La durata di un corpo
non garantisce la presenza
né la funzione mnemonica
_perdo le referenze sostanziali_
sbiadiscono gli oggetti ed i soggetti
resto sgrammaticata
indiscorsiva
ingrata
mi si perdoni questo tempo
avaro di promesse
questo tempo che incalza e mi distoglie
dalla materia che va scomparendo
che mi cancella al mondo
disperde i miei contatti
impallidisce amori
mi fa smorta
perché ne scrivo tanti e se non li esternassi mi si spegnerebbero dentro e io con loro.
Che sia poesia o altro, a me interessa che ci sia un riscontro d’anime.
Qualcuno leggerà, qualcuno se ne andrà, qualcuno penserà: m’anvedi questa…
Visto che me ne impipo, continuo a pubblicare ciò che scrivo. Per farmi compagnia.
Consuntivo
un battito e un respiro
squarciarono la roccia
ne scaturì l’oscuro sognatore
_dal cuore della terra germogliò_
plasmato nell’argilla
e s’immedesimò nei ruoli fissi
eroe di mille favole e avventure
navigatore di se stesso
tra numeri infiniti
alternando lo scuro e lo splendore
il saggio e il folle
per distanziarsi dal dolore
si perse nel pensiero
_il corpo reclamava l’attenzione_
eluse il grido e il margine d’errore
finché nel tempo che ritorna pietra
appollaiato sulle proprie spalle
ad ogni giravolta del pianeta
_ eppur si muore_
ad ogni nuovo estinguersi di fiato
_eppur si vive_
firma la resa in calce all’incompiuto
ignaro delle regole del logo
e dell’origine
in una sospensione punteggiata
si rema dalla sedia alle pareti
il porto del pensiero ha il faro spento
ci si sfracella senza accorgersene
sulla scogliera di vestiti smessi
tra porte disegnate
si naviga a memoria
le bussole non segnano più il nord
il sud dilaga in stanze intermittenti
albatri appollaiati
sulle persiane pavesate a tende
minuscoli frammenti di naufragi
spariscono nei vetri. La bonaccia
dissimula orizzonti alle finestre.
A bordo s’intristisce il capitano
ha un mare dentro
che gli annega il cuore
Dalle magnificenze d’ogni sorta
al degrado di slum e di favelas
fasti di regni e ghetti di dannati
l’opulenza sfacciata
la miseria che non permette uscita
gli addobbi ci distraggono
dai problemi reali
respiriamo veleni
gli ospedali non bastano, i bambini
s’ammalano di cancro, fanno pena
_ottimo per le onlus di donazioni_
ci stordiamo con notizie banali
pseudoculturali, circhi di varietà
pressati ad acquistare
più di quanto necessiti a campare
disquisiamo di massimi sistemi
scriviamo rime note e ricettari
ci ubriachiamo di musica e colori
_la festa ci distoglie
da tutto ciò che brulica e marcisce
da tutto ciò che muore_
ricorrente rivalsa sull’effimero
come la veste dell’imperatore
che solo l’innocenza può svelare
magari sarà quella del bambino
a rivelarla nuda
quale davvero è
nel tempo relativo e in quello universale
più delle cose abbandonate
mi sconvolge
la perdita del senso della perdita
l’appiattimento che
toglie colori al mondo e a quel che fu
_ si sopravvive tralasciando_
domando a voi compagni di ventura
se ne sapete di quel fuocoluce
la conoscenza che principio e fine
avvampano nel centro di noi stessi
e se per il timore d’abbagliarci
ci siamo arresi a viverci di lato.
Forse direste che non c’è altra via
per affrontare estreme verità
forse lo dico anch’io
che m’incito a barare sui pensieri
e metto in tavola
carte truccate a versi e immagini
_sembrano giochi nobili_
ma le vittorie sulle proprie linee
sono vittorie pirriche: in trincea
restano morti i morti, i vivi smettono
di piangerli di notte. Il tempo inganna
essendo e non essendo
sempre e mai
Isole di plastica occupavano gran parte degli oceani, pesci e cetacei morivano soffocati da sacchetti e bottiglie di plastica, alghe e coralli erano spariti già da tempo. Gli uccelli marini andavano a morire ricoperti di catrame sulle spiagge di immondizie nauseabonde.
Sulle città incombeva lo smog, si propagavano mali incurabili, mali nuovi e oscuri, mali di tossicodipendenza e asocialità. La violenza fomentava guerre che arricchivano sempre più i potenti e gli accaparratori a scapito degli indigenti.
L’odio per il diverso rendeva ciechi e sordi all’altrui sofferenza. Le torture più orribili venivano inventate ed applicate ai corpi di altri esseri umani.
La violenza di genere mieteva donne come spighe, ne occultava le forme ed il pensiero, le lacerava in nome di un amore malato.
