracella senza accorgersene
sulla scogliera di vestiti smessi
tra porte disegnate
si naviga a memoria
le bussole non segnano più il nord
il sud dilaga in stanze intermittenti
albatri appollaiati
sulle persiane pavesate a tende
minuscoli frammenti di naufragi
spariscono nei vetri. La bonaccia
dissimula orizzonti alle finestre.
A bordo s’intristisce il capitano
ha un mare dentro
che gli annega il cuore
Dalle magnificenze d’ogni sorta
al degrado di slum e di favelas
fasti di regni e ghetti di dannati
l’opulenza sfacciata
la miseria che non permette uscita
gli addobbi ci distraggono
dai problemi reali
respiriamo veleni
gli ospedali non bastano, i bambini
s’ammalano di cancro, fanno pena
_ottimo per le onlus di donazioni_
ci stordiamo con notizie banali
pseudoculturali, circhi di varietà
pressati ad acquistare
più di quanto necessiti a campare
disquisiamo di massimi sistemi
scriviamo rime note e ricettari
ci ubriachiamo di musica e colori
_la festa ci distoglie
da tutto ciò che brulica e marcisce
da tutto ciò che muore_
ricorrente rivalsa sull’effimero
come la veste dell’imperatore
che solo l’innocenza può svelare
magari sarà quella del bambino
a rivelarla nuda
quale davvero è
nel tempo relativo e in quello universale
più delle cose abbandonate
mi sconvolge
la perdita del senso della perdita
l’appiattimento che
toglie colori al mondo e a quel che fu
_ si sopravvive tralasciando_
domando a voi compagni di ventura
se ne sapete di quel fuocoluce
la conoscenza che principio e fine
avvampano nel centro di noi stessi
e se per il timore d’abbagliarci
ci siamo arresi a viverci di lato.
Forse direste che non c’è altra via
per affrontare estreme verità
forse lo dico anch’io
che m’incito a barare sui pensieri
e metto in tavola
carte truccate a versi e immagini
_sembrano giochi nobili_
ma le vittorie sulle proprie linee
sono vittorie pirriche: in trincea
restano morti i morti, i vivi smettono
di piangerli di notte. Il tempo inganna
essendo e non essendo
sempre e mai
Isole di plastica occupavano gran parte degli oceani, pesci e cetacei morivano soffocati da sacchetti e bottiglie di plastica, alghe e coralli erano spariti già da tempo. Gli uccelli marini andavano a morire ricoperti di catrame sulle spiagge di immondizie nauseabonde.
Sulle città incombeva lo smog, si propagavano mali incurabili, mali nuovi e oscuri, mali di tossicodipendenza e asocialità. La violenza fomentava guerre che arricchivano sempre più i potenti e gli accaparratori a scapito degli indigenti.
L’odio per il diverso rendeva ciechi e sordi all’altrui sofferenza. Le torture più orribili venivano inventate ed applicate ai corpi di altri esseri umani.
La violenza di genere mieteva donne come spighe, ne occultava le forme ed il pensiero, le lacerava in nome di un amore malato.
I poveri di tutto il mondo, accalcati nelle immense periferie delle città, rinchiusi in falansteri tra spacciatori e drogati (quelli che ancora avevano un lavoro nelle fabbriche sortivano al mattino per guadagnare quanto bastava per sopravvivere e acquistare ciò che le pubblicità televisive inducevano a consumare), erano carne da macello nelle guerre tra banche e governanti: un gregge inerme anestetizzato dai mass-media, ma in cui ciascun individuo, paradossalmente, era illuso di poter accedere alla classe dei privilegiati.
Tra i massimi detentori dei poteri e la massa agonizzante, la borghesia faceva da spartiacque, forte dei propri valori ereditati, culturali e finanziari, immersa nel suo egoistico benessere, dedita ai piaceri dell’arte e del consumo di beni inaccessibili ai miserabili.
Tendaggi e sipari pomposamente ben distribuiti celavano la natura vera del caos.
Spettacoli e concerti, opere che sorprendevano le menti distraendole dai ladrocini dei corrotti, dalle violenze di genere, dai disastri ecologici.
Società castali, piramidi umane dove la base, spolpata a morte, costituiva il concime su cui si innalzavano via via gli strati verso l’alto.
All’apice i padroni del mondo.
Dio era giunto al culmine di ogni benevolenza e comprensione, nemmeno i pochi esseri buoni riuscivano a recargli un minimo conforto. Ormai anche le feste in suo onore gli erano insopportabili. Troppa la contraddizione tra preghiere e operato, troppa la discriminazione tra fratelli, troppa ogni verità rivelata.
Quindi riprese in mano la sua creazione, ordinò ai fiumi di ingrossare gli oceani, a questi di esondare fino a coprire le più alte vette. Ai venti di disperdere ogni traccia di malavita umana e trasportare altrove tra le stelle uomini e donne di buona volontà.
Affranto e desolato, aggiunse il pianto alle acque che tutto travolgevano.
Infine rimpastò l’argilla, fece un palla e la scagliò nell’infinito Nulla.
quando le disegnavo
ero bambina chiusa nei quaderni
per farle nere calcavo la matita
talvolta fino a rompere la carta
_ci volle tempo a farmela leggera
la mano, il cuore no_
anni di soli inverni
mandarini a natale
e tutto il tempo a riparare i vuoti
le mancanze d’abbracci
non amavo giocare con le bambole
ero di pezza anch’io, dimenticata
in un cortile di finestre e muri
su cui nemmeno il cielo di partenope
faceva primavera
_la mia, colorata d’azzurro
la custodivo in fogli_
e disegnavo un punto tra le rondini
un punto-me
volare via con loro
Tra mescolanze acquerellate
lo stolido pittore
entra in confini provvisori
a coltivare il buio nelle contrade
scuote la testa e cadono bavagli
sulle bocche dei pesci nel barile
_tacciono consenzienti_
intanto che dal mar della ragione
di banchi di sardine
si riempiono le piazze
il baro finge di guardare altrove
rimestando parole nel catrame
ma vedremo fiorire sulla tela
dei nuovi artisti dall’età squillante
_campane da richiamo_
e grazie a loro
assisteremo a sprazzi di coscienza
lumeggiare di vita rose rosse
le parole
significanti d’altre immagini
insidiano i poeti
conducono al confine dove umano
si mescola all’arcano
e l’uomo strapazzato dai pensieri
scaraventa la mente oltre il suo mare
nello sbuffo d’inchiostro
la menzogna
è il neroseppia dell’umanità
dal sommo degli scogli
il pescatore delle allegorie
simile al pensatore di Rodin
osserva il nerofumo dei vocaboli
calare su spirografi e gorgonie
intrappolare anemoni e coralli
disperderne i colori
le sinfonie dell’acqua
inascoltate
spariscono tra cumuli di sabbia
cominciammo da un varco
ignudi e ignari
e finiremo in un tramonto oscuro
fingendo pace dove c’è tempesta
mettiamo tende agli occhi
che non si scorga la malinconia
né s’intravedano presagi
il venir meno
i dolori costanti o intermittenti
_passeranno di certo e noi con loro_
e la bellezza che ci ha sostenuto
sarà come un belletto sulle ossa
un trucco per nascondere frattaglie
e siamo qua
nell’incessante rappresentazione
esposti al caso e alla necessità
luciferi nell’ombra
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