I poveri di tutto il mondo, accalcati nelle immense periferie delle città, rinchiusi in falansteri tra spacciatori e drogati (quelli che ancora avevano un lavoro nelle fabbriche sortivano al mattino per guadagnare quanto bastava per sopravvivere e acquistare ciò che le pubblicità televisive inducevano a consumare), erano carne da macello nelle guerre tra banche e governanti: un gregge inerme anestetizzato dai mass-media, ma in cui ciascun individuo, paradossalmente, era illuso di poter accedere alla classe dei privilegiati.
Tra i massimi detentori dei poteri e la massa agonizzante, la borghesia faceva da spartiacque, forte dei propri valori ereditati, culturali e finanziari, immersa nel suo egoistico benessere, dedita ai piaceri dell’arte e del consumo di beni inaccessibili ai miserabili.
Tendaggi e sipari pomposamente ben distribuiti celavano la natura vera del caos.
Spettacoli e concerti, opere che sorprendevano le menti distraendole dai ladrocini dei corrotti, dalle violenze di genere, dai disastri ecologici.
Società castali, piramidi umane dove la base, spolpata a morte, costituiva il concime su cui si innalzavano via via gli strati verso l’alto.
All’apice i padroni del mondo.
Dio era giunto al culmine di ogni benevolenza e comprensione, nemmeno i pochi esseri buoni riuscivano a recargli un minimo conforto. Ormai anche le feste in suo onore gli erano insopportabili. Troppa la contraddizione tra preghiere e operato, troppa la discriminazione tra fratelli, troppa ogni verità rivelata.
Quindi riprese in mano la sua creazione, ordinò ai fiumi di ingrossare gli oceani, a questi di esondare fino a coprire le più alte vette. Ai venti di disperdere ogni traccia di malavita umana e trasportare altrove tra le stelle uomini e donne di buona volontà.
Affranto e desolato, aggiunse il pianto alle acque che tutto travolgevano.
Infine rimpastò l’argilla, fece un palla e la scagliò nell’infinito Nulla.
quando le disegnavo
ero bambina chiusa nei quaderni
per farle nere calcavo la matita
talvolta fino a rompere la carta
_ci volle tempo a farmela leggera
la mano, il cuore no_
anni di soli inverni
mandarini a natale
e tutto il tempo a riparare i vuoti
le mancanze d’abbracci
non amavo giocare con le bambole
ero di pezza anch’io, dimenticata
in un cortile di finestre e muri
su cui nemmeno il cielo di partenope
faceva primavera
_la mia, colorata d’azzurro
la custodivo in fogli_
e disegnavo un punto tra le rondini
un punto-me
volare via con loro
Tra mescolanze acquerellate
lo stolido pittore
entra in confini provvisori
a coltivare il buio nelle contrade
scuote la testa e cadono bavagli
sulle bocche dei pesci nel barile
_tacciono consenzienti_
intanto che dal mar della ragione
di banchi di sardine
si riempiono le piazze
il baro finge di guardare altrove
rimestando parole nel catrame
ma vedremo fiorire sulla tela
dei nuovi artisti dall’età squillante
_campane da richiamo_
e grazie a loro
assisteremo a sprazzi di coscienza
lumeggiare di vita rose rosse
le parole
significanti d’altre immagini
insidiano i poeti
conducono al confine dove umano
si mescola all’arcano
e l’uomo strapazzato dai pensieri
scaraventa la mente oltre il suo mare
nello sbuffo d’inchiostro
la menzogna
è il neroseppia dell’umanità
dal sommo degli scogli
il pescatore delle allegorie
simile al pensatore di Rodin
osserva il nerofumo dei vocaboli
calare su spirografi e gorgonie
intrappolare anemoni e coralli
disperderne i colori
le sinfonie dell’acqua
inascoltate
spariscono tra cumuli di sabbia
cominciammo da un varco
ignudi e ignari
e finiremo in un tramonto oscuro
fingendo pace dove c’è tempesta
mettiamo tende agli occhi
che non si scorga la malinconia
né s’intravedano presagi
il venir meno
i dolori costanti o intermittenti
_passeranno di certo e noi con loro_
e la bellezza che ci ha sostenuto
sarà come un belletto sulle ossa
un trucco per nascondere frattaglie
e siamo qua
nell’incessante rappresentazione
esposti al caso e alla necessità
luciferi nell’ombra
che ci s’incontra sconosciuti in viso
come se si vivesse d’altro nome
_liftati a scanso di ricordi_
ci s’allontana e ci si riavvicina
in un continuo smarrimento dati
si finisce
trascritti sulla carta
un rigo dopo l’altro in sinfonie
copiate dagli uccelli appollaiati
sui fili della luce
voi sapete
la cesura improvvisa
la parola mancante sulla lingua
l’avevamo da fare quella cosa
_quale cosa?_
quella fuggita via
sparita come i sogni all’alba
senza scusanti oniriche
quei momenti
che si subisce il furto dei pensieri
e ci si arrende
al viversi d’inverno senza foglie
se andare fosse
un movimento verso il non vissuto
_pochissime le tracce scampate all’amnesia_
se per amare il non potuto amare
disperso in altra vita
quella che mai ritornerà nel fiore
forse diresti che c’è ancora un passo
e un altro ancora, ma
ometteresti ch’è verso la fine
diciamolo compendio questo viaggio
nei vicoli dei ninnoli superflui
_l’arte nasce dai semi dell’argilla_
mi radicò come se il cuore fosse terra
e la passione un fiume che l’inonda
piante e rime barocche sembrerebbero
se l’occhio non scoprisse l’entropia
che ne sconfessa l’ordine
quella figura che non sono io
quella figura che non sei più tu
_sono le controparti dell’immenso_
vanno dove ogni dove è tramontato
ci restano pensieri da scambiare
su ciò che non si disse e non si fu
estranea alle mie braccia
suddivisa
una che sembra tante e in sogno
tra gli scaffali d’un supermercato
incontra la regina d’Inghilterra che
furtivamente mangia un pomodoro
e si confida: sono senza una casa
risponde una di me sofisticata: maestà
l’hanno defenestrata?
Giunge un commesso dalla faccia equina
reca un vassoio di chiavi
ci mostra un falansterio in costruzione
lillipuziani omini nel diorama
a un tratto
sbuffando e sferragliando
passa un convoglio e striscia le vetrine
il capotreno è stanco e sogna il mare
senza binari né stazioni: un cielo
caduto tra le case
gente che vive a vela
sospinta da un respiro di bambino
_un attimo e si è vecchi_
inclusi tutti
adiacenti a colori
prigionieri in un cubo di Rubik
che c’era troppa luce
_abbagli sempre all’ordine del giorno_
non si guarisce dalle proprie ombre
con fari spazza nebbia
come non ci si salva dai malanni
pigiando una tastiera
dandosi al bricolage
o alla corsa nei sacchi
tutti che siamo foglie
in un autunno già virante al grigio
ricordiamo le mani e i lumi verdi
le immagini bizzarre d’un riquadro
ch’era la nostra casa
ci accadeva di vivere di voci
che parevano amore __sia ben chiaro_
in due lingue diverse
accomunate nell’inconsistenza
d’una scrittura semplice
Avremmo visto il luogo
in cui si nasce dalla propria morte
e si continua a vivere in esilio
_quando inventammo il cielo_
ciascuno immerso nelle proprie nuvole
con la testa al di là delle montagne
un santo scalatore
o un imbecille
ma non si può guardare oltre le stelle
per noi soltanto punti luccicanti
noi che sfidiamo il danno e l’impostura
percorrendoci a tratti di matita
in un quaderno squinternato
i fogli allo sbaraglio
a leggerli saranno angeli imbelli
caduti dalle sfere e tratti in salvo
da noi mortali indottrinati a morte
_ geni o decerebrati_
figli di qualche nume intestardito
illusi da un Noè
che ci fa stare in piedi sulla tolda
per poi buttarci tutti quanti giù
Erano tra le ombre
e adesso vanno sconfinando il tempo
vivono di parole _resta il fiato_
i volti hanno subito mutamenti
cere colate lungo candelabri
scoscesi fino al piano dei ricordi
_sembravano dissolti_
ci si dispone alla malinconia dei vivi
s’aprono falle in corpi arrugginiti
ormeggiati sui soliti stoini
c’era una volta il mare, e il bastimento
poteva essere un vicolo e una casa
ma le cartografie
segnavano le porte anziché i porti
e ci si ritrovò nella tempesta
allontanati a vita
da tutte le possibili varianti
dall’oblò
si affaccia il timoniere
senza più desideri di attraccare
Aspettava
sull’orlo di una nuvola
la nuova forma in cui precipitare
_sarebbe stata stretta_ tuttavia
avrebbe ottemperato al suo dovere:
sperimentare la materia e il tempo
altri infiniti sparpagliati in luci
prima d’avere l’ombra e il peso
sapevano d’esistere
ma
senza consolidarsi
non potevano amarsi né abbracciarsi
né guardarsi negli occhi
allora
sfidando malattie, ferocia e morte
divennero molecole di un corpo
conobbero gli opposti
l’incessante mutare delle cose
il domandare senza le risposte
chi non si arrese al buio, scoprì i colori
le musiche del Tempo
la Bellezza
così placava l’ansia del distacco
distoglieva il pensiero
da quell’insana voglia di ritorno
A lato della strada in cui si corre
nei sacchi per raggiungere il traguardo
palo della cuccagna
coppe e affini
seduta sto sul margine di pietra
tra un dormiveglia e l’altro
in riva alle miserie
ai fagotti deposti sul confine
le mancanze
sono la fiamma occulta che le nega
mantenendo le braci
su quelle a piedi nudi
per ambizioni estreme
_traguardi scivolosi_
vince chi sa aggrapparsi
ho la coscienza della fine
la grandezza che fu
dalle grotte graffite ai falansteri
gli eroi delle leggende e delle arti
imperatori, papi, santi e rei
la terra ci contrasta
indifferente alle memorie umane
a onori e glorie
e ci conserverà
in un museo di polvere
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